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di Taranto gli giurava obbedienza, e il duca Giovanni d'Angiò era astretto a cercare nelle balze dell'Abruzzo e nei sussidi! dei Caldoresi che vi dominavano, i mezzi di una finale difesa (1). Quivi colle spoglie A. (463 di una contessa di Celano perfidamente spossessata, Iacopo Piccinino riusci ancora a rifare l'esercito; e con esso campeggiò Sulmona, ributtò i nemici accorsi per liberarla, e se ne insignorì per fame dopo sette mesi di magnanima resistenza.

Gli fu bensì quest'acquisto amareggiato dalla venuta di Alessandro Sforza, il quale con diciotto elette squadre di cavalleria spedite dal duca di Milano sì congiunse alle genti del re Ferdinando, e si accampò poco lunge dalla torre delle Arche, dove il Piccinino aveva piantato gli alloggiamenti: sicchè , attesa la prossimità degli eserciti e l'ardore delle soldatesche, pareva imminente una nuova battaglia; e già le schiere con giornalieri assalti vi si andavano in certa guisa addestrando; quand'ecco il Piccinino, sotto la fede di un salvocondotto, presentasi ai padiglioni di Sforza, ed al cospetto dei condottieri regii si dichiara pronto a desistere immediatamente dalla guerra. Tosto fu proposto e concluso tra loro un accordo; in virtù del quale il Piccinino doveva passare ai servigi del re HOagono di Napoli, con titolo di capitano generale, stipendio di 90,000 ducati all'anno, e condotta di 5000 cavalli e 500 fanti. In esso trattato gli vennero confermate le città e terre da lui possedute nell' Abruzzo (2),

(1) Joh. Simonett. XXIX. 740., XXX. 750. Giorn. Napolet. 1133. Cron. d'Agobbio, 1003. — Trist. Caracciol. De varUt. fort. p. 77 (R. I. S. t. XXII).

(2) Esse furono Sulmona, Carantanico, CWilà di Penna,

e data facoltà d'invadere e di appropriarsi pur quelle del conte di Campobasso. D'altra parte egli si obbligò ad avere sul fatto per nemici tutti i nemici del re, salvo però, di non potere essere chiamato a giurargli fede ed inalberarne le insegne prima di avere ricevuto il quarto delle sue paghe. Quanto a queste venne stabilito, che metà gli fossero assegnate sopra i tributi dell'Abruzzo, l'altra metà in tre parti uguali gli venisse sborsata dal papa, dal re suddetto, e dal duca di Milano. Fu stabilito altresì, che la sua condotta durasse un anno, con beneplacito di due altri; trascorso il qual tempo, rimanesse in suo arbitrio di servire qualunque Stato che non si trovasse in aperta guerra col re (1).

Conosciuto quest'accordo, il duca Giovanni d'Angiò fuggì da un regno stato sempre fatale alla sua casa: il re Ferdinando ricavò dalla vittoria le forze per fondare sulla strage e sulla depressione dei baroni un'assoluta signoria. Primi a sentirne il peso furono i Caldoresi. Capo di costoro era quell'Antonio figliuolo di Iacopo Caldora, che già col grado di gran conestabile e di vicerè aveva tenuto il primo luogo nel regno. Ferdinando trovò modo di tirarlo alla corte: allora, benchè contro la fede data, lo fece richiudere in prigione. Uscitone dopo gravi stenti, Antonio esulò alcun tempo in sembianza di bandito per le terre d'Italia: finalmente in Iesi, nel tugurio di un povero uomo,

Bncanico, Francavilla, Villamaina, la Guardia, la Tessa, TnriJio, Civita S. Angelo e Brocardo. Cron. mise, di Bologna, p. 752 (t. XVIII).

(1) Pii II Commetti. XII. 590. — Crisi, da Soldo, 897. — Macluav. Ut. Fior. VI. 101.

già soldato del padre suo, lasciò colla vita gli affanni (1). Esempio a coloro, che il parteggiare misurano secondo i. comodi privati: una fazione li teme, l'altra li guerreggia; ed essi cadono odiali dalla prima, oppressi dalla seconda. Il resto della illustre schiatta dei signori da Caldora peregrinò per l'Italia, cercando nell'esercizio delle armi quell'onore e quegli agi, che la fortuna le aveva rapito.

VI.

Tra i fuggiaschi Napoletani, che seguirono oltre le Alpi la contraria sorte di Giovanni d'Angiò, novera ronsi un Boffile del Giudice, un Giacomo Galeotto, ed un Niccolò conte di Campobasso, della chiara stirpe di Monforte , che aveva apparato la milizia sotto la disciplina di Iacopo Caldora, e le cui spoglie erano state il prezzo dell'ultima defezione del Piccinino. Tutti costoro non mostrarono nella difesa dell' Angioino in Francia minor fedeltà e fortezza di quella che avevano mostrato in Italia. Quando la resistenza diventò inutile, Boffile si condusse ai servigi del re di Francia, Giacomo e Niccolò con 120 compagni recaronsi agli stipendii di Carlo il Temerario duca di Borgogna, e con gran fama di valore lo servirono alla battaglia di Montlhèry (2). Bentosto le perpetue guerre tra il duca e i principi vicini, e le frequenti ribellioni, e i continui mali umori dei sudditi resero il ministerio di entrambi i condot

(1) A. di ,Costanzo, XX. 514, — Summonte, ht. di Nap I. V. 464 (Napoli 1675).

(2) Mèm. de Cominci, 1. I. ch. VI. — Sisraondi, f/itt, des Frane, t. XIV. 430.

(ieri napoletani sempre più gradito agli occhi di Mario il Temerario; nè la bravura e I" accortezza loro tardò ad acquistare a ciascuno di essi uno splendido luogo in quella corte, divenuta il ritrovo dei più famosi venturieri d'Europa. Furono però molto diverse le estreme loro vicende. Giacomo seguitò fedelmente nella buona e nell'avversa fortuna il suo signore. Morto che questi fu, prese partito col re di Francia , e nell'atto di procurargli colla propria A. MS8 schiera la vittoria di S. Aubin du Cormier, fu ucciso gloriosamente (1). Più rumorose venture ebbe il Campobasso.

Già era egli pervenuto ai primi gradi della milizia presso Carlo il Temerario, quando un dì, essendosi con troppo calore opposto a certa di lui opinione, riportonne uno schiaffo. Il duca, come d'ingiuria fatta a un uomo privato e suo dipendente, non ne fece caso e smeuticolla; il conte compresse l'alto sdegno nel petto, e ravvivandolo tuttodì con nuova ira e eoa nuovi disegni di vendetta, riunì tutta la sua vita per venirne a capo. Però insieme colla vendetta intendeva al proprio utile ed incremento. Presa occasione di andare in Italia per assoldarvi mille lancie in servigio del duca, in Lione con un Mastro Simone da Pavia, che vi esercitava la medicina, in Piemonte coll'ambasciatore del re di Francia trattò di dargli morto o preso il signor suo, oppure nel fervore della prima battaglia che succedesse, abbandonarlo con una gran parte dell'esercito. Il re di Francia, non solo disprezzò come false o vane codeste proposizioni, ma

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tentò di farsene un inerito presso il duca col manifestargliele. Il duca anzi che farne caso, trasse motivo dalle accuse del re di sempre più amare e favorirà il Campobasso.

Poco stante Carlo il Temerario era disfatto dagli Svizzeri a Grandson ed a Morat, e cogli estremi sforzi del suo Stato poneva l'assedio alla città di - Nancy. In queste estremità Niccolò di Campobasso non si scordava dei suoi propositi di vendetta; e mediante molti artificii mandava in lungo l'oppugnazione, ed incitava sottomano gli Svizzeri ed il re di A. 147; Francia contro il duca di Borgogna, ned era appena sopraggiunto al soccorso della piazza il duca di Lorena con un eletto esercito di Svizzeri e di Tedeschi, ch'egli ritornava alle pratiche da traditore. Propose al nemico di dargli preso 0 morto il duca di Borgogna a piacimento, e il suo esercito in rotta: domandò per sè una condotta di 400 lancie, una provvigione di centomila ducati, quanta ne aveva allora, ventimila scudi in dono e una contea. Mancò poco che il negozio, dopo essere stato lungamente maneggiato, non venisse scoperto per opera di un prigioniero, che prima di andare al supplizio voleva palesarlo al duca. Per la qual cosa Niccolò, rutti gli indugi, esci dal campo con 160 compagni, e con carri e carrette rubate ai contadini trincerossi a Condè presso la Mosella in aspettativa degli avvenimenti. Ma nel partire dagli alloggiamenti del suo principe, vi aveva ben egli lasciato uomini fidatissimi col segreto incarico di trarre in fuga le schiere, tostochè fosse ingaggiata la zuffa, e di uccidere il duca. Qual esito abbia avuto la battaglia, ognuno il sa: di Carlo il Temerario non

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