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coi baroni ribelli, rendeva conto al duca della sua presura, e gli concludeva dovere da essa dipendere la salute di entrambi, anzi quella di tutta l'Italia.

Pieno di dolore e di raccapriccio, tosto il duca rispose al Trezzo e al Pusterla, imponendo loro, che senza indugio si presentassero al cospetto del re, e lo pregassero e lo scongiurassero per l'affezione, pel parentado, per l'onore comune • di risparmiare i giorni di colui che, reo od innocente, era pure il genero dell'amico suo, e pur dianzi era stato accolto a Milano ed a Napoli con feste. E che penserebbe l'Italia dell'animo di Francesco Sforza, conoscendo l'amistà che passa tra lui ed il re di Napoli? Orrenda taccia di traditore soprastargliene, e tale, che quanta ucqua fosse in non la potrebbe lavare. Le tante fatiche sostenute da Francesco Sforza in servigio della casa d' Aragona aspettare ben altro premio. Donasse il re la persona del prigioniero alle preghiere del vecchio suocero, il quale, se così piacesse, ne guarentirebbe la fede colla parola di tutti i principi d'Italia, con tutto lo Stato, colle persone dei proprii figli, con tutto se stesso ».

Nè a ciò contento, scrive tosto ad Ippolita di sospendere il suo viaggio, ed invia verso Napoli il figliuolo Tristano coll'incarico di visitare per istrada i principi d'Italia, purgare presso di loro il nome paterno da qualsiasi imputazione, e ottenerne raccomandazioni in favore del Piccinino: quindi con esse presentarsi al re Ferdinando, e perorare con tutti gli spiriti la salute del cognato. Ma pur troppo Iacopo Piccinino si era circondato di tale grandezza, che sarebbe stato pel re troppo pericoloso il farlo prigione senza ucciderlo. Uno schiavo moro col laccio ne troncò la vita.

Si sparse poi voce, che il settimo giorno di luglio, volendosi egli appigliare alla grata della prigione per contemplare il combattimento di due navi, cadesse dall'alto, e si rompesse una coscia. Al Trezzo, che instava di vederlo, si concesse per grazia di osservarlo da lontano nel carcere senza parlargli, mentre che i medici ne curavano la piaga e ne presagivano male, ed egli gemendo se ne lagnava. A Tristano, che appena giunto chiese in ginocchio al re e a tutta Miugh» la corte il corpo vivo o morto del cognato, non fu mostrata di Iacopo Piccinino che la salma puzzolente e verminosa. Tristano domandò allora, che almeno si rimettessero in libertà il figliuolo Francesco, il cancelliere Brocardo, e gli altri più intimi seguaci del condottiero, che erano stati arrestati insieme con lui, ed ancor vivevano: su ciò gli vennero date vane parole: ma i miseri non più furono veduti.

Come il duca di Milano ebbe piena conoscenza di tutto il successo, rimase compreso di sdegno e di stupore meraviglioso. Sulle prime deliberò di affidare alle armi le sue vendette, richiamò da Siena la figliuola Ippolita, e dispose ogni cosa per rompere il parentado concluso col re di Napoli, e voltargli contro le forze di mezza l'Italia: poscia le preghiere dei Fiorentini e del papa, le supplicazioni medesime del re, e la inferma vecchiaia, che lo avrebbe impedito di condurre la guerra in persona, lo ridussero a sopportare in pace l'inusitato scorno. Tale è la più probabile esposizione della morte di Iacopo Piccinino, il quale mori vittima soltanto del re Ferdinando: altre colpe pesano sul capo di Francesco Sforza, senza aggiungervi quella (1).

Fu Iacopo dotato di agile é bella composizione di membra, e di subito e forte ingegnò; in qualche parte si mostrò inferiore del padre, in tutto dappiù del fratello, che di pingue natura, prodigo del proprio e dell'altrui, era sovente maestro di crapula e di rapina ai soldati. La miserabile morte del Piccinino, essendo accaduta in un tempo, in cui le armi tacevano per tutta la penisola, gli accrebbe colla compassione la fama, e segnò il punto della totale sovversione della scuola bracciesca. Infatti, giusta un ordine già prima dato dal re, tutte le sue schiere vennero inopinatamente svaligiate e disperse: il seguito della pace,

(1) Rosmini, cit. Doc. XXV-LII. -Crist. da Soldo, 904. — Porzio, Congiura de' baroni.

Dal prefato Rosmini (Doc. XXXIX) è riportata per disteso una lunga canzone, composta in barbaro italiano, per la morta del Piccinino; nella quale il poeta invita a parte a parta ciascuna contrada d'Italia a piangerne il caso. Eccone il principio:

1. «Pianga el grande e '1 piccolino

De'Braceschi e ogni soldato,
Poichè è morto il nominato
Conte Jacom Piccinino.

2. Piangi ornai casa Bracesca,

Piangi donna dèi Grifone, {Perugia)
Non c' è più chi fama accresca
Oggimai di tua natione;
Poichè è morto el gran campione
Capitano e sommo duce;
Specchio al mondo quale luca
De ogni franco Paladino.

3. Piangi tu, nobil signore

Di Ferrara etc. »

le arti del medesimo re, e la calata dei Francesi compirono l'opera. Di tutta la infelice stirpe dei Piccinini non rimase altro che un figliuolo postumo per nome Gian Iacopo, che Drusiana sposa e vedova quasi a un tempo partorì alla corte del padre qualche mese dopo l'uccisione del marito (1).

II.

Tre anni avanti la uccisione del Piccinino, era Piacenza stata testimone di un'altra non meno crudele di un non meno valoroso condottiero. Ricorderà il lettore, come nella precedente guerra Tiberto Brandolini, nipote o bisnipote del famoso Brandolino stato uno dei restitutori della italiana milizia, si fosse ridotto dai servigi dei Veneziani a quelli di Francesco Sforza, e quindi si fosse affaticato a confermarlo in seggio. Pari al valore erane stata fino allora la fede; posciachè ed egli erasi partito dai Veneziani dopo averne ottenuto formale licenza , e prima di passare agli stipendii del nemico aveva voluto svernare in territorio neutrale alla Mirandola. Ma questi suoi meriti istessi insieme ad una certa sua asprezza ed alterigia di modi, come ne rendevano il ministerio utile nei gravi pericoli, cosi gli conciliavano astio, tostochè questi per opera sua fossero stati superati. Avvenne che il popolaccio di Piacenza, gravato da 25 enormi taglie e illuso da una falsa nuova della morte del duca Francesco Sforza, si sollevò al grido di libertà, e scorrendo armata mano le vie fece quello che fanno le pazze plebi, arse i registri, demolì i luoghi dei

(l) Joh. Simonett. XXXI. 76C.

dazii, malmenò coloro che li riscuotevano. 11 governatore della città, non potendo a prima giunta opporre alcun diretto rimedio alla sedizione, fece mostra di approvarla, e giurò tutti i patti elle la moltitudine gli chiese. Con questo espediente calmò alquanto gli animi infiammati: intanto egli empieva di armati la città. Quando gli parve ogni cosa in pronto, e che al popolo fosse troncata la strada di fuggire e di resistere, cominciò a mandare i faziosi sulle forche a quattro, a sei, a otto per volta. Terminati i supplizii, siccome il Brandolini ne era stato principale ministro, cosi pensò di versarne sopra di esso tutto l'odio, e l'offerse vittima al popolo confuso e arrabbiato.

Detto fatto, il misero capitano sotto l'accusa di essere di accordo sia coi ribelli di Piacenza sia cogli Angioini di Napoli, venne balzato dal governo delle armi nel fondo di una torre. Quivi stentò sette mesi; in capo al qual tèmpo un bel mattino fu rinvenuto colia gola tagliata, e accanto a lui una daga spuntata e sanguinosa. Allora chi dominava fece spargere la voce, che stanco della prigionia si era egli medesimo con violenta mano reciso la vita. E così tutti ripeterono; ma niuno vi prestò credenza; anzi all'orecchio si bisbigliava, essere gli sgherri entrati per qualche cosa in quella uccisione, e ciò per ordine segreto del duca di Milano, al quale non potevano guari andare a versi cotesti capi di ventura turbolenti sempre e sempre di peso, massime a coloro a cui avessero procacciato un trono. Del resto quando in Piacenza si celebrarono gli ultimi ufficii alle spoglie di Tiberio Brandolini, la plebe solita non solo a confidare

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