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con molto vantaggio gli alloggiamenti ostili. Al contrario Michele Attendolo esortava di ridursi a Martinengo, e attendere quivi di queste due cose l'una, o che il nemico per noia abbandonasse l'assedio di Caravaggio , e allora travagliarlo alla coda; o che si avventurasse a darle la scalata, e allora opprimerlo con poca fatica. Lodovico Gonzaga, riputando impossibile o inutile la difesa di Caravaggio, consigliava a modo di diversione di porre il campo a Mozanega: Bartolomeo Colleoni stava pel non combattere punto punto; Niccolò Guerrero voleva, che si trasferisse l'esercito a Treviglio allo scopo di tagliare le comunicazioni al nemico: infine Gentile da Leonessa, Roberto di Montalbotto, Cesare da Martinengo, Guido Rangoni, Cristofaro da Tolentino, Iacopo Catelano, e Carlo di Braccio da Montone, tutti i quali capitani per causa di certo loro straordinario attaccamento alla repubblica venivano chiamati i Marcheschi, concordavano nella sentenza del Brandolini, ma al patto di non porre tempo in mezzo. Mandatosi a Venezia per la decisione, venne risposta di dare battaglia: ed essa pel giorno seguente fu risoluta.

Ebbe in quella notte stessa Francesco Sforza sicura 15 7bTM novella della risoluzione presa dai Veneziani; ma dandosi a credere di venire assalito dalla banda di Mozanega, già aveva colà rivolto il nerbo de'suoi, e s'incamminava a udire la messa; quand'ecco alcuni correndo a fiaccacollo l'avvisano: « approssimarsi i nemici con tagliate e graticci per la selva situata tra Fornuovo e Caravaggio; già le prime squadre loro essersi scontrate con Carlo Gonzaga e Manno Barile usciti dai trincieramenti per ributtarle; ma troppo es

sere numerosi gli offensori, troppo disuguale la zuffa, perchè eglino possano resistere a lungo; già instare i Veneziani al fosso, dietro ai fuggitivi superato il fosso, chi salverà gli alloggiamenti e l'onore della giornata? » Sforza, vestita appena la corazza, si avviò volando al luogo della mischia, e seco traendo tutti coloro in cui si abbatteva. Vi giunse appunto in quel mentre che Manno Barile veniva fatto prigione, e Carlo Gonzaga, ferito in un occhio, se ne fuggiva portando a Milano la falsa nuova di una sconfitta. Ma il fosso non era ancora superato, e, alzato il ponte levatoio, poteva essere tuttavia di grave e d'impreveduto ostacolo agli assalitori. Sforza quanti soldati ritrovò, tutti ve li radunò a far testa: poscia a mano a mano li distribuì per le trinciere: alla fine, ripigliato animo, impose al fratello Alessandro di girare il bosco, e percuotere i nemici di fianco, e a Mariano di Calabria e al Turco comandò di occupare con più lungo circuito la bocca del cammino pel quale essi erano entrati. Ciò fatto, si mescolò egli medesimo tra quelli che combattevano alla prima fronte, e, intermesso l'ufficio di capitano, assunse quello di soldato. Lo raffigurò dalla banda opposta Roberto di Montalbotto, e: « Conte, gli gridò, quest'oggi non te ne parti senz'acqua calda ». A cui Sforza con chiara voce: « Bada di non dover rifare i conti con l'oste » (1).

Frattanto l'iniquità del luogo boscoso e sdrucciolevole, e lo spingersi che facevano le schiere venienti le une addosso alle altre, avevano generato nei Veneziani una non piccola confusione e perplessità. Sforza, al

(1) Cagnola, St. di Mil. p. 93.

vedere le loro lancie mescolarsi e ondeggiare, come se agitate dal vento, se ne accorse, e tosto: « su via, grida ai suoi, passate il fosso, la vittoria è nostra! » Detto fatto. Nel medesimo punto altre squadre feriscono i Veneziani alle spalle, altre li percuotono nei fianchi, sicchè la vittoria solo per pochi istanti è contesa. Proseguendo la quale, gli Sforzeschi entrarono insieme coi fuggitivi negli alloggiamenti custoditi dal Colleoni, e, tranne lui, che per incognite vie fuggi a Bergamo, di ogni cosa e persona che vi era s'impadronirono. Militavano nell'esercito della Repubblica 8000 fanti, e 12,300 cavalli; di tutto questo numero 1800 uomini appena, chi quà chi là, gettando armi e bagagli, si misero in salvo.

Fu la giornata di Caravaggio pei suoi effetti la più importante di quante e prima e dopo venissero combattute in Italia per tutto quel secolo: pure un uomo appena, se merita fede l'accurato Sanuto, vi restò morto: cosi bene le soldatesche erano difese nella zuffa dalle armature, nella disfatta dallo arrendersi*. (1) Chi ne pagò le pene fu al solito il più innocente. Michele Attendolo, fuor della cui saputa e volontà avevano i provveditori fatto cominciare la battaglia, fu dal Senato rimosso dal comando dell'esercito e confinato in Conegliano , con provvigione di mille ducati (2).

(1) Sanuto, 1129. — Job. Simonett. 1. XIII. — Cristoforo da Soldo, 851. — Cagnaia cit, p. 91-94.

(2) Navagero, 1113 (t. XXIII).

IV.

Perà Francesco Sforza, che in questa campagna s'era acquistato, ed a buon diritto, la fama di grandissimo capitano, a ben altro fine che alla esaltazione dei Milanesi intendeva indirizzare la vittoria di Caravaggio. Era tra i prigionieri un Clemente Tealdini segretario dei provveditori veneziani e molto famigliare di Francesco Simonetta, che esercitava uguale ufficio presso di lui. Avutolo a sè, Sforza gli impose, che in gran segreto si recasse a Venezia, e in caso che trovasse il Senato desideroso di pace, lo consigliasse a mandare incontanente a trattarne Iacopo Marcello, o Pasquale Malipiero. Giunse il Tealdini a Venezia quasi ad un tempo cogli oratori inviati a somigliante effetto dalla repubblica di Milano. 11 Senato trattenne questi a parole, e spedì senza indugio il Malipiero con ampie facoltà allo Sforza. Insomma non erano ancora trascorsi trentatrò giorni dalla bat18 8bre taglia di Caravaggio, che tra lui e i Veneziani venivano a Roveltella conclusi siffatti capitoli di accordo, che rovesciavano* a' danni dei Milanesi tutti i vantaggi * della vittoria riportata coi proprii denari.

Importava la somma di que'capitoli, che quindi innanzi sarebbe stata pace e sincera alleanza offensiva e difensiva tra il conte Francesco Sforza e la serenissima Repubblica di Venezia: che questa lo avrebbe aiutato a sottomettere Milano con 6000 cavalli, con 2000 fanti e con una provvigione di 13,000 ducati al mese: che, ciò fatto, avrebbe il conte ritenuto per sè la parte della Lombardia,°la quale era appartenuta negli ultimi tempi a Filippo Maria Visconti; il resto sarebbe stato ceduto alla signoria di Venezia, e il filo dell' Adda avrebbe servito di confine fra i due Stati (1).

Fermato codesto accordo, Francesco Sforza, che aveva frattanto trasferito l'esercito alla oppugnazione di Brescia, fa radunare le squadre, e percorrendone a cavallo le ordinanze, manifesta loro con infiammate parole l'inaspettata mutazione delle sue cose. « Avere esso col sangue e col sudore delle proprie soldatesche racquistato ai Milanesi Parma, Piacenza, S. Colombano e Tortona, disfatto un potentissimo naviglio a Casalmaggiore, annichilato un fortissimo esercito a Caravaggio: ora di tante fatiche qual premio? Le invidie, le gelosie, le nimistà d'uomini indegnissimi avergli ritardato i viveri, scemato le paghe, tarpato, per quanto potevano, le ali alla prospera sua fortuna. Avergli bensì i Milanesi promesso in iscritto di metterlo al possesso di Brescia, e di conservargli Cremona. Pure non aver lui mai potuto ottenere di campeggiare la prima città, o di munire la seconda in modo da porla al sicuro dagli insulti ostili. Di giunta le sue vittorie essere state accolte col nome di tradimenti, un accordo anzi una lega essere stata proposta dai Milanesi ai Veneziani non solo occultamente e senza sua saputa, ma a distruzione di lui e delle schiere state sempre fedeli compagne dei pericoli e delle gesta paterne e sue. A tale infine essere stato condotto dall'altrui perfidia, da dover perire, oppure appigliarsi a qualche magnanimo partito. Ora questo

(1) Dnmont, Corps diplom. t. III. p. I. p. 169.—Navagero, 1112. — Crist. da Soldo, 855.

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