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procurò di scemarne la potenza e il credito col moltiplicarne il numero (1).

A non dissimile scopo teneva rivolta la mente il duca di Milano Filippo Maria Visconti, allorchè rivocava ogni diritto di sovranità ai privati signori, e vietava loro di ristaurare o costrurre, vendere o lasciare per teslamento senza la permissione del principe veruna fortezza o qualsiasi terra feudale (2). Quanto a Francesco Sforza diremo, che non era egli appena divenuto principe, che metteva in opera tutti i suoi sforzi affine di precludere a ogni altro condottiero quella via per la quale egli s'era condotto a tanta altezza. Infatti nelle sue mani i suoi soldati e compagni mnlaronsi in sudditi; benchè l'animo,e forse gli anni, e forse l'opportunità dei tempi non gli consentissero di cambiare i sudditi in soldati. Chè se ritrovò ritrosia in alcuni condottieri, a viva forza li disperse e abbattè, testimonio la severità da lui usata verso Carlo Gonzaga e Guglielmo di Monferrato, i due che più avevano cooperato alla sua esaltazione.

Fu accusato il primo di tradimento, l'altro di colpevole intelligenza colla duchessa Bianca ; entrambi per ordine di Sforza vennero svaligiati e chiusi in prigione: ma forse più che ogni altra cosa, furono ad essi motivo di persecuzioni i ricchi possessi ottenuti in dono dal medesimo Sforza nelle sue necessità della guerra milanese. E per vero dire, non si tosto il desici) A. di Costanzo, St. di Napoli, XVIII. 437. 447. e fin. — Giannone, L. XXVI. c. VI e nlt.

(2) Edict. AA. 1441. 1445. 1447. Statut. et Decr. Ant. Civit. Placentia-, f. 94 (Brescia, 1560). —Antiqua due. Mediai, deej-eU, p.»91. 313.

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derio di libertà fortissimo in uomini di guerra, e le asprezze del carcere, e il terrore dei supplizii, indussero l'uno e l'altro a rinunziare a tutti quei vantaggi, cessò il castigo e uscirono di prigione. Uscirono, data parola di soffermarsi parecchi mesi nel dominio del duca: ma non sono appena padroni di se stessi, che per incognite vie volano a Venezia, vi disdicono pubblicamente la rinunzia fatta per forza, e con infiammalissimi discorsi stimolano il senato a rinnovare la guerra contro Sforza, dipingendolo come un traditore nuovo sopra una signoria incerta, esausta di forze e piena di mali umori (i).

Mossa da queste ragioni, non meno che dalla presenza di'Iacopo Piccinino, il quale era poc'anzi venuto ai servigi dei Veneziani con 5000 cavalli, la repubblica assegnò al Gonzaga ed a Guglielmo di Monferrato le condotte ed i denari che facevano ad essi d'uopo per rifare le proprie compagnie, e si accinse alla guerra. . Se non che prima d'intimarla e muoverla al di fuori, determinarono di assicurarsi dentro.

Avevano eglino nominato al grado di governatore generale dell'esercito Gentile da Lionessa fratello del defunto Gattamelata. Questa preferenza indispettì di sorta Bartolomeo Colleoni, che non solo ricusò di ritrovarsi in Brescia alla festa della consegna del bastone , ma, essendo a capo della sua ferma, chiese commiato. Doleva alla Signoria di perdere a questo modo un capitano, oltrecchè suddito proprio, valoroso e potente; dall'altra parte nè essa voleva umi

(1) Benvenuto Ha S. Giorgio, Crnn. del Monferrato, p. 720. icgg. — Crijt. da Soldo, 865-810.

liarsi a pregarlo, nò credeva possibile di ridurre Bar*tolomeo a domandare patti sopportabili di una nuova condotta. Insomma, dopo non poche negoziazioni infruttuose, venne la cosa al termine che la repubblica, anzichè vedere il Colleoni ai servigi dei proprii nemici, prese consiglio di ammazzarlo. Questo rimedio (e a tale di viltà e debolezza erano caduti gli Stati) cominciavano i principi del xv secolo ad usare contro il mutabile animo e le enormi pretensioni dei capitani di ventura.

Deliberata la cosa, ne fu commessa al Piccinino l'esecuzione. Cominciò egli dallo spargere la voce di volere passare la mostra armata di tutte le sue genti: però le abbarracca a S. Giorgio nel territorio di Brescia, 40 miglia discosto dalle stanze del Colleoni, e quivi per tutto un mese si dà a comprare armi, cavalli, pennacchi, barde, selle, ed ogni altra bisogna. Quando vide ogni cosa in assetto, e seppe di certo che il Colleoni stava affatto senza apprensione e difesa, aspetta il tramonto del sole: allora muove le squadre, e cavalcando di buon passo tutta la notte, gli arriva non aspettato addosso. Arrivare, mandare a sbaraglio nomini e salmerie, al sacco aggiungere strage, grida e percosse, tutto questo fu opera di pochi istanti. Appena il Colleoni, cacciatosi in furia a bardosso di una mula trovata a caso dinanzi alla bottega di un maniscalco, ebbe tempo di salvarsi sul Mantovano. Di colà si recò a Milano, dove il duca Francesco Sforza e lietamente lo accolse, e gli diede una onorata condotta, e gli promise di riscattargli quanto prima la moglie e le lìgliuole che i Veneziani avevano fatto arrestare (1). (1) Crist. da Soldo, 868. — Samito, 1140.—.Toh. Simoiielt.

Questo accidente, e una fiera pestilenza, e il reci.- "P^.1' proco timore soprattennero l'armi fra Venezia e il duca di Milano tutto quell'anno; ma non si mostrava appena il seguente aprile, che uscivano a guerra le schiere quinci guidate da Gentile da Lionessa, quinci da Francesco Sforza in persona. Pari erano a un dipresso gli eserciti, comune il proposito di non venire a giornata che a giuoco sicuro; poichè nessuna necessità sospingeva nè gli uni nè gli altri a mettere a repentaglio quanto possedevano. Consumossi pertanto l'estate nel depredare ugualmente amici e nemici. Finalmente, essendosi i due campi posati presso Montechiaro nel Bresciano in una pianura, che dipartendosi dalle pendici boscose di certe colline si stende uniformemente da tramontana a mezzodì, Sforza risolse di invitare i nemici a battaglia. A tale effetto il 31 8iinsuo araldo presentossi davanti al consesso dei capitani veneti presieduto da Gentile da Lionessa, e dopo avere con alte parole intimato la sfida, porse loro in prova del suo dire un guanto, un breve ed una lancia intrisi di sangue. Gentile da Lionessa gli fece portar tosto vino e confetti; quindi con non dissimili bravate a nome suo proprio ed a nome di Iacopo Piccinino, di Carlo Gonzaga e degli altri capitani gli consegnò due guanti sopra due aste parimenti imbrattate di sangue, e lo incaricò di riferire al duca Sforza,

XXII. 611. —Spino, Vita del Colleoni, V. 154.— La preda fatta dai Veneziani in questa occasione, venne calcolata ad ottanta o cento mila ducati.

voi. ni. n

che egli ed i suoi compagni sarebbero usciti a far battaglia il giorno dopo sopra l'eminenza cbe sorgeva in mezzo alla pianura.

In tanta espettazione dell'avvenire parve a Sforza di dover corroborare la disciplina del suo esercito con nuovi e più severi regolamenti. Ordinò pertanto che ciascuno conservasse il proprio luogo e non se ne allontanasse, sia prima, sia dopo il combattimento, sótto pena della forca. Deputò all'esecuzione de'suoi voleri alcuni uomini sopra ciascuna squadra. Dispose che durante la zuffa non si alterassero le antiche usanze italiane; cioè che chiunque avesse afferrato le redini di qualche cavallo appartenente ai nemici, e l'avesse rivolto verso i suoi, ne restasse padrone; e così pure nel caso che avesse ridotto il nemico al segno da doversi arrendere, ovvero lo avesse ghermito pel collo o pel cimiero. Stabilì alcune pene a coloro che contravvenissero a queste usanze per privare il compagno della preda. Comandò che ogni soldato portasse un proprio segno sopra le spalle, ed obbedisse ai suoi superiori non altrimente che alla persona medesima del duca: ed affinchè i capischiera venissero più facilmente riconosciuti, impose che si adornassero l'elmo di una falda sventolante di bianco lino (1).

Passarono gli Sforzeschi quella notte a preparare le persone ed i cavalli al prossimo scontro: allo spuntare del dì si disposero in ordine di battaglia e si inoltrarono fino al luogo stabilito. Ma invano stettervi attendendo che i nemici dal loro canto facessero il somigliante. I Veneziani, sia.impoltroniti da una folta

(I) Joh. Simon. XXII. 628.

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