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di Federigo iti imperatore contro gli Svizzeri, i quali assediavano la città di Zurigo (1).

Asprissime rupi, d'onde l'acqua ribalza spumeggiante tra perpetui ghiacci e solinghe praterie, per raccogliersi qua e là in laghi di bellezza meravigliosi, avevano nodrito uomini di cuore e di costume proporzionati alla fierezza di quella natura. Divisi in piccoli territorii, l'uno dall'altro indipendenti, ma tutti sottoposti alla giurisdizione dell'impero, gli Stati, dei quali ora si compone la Svizzera, già tempo andavano compresi sotto il nome di Alta Alemagna: Zurigo, Soletta, Basilea, Berna e Sciaffusa erano città imperiali; Zug e Friburgo obbedivano ai conti d'Absburgo, Lucerna all'abate di Murbach, Glaris e Appenzello ai monasteri di Seckingen e di San Gallo: per ultimo Dry, Schweitz e Underwalden sotto forma di libertà ricevevano governatori imperiali. Numerosi e potenti feudi e ricche abazie limitavano da ogni parte i dominii di codeste città: particolari confederazioni le guarentivano dalle oppressioni dei vicini, cautela molto usata allora nell'impero germanico, in cui gli interregni e gli scismi aprivano il campo a giornaliere violenze. Così stette la contrada piuttosto obbliata che in pace; finchè i soprusi messi in opera dai conti di Absburgo affine di riunirla tutta sotto la propria obbedienza, condussero Ury, Schweitz e Underwalden ad espellere i vicarii imperiali e giurare di vivere libere o morire. Una vittoria con me- A 131$

(1) Sismondi, Hist. des Fran^ais, t. XIII. 355.

morando ardire e fortuna riportata a Morgarten suggellò il generoso proposito: il comune pericolo e bisogno accrebbe il numero dei fautori e degli alleati. Sorse cosi come una lega di Slati, ciascuno di per se slesso indipendente, ma unito agli altri mediante certe condizioni. 11 cantone di Schweitz le prestò il nome; portentose virtù e stupende vittorie le procacciarono consistenza e gloria perenne.

Però costretti dalla povertà nativa ad opporsi a piè, con poche armi da difesa incontro le squadre a cavallo dei gentiluomini armati a piastra e a maglia, avevano gli Svizzeri con successo pari all'audacia immaginato un nuovo genere di milizia. Conctossiacltè, ristringendosi a piedi nell'ordinanza, non d'altro muniti che di un petto di ferro o di cuoio e di una grande spada pendente sulle schiene , piantavano contro ai cavalli quasi uno steccato di picche lunghe 18 piedi; delle quali le prime, venendo da quelle dietro sostenute, rendevano impossibile non meno il romperle per subitaneo impeto, che il respingerle a viva forza. Pochi cuoprivano di maglia il dorso e le braccia, nessuno il capo; quei pochi, in cambio delle picche, maneggiavano làbarde, lunghe tre braccia e col ferro in punta acuto, e più in giù rivolto in forma di scure: costoro, tostochè vedevano i proprii picchieri alle prese coi picchieri nemici, speditamente si intromettevano fra gli uni e gli altri, ed o col taglio delle labarde segavano le aste ostili, oppure colla forcatura le conficcavano a terra (1).

(1) Adriano, Disciplina milit. 1. II. p. 211 (Venezia, 1566). — De Zur-Lauben, liiit. milit. do Suisscs, 1. I. p. 34. segg. —

Monti e laghi poi con pericolosissimi esercisti di caccia e di pesca addestravano all'arme siffatta gente; e ve la educavano i magistrati, sia preponendo premii lille uccisioni degli orsi e dei cinghiali, sia obbligando tutti a trattare le armi. A tale effetto essi le somministravano ai più poveri, e tratto tratto rassegnavano ed esercitavano gli uomini di ciascun villaggio atti alla guerra. Avresti perciò veduto non senza meraviglia i ragazzetti delle terre un po' grosse maneggiare ottimamente le bombarde, e nella occasione di alcun matrimonio gli adolescenti in ordinanza militare, coi vessilli spiegati, al suono dei tamburi, cogli archi o colle lancie accompagnare gli sposi, e festeggiarne l'arrivo collo sparo delle artiglierie e degli schioppetti.

Machiav. Art. guerr. II. 355 e Ritratti delle cose della Magna.

«Un battaglione di Svizzeri, se fosse composto di mille file, « (intendi righe) non ne può adoperare se non quattro o al «più cinque, perche le picche sono lunghe nove braccia; uno « braccio e mezzo è occupato dalle mani: donde alla prima fila «resta libero sette braccia è mezzo di picca. La seconda fila, «oltre a quello ch'ella occupa con mano, ne consuma un « braccio e mezzo nello spazio che resta tra l'una fila e l'altra, « di modojche non resta di picca utile se non sci braccia. Alla «terza fila, per queste medesime ragioni ne resta quattro e «mezzo: alla quarta tre, alla quinta un braccio e mezzo. Le «altre file per ferire sono inutili; ma servono ad instaurale «queste prime file, come abbiamo detto, ed a fare come un «barbacane a quelle cinque». Art. guerr. III. 376.

« Fanno gli Svizzeri ancora mollo forme di battaglie, intra le « quali ne fanno una a modo di croce; perchè negli spazii,che «sono tra i vani di quella, tengono securi dall'urto de'ncmici « i loro scoppiellieri ». Art. guerr. II. 366.

Camminando poi (secondo l'Adriano) portavano le picche quasi piane sulle spalle, a differenza delle fanterie italiane, che le portavano diritte ed alte qualche palmo da terra.

Sopravvenendo guerra in patria, tutto il villaggio eleggevasi alcuni capi, e convolava allearmi: dovendosi guerreggiare fuori, i capi eleggevano i soldati. Prima di entrare in campagna, lutti insieme deponevano solennemente gli odii vicendevoli e giuravansi fratellanza: ciò fatto, non si chiamavano più tra loro con altro nome che di fratello. Così l'amicizia corroborava gli sforzi della patria carità. Nel medesimo tempo promulgavansi eziandio le leggi della guerra, e se ne giurava l'osservanza. Esse imponevano di obbedire ai capi; di non abbandonare gli ordini; di non fare sedizione; di combattere in silenzio; di non fuggire; di ammazzare sul fatto il compagno che volgesse le spalle al nemico; di non sbandarsi per bottinare prima che la vittoria non fosse compita e datane la licenza; di non ardere gli edificii; di non gettar via le armi; di non guastare i molini e le chiese; di non violare, di non offendere le donne e i sacerdoti inermi: di non dar quartiere durante la mischia. Ai trasgressori era intimata per pena la morte.

Trattandosi di andare a qualche spedizione lontana, ciascuno portava seco un paio di calzari nuovi, e tanta farina di avena, quanta potesse bastare al suo vivere per 14 dì. Riportata una vittoria, q terminata la guerra, i capi raccoglievano la preda, e la distribuivano ugualmente, cioè i cannoni e le bandiere tra i cantoni, l'altro mobile tra i soldati senza rispetto al grado: bensì prelevavasene una certa quantità per ispeciale guiderdone dei più valorosi. Quali fossero le armi dei soldati svizzeri, già dicemmo: qui aggiungeremo, che eglino avevano il costume di ornarsi il capo di piume a varii colori corrispondenti a quelli del patrio vessillo: sopra le armature portavano la croce rettangolare, comune divisa dell'Elvezia. Usavano in battaglia trombe, tamburi e pifferi, e ne traevano un suono più di quello dei Tedeschi grave e tardo. I cantoni di Ury, Underwalden e Lucerna servivansi di corno e di cornetta (1).

Con questi ordini gli Svizzeri difesero la propria libertà, e furono strumento per toglierla agli altri.

VI.

Tale era la gente, contro la quale nell'agosto del 1444 guidava i suoi venturieri il delfino, che diventò poi re di Francia col nome di Luigi xi. Gli Svizzeri, come prima il seppero, staccarono 1600 uomini dall'assedio di Farnsburg, e li avviarono avanti coll'ordine di riconoscere il nemico, e nel caso che lo trovassero al di quà della riviera della Bina, fare ogni sforzo per respingerlo oltre di essa: ma badassero a non varcarla, e molto più ad impegnarsi in un generale fatto d'arme. Vane raccomandazioni! Arrivati a Pratelen, i 1600 Svizzeri videro chei Francesi avevano passato il fiume: tosto gettansi sulle prime schiere, le rovesciano , le oltrepassano, e con cieco furore combattendo, le ributtano tutte sull'altra riva della Birsa.

Questo risultato sarebbe sembrato piucchè sufficiente a qualsiasi esercito: pure non bastò ad acquietare l'ardore di quel pugno di montanari. Disprezzato ogni segno di umana prudenza, disprezzati i comandi

(1) Jos. Simleri, De repulil. Helret. 1. TI. §. 1-12.—Bilibaldi Pirckcimeri, Bell. llelvcl, I. II. p. 13 (Tliesaur. Helvet. hist.).

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