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tando. Se non che venne a scioglierli da ogni dubitanza la perfidia medesima di Filippo; il quale, non contento d'avere confiscato tutti gli averi del Carmagnola pel valsente di quarantamila ducati d'entrata, tentò di farlo avvelenare col mezzo di un fuoruscito milanese. Intimata pertanto la guerra, la repubblica 2714TM6"senz a'tro indugio consegnò a Francesco il bastone di capitano generale (1). ."

HI.

Diede principio alle ostilità l'acquisto repentino di (/marzo Brescia, occupata dal Carmagnola col favore di alcuni suoi partigiani. Rimanevano ancora da espugnarsi la rócca e la parte ghibellina della città. Egli in quattro mesi d'assiduo lavoro circondolle intorno intorno di due grandi fosse, delle quali l'ima lo difendesse contro gli assediati, l'altra gli servisse di riparo contro l'esercito mandato dal duca di Milano a soccorrere 20 9bre la piazza; e intantochè i condottieri nemici stanno disputando dei varii mezzi di conseguire quel fine, a loro veggente se ne impadronisce. Seguitarono spontaneamente la sorte di Brescia, Salò e tutta la riviera del Benaco, con tanta prontezza sottomettendosi al Carmagnola, che il duca Filippo Maria pel sospetto di molto maggior male precipitossi a trattare un accordo coi Veneziani. Ma tosto incuorato dal generoso voto dei Milanesi, che offrirongli per la continuazione della guerra ventimila uomini pagati coi proprii denari, disdisse la parola data, e s'affrettò a mandare giù pel Po un fiorito naviglio contro Casalmaggiore (2).

(1) A. de Billiis, V. 81. — M. Sanato, 982.

(2) P. Bracciol. V. 341 (t. XX). - A. de BiHiis, V. 92.

Stavano a guardia di Casalmaggiore cinquanta fanti. 28m.v»« Costoro, dopo avere respinto molto bravamente il 42/ primo assalto, patteggiarono di rendere la terra fra tre dì, se in quell'intervallo di tempo non giungesse ad essi verun soccorso. Ciò saputo, il provveditore veneto mandò a Mantova a domandare aiuto al Carmagnola, che colà stava raccogliendo armi ed armati per la nuova guerra. Il Carmagnola, sia che riputasse inutile l'impresa di soccorrere Casalmaggiore, sia che la credesse temeraria, rispondeva a'messi: « non ci essere modo di arrivare a tempo: saper bene quanto vaglia Casalmaggiore: non volere per così poca cosa mettere tutto lo Stato a repentaglio: del resto, quando tutto il suo esercito si troverà in punto, tre giorni basteranno a ricuperarla » (1). Adunque senza contrasto i ducali entrarono in Casalmaggiore: Di là trasferirono le armi contro Brescello sull'altra sponda del fiume, ma con ben diverso successo; impercioccbè venendovi assaliti nel medesimo tempo dalla guarnigione e dalle genti sbarcate dalle navi della Repubblica, lasciavano sotto le mura le armi, il bagaglio, il tesoro e 1200 morti. Se non che otto giorni dipoi, quasi per compenso, Niccolò Piccinino, che già militava ai servigi del Visconti, rompeva sotto Gottolengo le squadre venete, sparse qua e là a meriggiare per la campagna.

Questa avversità ammaestrò il Carmagnola a cingere quindinnanzi gli alloggiamenti con un giro di carri; dietro ai quali i balestrieri potessero riparare un improvviso assalto. Ciò ordinato, traversa l'Oglio,

(1) M. Sanuto, 994.

tenta Cremona, piglia ii castello di Bina su quel fiume, ottiene a patti Montechiaro, e di colà, cambiata per viaggio repentinamente direzione, giunge nonaspettato :\ Maclodio tre miglia discosto dall'esercitoducale. Non mai nelle guerre d'Italia eransi vedute in cosi piccolo spazio tante genti raccolte sotto tanti e sì famosi condottieri (1): ma i continui dispareri, per non dire nimistà, di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino ogni cosa sconvolgevano e ritardavano nell'esercito milanese. Il duca s' avvisò di recarvi sufficiente rimedio, preponendo al governo di tutti Carlo Malatesta, per età, per ingegno, per esperienza, infine, tranne lo sterile pregio della nascita, per ogni altra dote inferiore a'compagni. Ciò fu una giunta al male: posciacliè nè le gare vennero sopite, nè l'obbedienza accertata.

Due vie mettevano dagli alloggiamenti milanesi a quelli di Venezia, cui il Carmagnola, simulando paura, aveva con grande lavoro fortificato. La più breve, quella che i capitani più giovani intendevano di scegliere per venire ad assalirlo, era una sottile lista di terra a guisa d'argine, alquanto rilevata a destra ed a sinistra sopra a fangose paludi impraticabili alla cavalleria. Aggiungevasi che il Carmagnola vi aveva nascosto nella boscaglia non pochi arcieri e balestrieri, e qua e là interrotto l'argine con travi e fossi. Queste cose erano pervenute a notizia di Angelo della Pergola e di Guido Torelli, entrambi insigni condottieri del campo ducale; epperò consigliavano di pigliare l'altra strada più lunga, ma più sicura. Al contrario

(1) Vedi la nota XVI.

Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, in ciò solo concordi, fervorosamente ragionavano: « breve essere la via, breve in ogni caso il pericolo: per essa giungersi direttamente al cuore dei nemico: del resto troppa fatica avere il Carmagnola speso, troppa paura dimostrato nel fortificare il proprio campo, perchè si possa dubitare ch'egli voglia escire a ingaggiar battaglia, oppure inoltrarsi su per l'argine incontro agli assalitori ». Insomma tanto costoro dissero, tanto tempestarono con argomenti in apparenza buoni e più animosi, che il Malatesta, ultimo al pensiero, primo al comando, ne abbracciò la sentenza.

La mattina dell'I 1 ottobre fu da lui scelta per la 1J4^re battaglia. Mandaronsi avanti alcune bande di fanti e di cavalli leggermente armali: s'avviò dopo di esse il Malatesta con 500 lancie: dietro a lui Sforza e il Torelli: alla coda di tutti Niccolò Piccinino. Arrivate sull'argine tutte coteste genti lentamente vi si affilavano in massa; indi a non lungo tratto di cammino scoprivano la prima testa de'cavalli nemici che venivano ad affrontarle. Fu la battaglia nè lunga nè sanguinosa. Respinto gagliardamente dal Carmagnola, il primo squadrone dei ducali ripiegò sopra il secondo; il quale disordinato da quello scontro, ed impedito ugualmente di avanzarsi e di combattere dalla calca, che gli era non meno davanti che di dietro, stette alcun tempo come sospeso. Frattanto la cavalleria di Venezia raddoppiava l'urto alla fronte, e i suoi arcieri e balestrieri appiattati nella palude ferivano con un nembo di strali nei fianchi e nelle spalle le schiere nemiche già riversantisi le une sulle altre. In breve la costoro esitazione cambiossi in fuga. Avresti allora

mirato il comune fervore di scampo crear comune impedimento, e chi oppresso dalle armi, e chi affogante nel limo rimaner prigioniero. Solo il Piccinino, dato ordine a' suoi di farsi via co' ferri per mezzo ad amici ed a nemici, come fulmine fuggendo, si ridusse in salvo (1).

Fu la vittoria compiuta, ricchissimo il bottino, presi 10,000 uomini, morto quasi nessuno. Quella sera stessa i soldati vincitori, giusta il costume, rimisero in libertà i prigionieri. Lamentaronsi di ciò i provveditori col Carmagnola; ei domandò se non ve ne rimanesse più alcuno: udito che ancor ne rimanevano circa 400 « Non sia, esclamò, che questi prigionieri abbiano più dura sorte degli altri » e senza più li fece disciorre. I provveditori, soffocata in petto l'ingiuria, scrisserla con nere interpretazioni a Venezia.

Dissesi, e allora e dopo ripeteronlo gli storici, che il Carmagnola avrebbe potuto nel primo calore della vittoria riportata a Maclodio impadronirsi di Milano, e che noi volle. Ma in un tempo, in cui la più vile terricciuola opponeva la più lunga difesa, chi crederebbe possibile occupare per via di un subito assalto tanta città, di tutta Lombardia la più grande, sede ducale, munitissima, pienissima di abitanti per uso e per necessità sottomessi all'antico giogo dei Visconti? Nè Venezia, sempre così riguardata nelle sue risoluzioni, nè mai tanto desiderosa di acquistare, quanto sospettosa di perdere, avrebbe acconsentito a cosi grande

(1) Sanuto, 998. — Corio, 644. — Joh. Simonett. 214.— A. «le Billiis, VI. 102. segg. — Cron. iTAijobbio, 966. — Redus. de Quero, dir. Tarvis. 864 (R. I. S. t. XIX).

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