Immagini della pagina
PDF
ePub
[ocr errors]

righi Apennini, quasichè il venire, il pugnare ed il vincere dovesse essere tuttuno: ma quando dalle eminenze di Fornuovo considerarono la grandezza degli alloggiamenti ostili, e i loro scorridori vennero non senza danno respinti dagli Stradiotti veneti, raccontasi che si rimisero non poco da quell'opinione. Crebbero i loro affanni durante la notte, per le continue sanguinose incursioni dei medesimi Stradiotti, e per un molestissimo rovinio di grandine e di pioggia. All'apparire del di, il re tutto armato e vestito, con nove 6i^'a tri personaggi ad una sola divisa, dispose l'esercito massaggio. Marciò nell'antiguardo con 42 pezzi d'arlieria e cogli Svizzeri e gli arcieri Gian Iacopo lzio; gli tenne dietro la battaglia sotto il signore Tremouille e il re in persona: seguili retroIo a governo del visconte di Foix. I carriaggi quali per malizioso consiglio di quel Triulzio, che ora per la prima volta portava l'armi contro alla patria ed al principe suo, non si era lasciata quasi veruna guardia) camminavano alla coda. L'esercito così ordinato passò il fiume, e si distese parte sulla riva sinistra di esso, parte sul pendio della collina.

Erasi frattanto il campo italiano distribuito in nove squadroni. Il conte Sanseverino di Caiazzo con 600 Stradiotti, altrettanti arcieri e 2400 uomini d'arme milanesi doveva investire l'antiguardo nemico: il marchese di Mantova con 1000 tra uomini d'arme e cavalleggieri e 4000 fanti aveva ordine di fare impeto contro lo squadrone del re: Bernardino da Montone colla sua schiera doveva assalirne il retroguardo. Ad ognuno di questi corpi di gente si assegnò uno squadrone di riserbo: e si stabili che tre altri sarebbero rimasti sopra la sponda destra del fiume, cioè due per sovvenire agli incerti casi della guerra, ed uno per la custodia degli alloggiamenti e delle persone dei Provveditori veneti.

[graphic]

Diede principio alla zuffa il marchese di Mantova: e tale fu la furia colla quale (superata non senza grave fatica la grotta del fiume) cacciossi tra l'avanguardia e la battaglia ostile, che il re medesimo con tutto lo sforzo dei Francesi accorse frettolosamente per ributtarlo. Ond'è che la mischia, ingaggiata con più ferocia che disciplina, riscaldossi in breve di maniera che, rotte le lancie, cominciarono gli uomini ad adoperare gli stocchi e le mazze d'armi, ed i destrieri a combattere coi calci, coi morsi e cogli urtoni non meno crudelmente di chi li cavalcava. Servivano di vivissimo stimolo ai Francesi l'onore ed il pericolo comune, e l'esempio del re, che in quello scompiglio si votò, se campava, a s. Dionigi ed a s. Martino, patroni della 'monarchia; gli Italiani sopravvanzavano per numero, per ordine, e pel vantaggio di essere gli assalitori, insomma , se il primo e il terzo squadrone della Lega avessero avuto fortuna e bravura pari a quella del marchese di Mantova, è fuori di dubbio che la vittoria sarebbe stata degli Italiani. Ma non appena le fanterie del conte di Caiazzo, delle quali alcune sostenevano lunghissime picche, altre lanciavano freccie c chiavarine, si scontrarono negli Svizzeri del Triulzio, che spaventati dal contegno dei nemici e dalla facilità colla quale mozzavano di netto quelle aste loro sterminate, cominciarono a tentennare, quindi a ritirarsi, ed a strascinare seco loro con tutti i suoi uomini d'arme il conte stesso. S'aggiunse, per sventura d'Italia, che Rodolfo Gonzaga, il quale era stato deputato a chiamare alla zuffa in tempo opportuno i tre squadroni di riserbo, ne fu impedito dalla morte, e questi perciò stettero inoperosi testimonii della mischia; s'aggiunse l'ingrossare continuo del fiume, ed un grandinare tremendo e un travolgersi di pioggia a furia, il che rese difficilissimo il passaggio delle soldatesche italiane dall'una all'altra riva. Cosi lo squadrone del marchese di Mantova reslò quasi solo esposto alle offese di tutto l'esercito francese.

[graphic]

Quivi nondimeno, stante il raro valore degli uomini d'arme italiani, sarebbe durato ancora per qualche tempo il conflitto, se gli Stradiotti, ai quali era stato imposto di pigliare di fianco il nemico, non ne avessero mirato il ricco carriaggio avviato per la collina; i vedere il quale, e partirsi a torme dall'assalto, e trarre i nel proprio esempio altre ed altre squadre non solo i dei compagni, ma dei fanti e degli uomini d'arme, fu il fatto di pochi istanti. Allora il marchese di Mantova, trovandosi stanco e sfinito dall'ineguale contrai sto, pensò a ritirarsi. Senonchè questo consiglio era i divenuto tanto più difficile ad effettuarsi, quanto era più mescolata la zuffa, e malagevole il guado. E già i alcune sue squadre vacillavano di fuggirei e già prese da panico terrore quelle pure lasciate sopra la destra riva negli alloggiamenti rompevansi a fare lo stesso, ingombrando di carri e di artiglierie la via maestra; se per una parte il marchese con grande senno e costanza non avesse trovato modo di ritenere i suoi, e per l'altra il conte da Pitigliano, scappato durante quel trambusto dal campo francese, colle grida e

voi. ni so

eoll'esempio non avesse riordinato e raffrenato le altre schiere. Rituffati gli Italiani nel Taro, il re si affrettò a raggiungere il suo antiguardo, dove Camillo Vitelli, e il Secco, e il Triulzio facevano caldissima istanza di proseguire la vittoria e compierla affatto col rivalicare il fiume, ed assalire il campo dei nemici sparsi e sbigottiti.

Passò di questa guisa la giornata al Taro, perduta dagli Italiani per la perizia militare di altri Italiani, per la rapacità e la indisciplina delle proprie soldatesche, per avere sminuzzato in troppe parti l'esercito, per non avere saputo servirsi con profitto delle artiglierie, e soprattutto (non vuoisi dissimularlo) per la contrarietà della fortuna; posciachè, se il fiume non avesse messo quegli ostacoli, che mise, al passaggio delle squadre di riserbo, o se Rodolfo Gonzaga avesse potuto chiamarle a tempo opportuno, è molto probabile che la battaglia avrebbe avuto un esito assai differente. Però la dissi perduta; ancorchè i Veneziani, allegando in contrario l'acquisto delle salmerie, nemiche, se ne gloriassero come di vittoria, ed innalzassero per commemorazione di essa in quel luogo una cappella, e promuovessero il marchese dal grado di governatore a quello di capitano generale. Ma gli Italiani si erano uniti in lega ed erano venuti a battaglia per impedire il ritorno ai Francesi; ora essendosi ritirati non solo senza aver conseguito il loro intento , ma con molto maggior numero di morti e còn molto maggiore paura, vinti furono a infamia di loro stessi, che avevano due o tre volte più gente del nemico.

Durò il fatto d'arme un'ora, cioè un quarto d'ora nella mischia, e tre quarti nella ritirata; la quale fu resa sanguinosa dal furore dei Francesi, che gridando l'uno all'altro: Ricordatevi di Guinegatel (avevano eglino perduto alcunanno innanzi nel luogo di tal nome una battaglia per la troppa smania di bottinare) non davano quartiere; anzi non così tosto un uomo d'arme italiano era caduto, che tre o quattro dei loro valletti gli si scagliavano addosso colle scuri a fracassargli maglie ed ossa. Cosi 3300 soldati della Lega vi restarono uccisi. Fu tra costoro Gian Iacopo, postumo rampollo dei Piccinini. A Bernardino da Montone, che ultimo e quasi morto fu portato via dalla zuffa, il Senato di Venezia accrebbe il grado e lo stipendio (1).

Levossi il re Carlo l'alba seguente senza suono di ' jjjj* trombe, e, preceduto dal Triulzio che colle molte sue amicizie gli agevolava il cammino, non senza gravi stenti si condusse ad Alessandria, e quindi in Asti. Indi a poco, conclusa pace con Ludovico Sforza, e riscattatosi per mezzo milione dalla insolenza delle proprie bande svizzere, con ben altri pensieri rivalicava le Alpi.

Esaminando ora d'uno sguardo questa fatale spedi' cione, vedremo che l'imbecillità di Piero de' Medici, la rea politica di Ludovico il Moro, il mal animo dei sudditi, l'infedeltà o la codardia o la imperizia delle soldatesche, la stolta fretta medesima di Carlo via,

(1) Guicciard. II. 368. segg. — Cornine*, Vili. 12. — A. Navagero, p. 1905 (t. XXlIt). — Gìovìo, 11. 99. segg. — Rosmini, cit. VI. Ul. segg. —Corio, VII. 947. —Guill. de Villeneuve, Mèmoires, p. 263 (ap, Petitot, Collection de mèmoires, t. XVI). —Bembo, storie, 1. II. p. 135 (Milano, 1809). — Benedetti, // fatto d'arme al Tara.

« IndietroContinua »