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a un'altra vita il castigo delle oppressioni sopportate in questa, ma a vederne colla fantasia anticipati segni, credè di scorgere attorno la bara del morto il demonio sotto forma di un velloso mastino, che ringhiando lo minacciava (i).

Pochi mesi dopo la morte del Piccinino seguiva per e effetto d'idropisia quella del duca Francesco Sforza, capitano per ingegno, per fortuna e per fama superiore a qualsiasi dei suoi tempi e di molti secoli addietro. Sebbene vissuto nelle armi, fu il primo a procurare alla Lombardia riposo e stabilità, primo con Alfonso d'Aragona e Cosimo de'Medici a stringere in una lega tutta l'Italia; da privato divenuto principe, seppe, mediante il forte e savio suo modo di governare, farsi scusare il tradimento di cui si era servito per elevarsi, e, non ostante alcuna sua crudeltà e frode, conseguire in tempi corrottissimi l'estimazione di uomo giusto. Di avvantaggiata statura, di ben complesse membra, agilissimo nelle armi, nella lotta, nel corso; parco di sonno, di vitto, e di parole; acuto nel risolvere , circospetto nell' eseguire, morì dopo essere uscito vincitore da 22 fatti d'armi, e colla corona in fronte di Milano, di Genova e della Corsica. Liberale dell'oro, come quegli che asseriva non essere nato per fare il mercatante, le private lussurie e i pubblici inganni ricopri collo innalzare chiese, riattar vie, costrurre ponti, alimentare letterati, e preporre

(1) Alb. de Ripalta, Ann. Placcnt. 912 (R. I. S. t. XX). — Joh. Si monett. L XXVII. 734.—Cron. mise, di Bologna, 744. 748. - Ann. Foroliv. 226 (t. XXII).

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Lodrisio Crivelli e Giovanni Simonetta a scriver* le proprie e le paterne gesta (1).

Quanto alle compagnie di ventura, Francesco col nome dèi padre riunì la scuola sforzesca sotto di sè, colla propria virtù l'esaltò e se ne cattivò l'affezione, e colle forze del principato la sottomise di sorta, che alla sua morte essa parve come annientata; e in generale, 1$ jpiiti2& italiana, tranne alcuni pochi condottieri, restò smembrata sotto oscuri capisquadra. Quanto al"do|ttinio da lui acquistato, pochi lustri bastarono ad abbatterlo; i suoi figliuoli, dopo avere regnato con infamia, caddero con infamia vilmente, aprendo il paese allo straniero. Vide l'Italia nel giro quasi di un mezzo secolo un Galeazzo Maria avvelenare la madre, e poscia restare scannato ai piedi degli altari; un Ludovico il Moro avvelenare il nipote, usurparne lo Stato, e quindi perderlo, ricuperarlo, riperderlo e terminare la vita di là dalle Alpi in una oscura prigione; un Massimiliano fatto giuoco di Svizzeri e di Tedeschi passare in Francia ancor esso in sembianza di prigioniero; un altro Massimiliano perire di veleno a Firenze, e con un Francesco Sforza, come reo giudicato, come servo vissuto, spegnersi il seme dominante dell'illustre famiglia, cui la bravura e la operosità degli avi avevano elevato dalla gleba al trono, e i vizi e la ignavia dei nipoti precipitarono dal trono nell'esiglio e nel dispregio. 1 RI

(1) Joh. Simonelt. I. XtfXI. 775. segg. — Alb. de Ripalla, 916. —P. Jovii, Elogia, 1. III. 222.

III.

Frattanto Bartolomeo Colleoni, l'inclito condottiero dei Veneziani, circondato dai vecchi suoi camerati e da quell'Antonio Cornazzani che ne lasciò scritta la vita, beeva queste novelle sotto le nere volte del suo castello di Malpaga. Quivi a cerchio seduti intorno ad un ampio focolare, o sotto un folto pergolato fra le risa ed i bicchieri riandavano le passate imprese, ora ascoltanti ora narratori a vicenda, ora a' racconti dell'uno aggiungendo le proprie avventure, ora nel correggerli quistionando, e nella quistione suscitando nuova materia di attenzione e lite. Così passavano insensibilmente dall'una all'altra stagione dell'anno e beato l'ospite apportatore di alcuna novità! beato il primo a conoscerla, a ridirla, a commentarla ! Così a mano a mano s'erano colà intese le ultime gesta, e quindi le nozze, e il viaggio, e la uccisione del Piccinino; così la morte di Francesco Sforza, i tumulti di Napoli, le reciproche gelosie de' principi italiani, ed i più lontani rumori di guerra erano colà stati cagione di straordinarie discussioni ed infervoramenti.

Una sola volta s'era Bartolomeo spiccato per un \. 1457 certo tratto di tempo da quel romito asilo, cioè tre anni dopo la pace di Lodi, allorquando la Signoria cliiamollo a Venezia per fregiarlo del titolo e delle insegne di suo capitano generale. Recovvisi in compagnia di seicento de' più famosi caposquadra, soldati e famigliari suoi. Vennergli incontro sulla laguna il doge, il consiglio, gli oratori delle città suddite e dei principi amici, e tra le grida del popolo affollato nelle

gondole, alle finestre, sopra i tetti, e fin sopra le grondaie del canal grande, Io menarono nel tempio di S. Marco. Terminati i sacri uffici, levossi il doge in piè, e togliendo il bastone del comando dalla tavola dell'altare, e porgendolo al condottiero. « Per autorità e decreto dell'eccellentissima città di Venezia, di noi Principe e del Senato, gli disse, imperatore e general capitano di tutte le genti e armi nostre da terra sarai tu. In segno della tua podestà prendi dalle nostre mani con buono auspicio e ventura questo bastone militare, e sia tua cura e impresa di mantenere e difendere con dignità e decoro la maestà, la fede e le ragioni di qttesto impero. Tu nè provocatore nè provocato eziandio, fuora del nostro mandato, verrai coi nemici a decisiva battaglia: bensi, purchè non si tratti di offesa maestà, ti concediamo sopra tutte le schiere libera giurisdizione e balia » (1).

Ricevuto umilmente il bastone del comando, Bartolomeo fece una convenevole risposta; quindi il doge lo guidava sino alla uscita del tempio, e tutto il consiglio e una parte del senato lo accompagnavano in mezzo a lieti suoni alle sue case, le quali a pubbliche, spese gli erano state magnificamente apprestate. Allora si diede principio ai conviti, alle danze, alle giostre, alle illuminazioni, infine a tutte quelle pompe, che l'età passata vagheggiava come bene, e che la moderna rifiuta come dissipazione. Ma nel termine di dieci giorni tutto questo simulacro di vita svanì; anzi essendo il Colleoni ritornato a Malpaga, ad altro non gli valse che a rendergli, mediante il paragone, più

(1) Spino, Vita del Colleoni, V. 900.

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