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rese sempre vano o malgradito qualsiasi disegno un po' generoso ch'egli proponesse (1): anzi ( nè si sa Lene se la perfida trama fosse ordita dai suoi colleglli o dai nemici) la mano di prezzolati sicarii giunse a insidiarne i giorni. In conclusione Gian Iacopo stancassi di una vita, nella quale i travagli erano grandissimi, il bene nullo; e, colta l'occasione di una tregua, abbandonò il campo, e affrettossi verso Milano, dove avevano frattanto dato origine a molte novità le pretensioni di Lodovico, Ascanio, Ottaviano e Sforza duca di Bari, fratelli dell' ucciso Galeazzo Maria. Avevano costoro col seguito dei proprii aderenti formato una congiura allo scopo di spogliare

(1) Da una lettera di questo famoso capitano ai duchi di Milano, potrà il lettore rilevare cou qual disordine ed insufficienza si conducessero allora le guerre. «Vidi, egli dice, «questa gente de'signori Fiorentini venire con uno trislis« s'uno ordine per modo, ch'io ne ebbi disgusto; senza or

«dine alcuno l'uno homo d'arme lontano dall'altro spesso

« una squadra meschiata coll'altra per medo ch'io non li comic prendeva regola. . . . Una squadra era lontana dall' altra « mezo miglio.

'«I soldati sono alozati ad lor modi l'uno lontano dall'alti Irò senza provisione, nè ordine alcuno, nè di guastatori, «nè de altre cosse expedienti, cum pochissima fanteria vi« delicet 700, de li quali non gli è centocinquanta cum le «corazine etarme expediente,etquantumche io li abia reque«sto et instato più volte, etc. . . .

« . . . . Questi signori Fiorentini. . . . fano vendere le «victualia più caro sii possibile senza limilationo di pretii «ad le robe, la moneta è grossa per modo li hanno mal «slare: poy questi signori Fiorentini sei vene robe in campo « nè della Lombardia nè d'altro, li fano pagare tanti dazii, «chcl è una meraviglia et che è pezo le retcneno nè le lassano « passare Fiorenza eie. ...»

Rosmini cit. t. II. I. II. due. 2 e 4.

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scampo. Nella fretta del fuggire Ottaviano Sforza affogò nell'Addli ; Ascanio, il duca di Bari, e Ludovico detto il Moro, il quale era serbato a più grandi vicende, elessero un volontario esiglio; Roberto Sanseverino, inseguito sempre alle spalle dalle genti della duchessa, riparò in Asti, e quindi in Francia: finalmente entrò in Genova, cui ribellò, poi perdette (1). Uscitone, si congiunse coi fratelli Sforza, e ravvivò la guerra civile nella riviera di Levante; finchè, essendo venuti a maturanza certi loro mapel disusato giogo delle Cento Croci, passano in nbardia, e prima occupano Tortona colle terre attorno, che a Milano ne arrivi il sospetto.

Quest'improvviso colpo spaventò in guisa la vedova duchessa Bona, che si precipitò a far pace coi congiurati, ed a rimettere in loro podestà, per cosi dire, tutto lo Stato. Ma da questo momento appunto cominciarono le sue vendette: posciachè non tardò la buona fortuna a generare tra i vincitori i soliti effetti delle gare, delle discordie e delle nimistà. Insomma Roberto Sanseverino entrò un dì furiosamente nel consiglio della Reggenza, e chiese che senza indugio gli fossero accresciute le paghe e si cessasse una volta di anteporgli nel comando uomini di sangue vili, d'opere codardi. Non avendo conseguito ciò che domandava, sbuffando e minacciando corse a Castelnuovo di Scrivia, luogo di sua dominazione. Quivi MUrmb. pose mano a radunar soldati, innalzar fortificazioni, guadagnarsi gli animi dei fuorusciti genovesi, sedurre i signori del Verme ed i

(1) Rosmini, Vita del Triulzio, 1. I. doc. 41.

e trascinarli ad aperta ribellione. Allora rigetta le proposte di accordo mandategli dalla Reggenza, si dichiara affatto contro di essa, ne arresta i corrieri, ne apre i dispacci, manda la contrada a ferro e a ruba, e si ride delle intimazioni fattegli di bando e di confisca. In tali contingenze la Reggenza formò un esercito, elesse a governarlo Costanzo Sforza e Gian Iacopo Triulzio, e lo inviò contro il Sanseverìno. Nè quelli indugiarono a cingere Castelnuovo di stretto assedio; ma quando la terra fu in necessità di arrendersi, Roberto còlla spada alla mano apertasi la via si mise in salvo (1).

Sciolti da quel pensiero, i capitani milanesi si voltarono sul Piacentino e Parmigiano, e vi si insignorirono delle terre possedute da Pier Maria de' Rossi. S'era egli messo sotto la protezione dei Veneziani. Questi presero da ciò motivo per opprimere il duca di Ferrara, sotto scusa che li impedisse dal sovvenire quel loro raccomandato. Ruppergli perciò guerra, e in cotesla guerra tutta l'Italia partecipò. Il papa Sisto IV per la brama d'ingrandirsi alle spese del duca di Ferrara; i Genovesi, i Sienesi e il signore di Rimini per rispetto del Papa si aderirono a Venezia: Napoli, Milano, Firenze, Mantova e Bologna stettero dalla contraria parte. Costoro elessero a condurre la guerra Federico d'Urbino: i Veneziani chiamarono da Siena al loro servigio col grado di luogotenente generale Roberto Sanseverino (2), e gli diedero per

(1) Donati Basali, Chr. (Milano 1492, senxa nuui. di pag.). — Corio, VI. 852.—Rosmini, cit. h III. 96.

(2) Colla paga di 80,000 ducati, e con gli stessi vantaggi già conceduti al Colleoni. Rosmini, cit. I. III. doc. 31.

compagno Bernardino figliuolo di Carlo da Montone.

Rapidi progressi segnalarono a prima giunta le fatiche di questi due capitani. Occupato il Polesine di Rovigo, occupato Coniacchio e Lendinara, dopo un lungo assedio sulla fronte di Federico d'Urbino s'impadronirono altresì di Figheruolo; per lo che oramai le loro scorrerie si distendevano sino a Ferrara, e molto più in là ne sarebbero andate le armi, se un esercito napoletano capitanato dal duca di Calabria non avesse astretto il Papa a richiamare piucchè in fl etta alla difesa di Roma Roberto Malatesta con tutte le soldatesche della Chiesa. Vennero queste a batit asos. taglia col nemico a Civita Lavina presso Velletri. Prima della mischia, scórse il Malatesta tra i capisquadra un giovinetto di nobile presenza e riccamente armato. Chiamatolo a sè, gli domandò chi fosse. « Son Gian Iacopo Piccinino, rispose il garzone arrossendo ». « Ebbene! sclamò Malatesta, eccoti una bella occasione di vendicare nel sangue aragonese l'iniqua morte del padre tuo ». Detto fatto, consegnogli il destro corno e mandollo alla pugna: commise il sinistro ai fuorusciti del regno di Napoli, riserbò la battaglia a se medesimo. Entrambi gli eserciti combatterono a lungo con disusata costanza e ferocia'. Alfine Y arrabbiata foga del Piccinino e la superiorità delle fanterie pontificie, che, inframmettendosi a' cavalli nemici, sbudellavanli alla sicura, costrinsero i Napoletani a volgere le spalle. Roberto Malatesta, accolto in Roma a trionfo, di fatica, o, come si disse, di veleno ministratogli invece di premio, vi morì (1). :, .

(J) Alb. de Bipalta, 967 (t. XX), — Samito, 1ÌM. —Sfa

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