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passaggio d'una nave, e questo spazio eziandio con forti catene impedì. Qual cosa lo spingesse a siffatta deliberazione, è più facile supporre che avverare: forse l'intento di aspettarvi in sicuro che Michele Attendolo coll'esercito di terra si approssimasse al Po, per concertare poscia insieme qualche risoluta fazione contro la città di Cremona, o contro il suo ponte, o contro il naviglio nemico ancorato più in su; forse il timore di venire inopinatamente assaltato da Biagio Assereto capitano di esso, il quale 15 anni avanti aveva fatto prigionieri tre re alla battaglia di Ponza; forse il sospetto, che Francesco Sforza cingesse d'assedio Casalmaggiore, e battendo coi cannoni lo stretto non costringesse la flotta veneta a ritirarsi più in giù, oppure ad attaccare un disuguale combattimento con quella di Milano. - >

Com'è che sia la cosa, fatto sta che non mai erasi presentata a Francesco Sforza una più bella occasione di vincere. Congregata l'assemblea dei capitani milanesi, propose loro di porre incontanente il campo a Casalmaggiore, e di cannoneggiare dalla riva sinistra l'armata veneta, intantochè l'Assereto, scendendo col naviglio, sboccherebbe tra l'isola e la destra sponda, e chiuderebbe al Quirini ogni adito alla fuga. Questa proposizione riempi l'assemblea di meraviglia e di discòrdia. I primi ed i più vivi a combatterla furono Iacopo e Francesco Piccinini, i quali allegarono in contrario la vicinanza dell' esercito di Michele Attendolo, e la povertà e la ritrosia delle soldatesche: ma Sforza da una parte appagò l'esercito concedendogli in preda la propria terra del Castel

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ma letto, dall'altra tagliò alla recisa la lite, accampandosi a dirittura sotto Casalmaggiore, e cominciando il fuoco contro le navi venete. Ben s'affrettò il Quirini a darne avviso a Michele Attendolo: ma questi, sia che fosse trattenuto dalle gare nate nei suoi alloggiamenti trai diversi condottieri della repubblica, sia che con fidasse di vincere senza difficoltà il nemico, col serrarlo a poco a poco fra Casalmaggiore, se stesso ed il naviglio, rispondeva: « sostenesse il fuoco pazientemente; non essere il suo esercito lontano più che sette miglia dal Pò, e piccoli danni dovere riputarsi quelli a fronte d'una vittoria grande e sicura. » Così senza veruna difesa continuò tutto quel dì il miserabile scempio delle navi e delle ciurme.

Frattanto l'Assereto colle galee più leggiere svoltava l'isoletta, ed occupando la bocca inferiore dello stretto, chiudeva al Quirini quell'unico varco di salute. S'accorse allora costui a qual frangente la troppa paura del nemico e la troppa fiducia negli amici lo avessero precipitato; ma il pentimento non ammetteva riparo: posciachè già le navi, rotte e disalberate, non potevano più nè resistere nè fuggire. Ciò veggendo il Quirini sbarcò a Casalmaggiore tutte le sue genti, quindi cacciò fuoco ai legni, e mandolli a seconda del fiume verso il nemico. Fu allora uno spettacolo di meraviglia alle popolazioni dell'una e dell'altra spiaggia, quello di settanta navi da guerra, che piene di macchine, di masserizie e di viveri, rovinavano giù pel Pò divampando meravigliosamente fra le tenebre. Sperava l'ammiraglio veneto, che la corrente medesima le avrebbe menate in mezzo alla flotta milanese, sicchè un solo incendio riunisse vinti e vincicitori. Ma l'Assereto, essendosi cansato in disparte, Voi. ni. 9

evitò quel pericolo. Bensì quando le navi ardenti passarono dinanzi le tende di Sforza, tutta la turba dei guastatori e dei valletti non si potè tenere dal proromperne fuora, e quale a nuoto, e quale su zatte

0 schifi accorse a raggiungerle, ed a rapire alle fiamme, alle onde, e ai compagni le più preziose spoglie. Dietro ai'guastatori sortirono fuora a schiere anche

1 soldati ; sicchè gli alloggiamenti milanesi sarebbero in breve rimasti non contrastabile preda di chiunque li avesse assaliti, se Francesco Sforza, fatte appiccare nuove fiamme alle navi, non avesse rimosso, benchè a fatica, le sue genti dalla rapina (1).

L'impreveduta vittoria , come riempiè i Milanesi di letizia, così li rivolse ai pensieri di pace, persuadendoli che la si poteva oramai conseguire con utile e decoro. Ritolsero perciò a Sforza l'assoluto potere che gli avevano attribuito, e gli ordinarono d'impadronirsidi Caravaggio, buona terra della Ghiaradadda; presa la quale, l'acquisto di Lodi diventava certo, ed acquistata Lodi, la pace avrebbe coronato ogni fatica. Fu questa risoluzione d'acerbissimo cordoglio a Francesco Sforza; il quale, oltre il dispetto della perduta autorità, vedeva altresì differita e forse tolta la possibilità di insignorirsi di Brescia, città che secondo i patti doveva rimanere in suo dominio. Cionondimeno, come se nulla fosse, soffocò lo sdegno, ed essendosi accostato con tredicimila cavalli e tre29iugiio mila fanti a Caravaggio, circondolla prestamente di 1418 trinciere, le quali, partendo dalle mura assediate,

(1) Joh. Simon. XII. 454. — Sanuto, Vite dei dogi, p. 1128. — Cristof. da Soldo, Storiti di Brescia, 848.

vennero a coprire anche tutto allo intorno i suoi alloggiamenti fino alla villetta di Fornuovo.

Da costi verso Caravaggio muoveva pel tratto di 400 passi nell'aperta pianura un ampio e antico fosso, il quale, dopo avere alquanto serpeggiato fra i burroni e spinai, si smarriva in certe paludi prossime a quella terra, e formava in sostanza una stupenda difesa al campo milanese. Francesco Sforza, aggiungendo arte al caso, sprofondò molto più il fosso, prolungollo d'un miglio, lo riempiè d'acqua, lo munì di un argine alto e continuo con ispesse bastite merlate a guisa di muro, e sopra vi sospese un ponte levatoio tra due torri, che servisse alle sortite. Tuttociò era da lui fatto senza risparmio di denaro e di fatica, affine di mettersi al riparo contro qualunque improvviso insulto dell'esercito veneto accampato a Morengo quattro miglia discosto, e nel medesimo tempo proseguire sicuramente l'assedio incominciato. Nè ancora contento di ciò, fa venire da Milano altri contadini, ordina più vivo il fuoco contro Caravaggio, raduna viveri e munizioni, cinge di altre trincee e di torri e di bombarde i proprii alloggiamenti: sicchè chi avesse rimirato nell'istesso punto la furia del trincerare impiegata nel campo sforzesco sotto Caravaggio, e quella non punto minore messa in opera dai Veneziani nei proprii alloggiamenti di Morengo, sarebbe rimasto perplesso a giudicare qual fosse tra i due eserciti l'assediato o l'assediatore, che cosa entrambi desiderassero, da qual parte fosse maggiore la paura od il sospetto (1).

(1) I Milanesi promisero alle schiere, finche durasse l'asse

Tra questi preparativi, frequenti erano le scaramuccie ed i parziali assalti, che , stante la vicinanza, succedevano fra i due eserciti. Talora dopo avere combattuto gran pezza, facevano tregua di qualche ora, e seduti gli uni di qua, gli altri di là dal margine del medesimo fosso, vinti e vincitori, Milanesi e Veneziani ciarlavano e bevevano, cantando e braveggiando, per ripigliare subito dipoi gli aTchi, gli scoppietti e le lancie, e rinnovare più fiera la battaglia. Talora i più valorosi, al cospetto dei capitani e delle schiere, venivano tra un alloggiamento e l'altro a singolare certame, a ciò incitati sia dall'esca dell'onore e delle ricompense, sia dal desiderio di uccidere o di far prigioniero l'avversario, e guadagnarne le spoglie o il prezzo del riscatto. Così passavansi i giorni; e già Caravaggio, smantellata di mura, niun ostacolo avrebbe opposto a una scalata, se il timore dell'esercito veneto non avesse trattenuto lo Sforza dall'intraprenderla.

Non erano le gravi condizioni degli assediati ignote ai condottieri di Venezia : ma intorno al modo di alleviarle varii e tumultuarli pareri tra loro s'elevavano. Aveva Tiberto Hrandolini in certa sua esplorazione scoperto tra il pattume e la boscaglia una specie di strada che da Morengo metteva a Caravaggio: però non si era accorto del fosso che, siccome dicemmo, l'attraversava. Laonde, persuadendosi di non avere a incontrare alcuna difficoltà, proponeva di scegliere quella via per attaccare all'impensata

dio, pane a dovizia in supplemento degli stipendi): il che mostrerebbe che il vitto quotidiano eia a carico de'soldati. V. (oh. Simon. XIII. -157 C.

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