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di nave, dava bando del capo al provveditore, e all'ammiraglio Antonio Rizzo, e condannava in contumacia secondo le antiche leggi il Trevisano « per « essere stato rotto... in vitupero del dominio, e a per non aver fatto il suo dovere; immo vilissime t essersi portato; immo perchè andò pregando gli « altri che fuggissero via» (1).

Ma sulla fede del Carmagnola covavansi frattanto orrendi sospetti, cui l'alterigia de'cittadini bramosi di rinvenire una causa estrinseca alla propria disfatta, e l'interesse di chi per essa si ritrovava in prigione od in dispregio presso l'universale, fervorosamente fomentavano. « Lui non solo, si esclamava, aver mirato senza turbamento cotanto eccidio, ma ancora negato di sovvenire le navi del più leggiero presidio. Forse il Piccinino, forselo Sforza si sarebbero avventurati a mettere sopra i legni del Pasino le proprie squadre, se per patti precisi non si fossero prima assecurati del conte, del conte che un'altra vplta, essendo vincitore-, aveva col rilasciare i prigionieri reso inutile il proprio trionfo? ora poi chi non vedeva aver lui accertato la vittoria ai nemici? » (2). Però, siccome appo lui erano tuttavia armi, fama, aderenze e affetto di soldati, nè la necessità di ostare gagliardafi) Sanuto, 1017 (t. XXII).

(2) Quanto cieca credenza prestino gli scrittori Veneziani al tradimento del Carmagnola, mostranlo per es. le parole del Sanuto « i nemici avean il vantaggio di venir giù a seconda ed «armati, e già sapeano l'animo del Carmagnola, che egli avca « promesso di non si muovere, ne di venire a dare alcun « favore alla detta nostra armata (p. 1016), » — e V. il Navagero (p. 1095 E, t. XXIII).

Voi. in. 3

menteai vincitori ammetteva indugio, il senato, quasi per celare meglio il segreto rancore, riprese alquanto leggermente il condottiero dell'occorso, e tosto per mostrargli d'aver dimenticato ogni fallo gli spedì in dono parecchi destrieri che erano stati presi al nemico (1).

Ma altri accidenti affrettavano la sventura sul capo del condottiero piemontese. Una fiera epidemia tolse in pochi giorni all'esercito 8000 cavalli. Ciò impedì straordinariamente le operazioni da guerra. S'aggiunse a questo la sempre crescente timidità della repubblica, e non so quale scissura nata tra lo stesso Carmagnola e i condottieri soggetti a lui: perilchè, mentre le schiere da lui comandate dimorano inoperose dentro Brescia, i ducali invadono il Monferrato, spogliano quel marchese dell'avito dominio, e sospingonlo profugo a Venezia ad irritarvi col vivo aspetto dei proprii mali lo sdegno contro chi ne viene riputato la <8 8iire cagione. Sopravvenne un altro caso a moltiplicare le 143( ire ed i clamori contro il Carmagnola. Un condottiero dell'esercito veneto sorprese di notte tempo una porta <Ji Cremona. Venuta l'alba, non potendo resistere a tutto H popolo accorso in arme, cedette, si richiuse nella torre chestava sopra alla porta, e mandò al Carmagnola invitandolo a venir tosto ad occupare la città. Questi, sia che dubitasse di qualche tradimento, sia che temesse di non giungervi a tempo, sìa forse che mandar tutto l'esercito non potesse, e mandarne una parte non credesse bastante, per quanti messaggi ricevè, non si mosse. In conseguenza la torre ritornò in po

ti) Navagero, cit. p. 1096. B. — Sanuto. 1018. D.

tere del nemico, e Io scampanio già incominciato a Venezia per l'acquisto di Cremona, venne interrotto con tanto maggiore esacerbatone degli animi, quanto che dà più pena il perdere che il non possedere (1).

Tra questi eventi l'anno 1451, torbido pei Veneziani, malaugurato pel Carmagnola, perveniva al suo termine.

V.

Al principiare della seguente primavera, essendo A. (432 andata a male la trama in quel mezzo ordita dai Veneziani, affine di avvelenare il Visconti (2), vedevano questi soprastare allo Stato una guerra dubbia, anzi rovinosa, ed a tal guerra esser quasi necessario di preporre il Carmagnola, che aveva liberato (sclamavasi) i prigionieri fatti a Maclodio, ommesso d'impadronirsi di Milano, messo in bocca ai nemici l'armata del Trevisano, privato con manifesta colpa la repubblica dell'acquisto di Cremona, e sempre risposto alle riprensioni de' provveditori con minacele e scherni (3). Avevanlo sul finire dell'anno mandato con 4500 cavalli nel Friuli contro gli Ungheri; ma terminata quella spedizione, era pure stato mestieri di ravviarlo all'esercito di Lombardia, e abbandonargliene il supremo governo. « Ora, chi assecurava la repubblica, ch'ei non fosse per aggiungere delitto a delitto, e per suggellare col tradimento una riconciliazione col duca di Milano, suo consanguineo, rifacendolo signore di

(1) Sanuto, 1026. — Navagero, 1096. .

(2) Cibrario, Morte del Carmagnola, doe. p. 71.

(3) Cavalcanti, St. Fior. 1. VII. c. XL1X.

Brescia e di Bergamo, forse anche di Verona, di Padova, di tutta terraferma, immolandogli tutte le schiere, e passando finalmente coi più fidi in Milano a raccogliervi il premio dell'infame contratto? E chi assecura Venezia, che in tutto ciò egli non lavori al proprio ingrandimento, egli, che per cagione della moglie si trova più vicino d'ogni altro al trono di Lombardia? Dovrà adunque il senato di Venezia rimettersi in mani, le quali, quand'anche per gran prova di bontà non si volessero chiamare traditrici, certo sarebbero per lo meno straordinariamente ignave e disavventurate? Casserallo adunque? Ma ciò sarebbe lo stesso che riunire il Carmagnola col duca Filippo Maria, ed abbassare di tanto Venezia di quanto monterebbe Milano. E poi quel Carmagnola, che ha spento non meno nei capi che nei soldati l'amore e la riverenza alla repubblica per circondarne se stesso, come non se ne varrà egli per seminare nell'esercito dissidii, ritrosie, fughe, tumulti, e, che dich'io, rubellioni e tradimenti? Però, se il tenerlo per capitano generale è di estremo pericolo, se il licenziarlo è di estremo danno, ora che la guerra è imminente, i soldati presti agli affronti, il nemico grande e vittorioso, forse le trame di total sovversione già ordite e pronte, che dovrà farsi mai del Carmagnola? » 11 consiglio de' dieci non osando sciogliere di per iSmarto sè questo terribile dubbio, deliberò di aggiungersi 20 nobili del collegio de' Rogati, sotto pena di avere e di persona a chi ne facesse parola. Il dì appresso fu dato ordine al segretario Giovanni de Imperiis, che senza dimora si conducesse a Brescia con lettere credenziali pel conte Carmagnola, e dopo i saluti e le raccomandazioni consuete, procurasse di fargli vedere: « come non sembrava alla signoria conveniente per quell'anno di muovere la guerra sulle sponde dell'Adda,'siti pieni di selve e di paludi; nè essere ragionevole senza il presidio di una buona flotta di pensare a Cremona. In conseguenza sembrare molto più opportuno di trasferire le armi oltre il Po contro Parma e Piacenza, massime che quivi tornerebbe a vantaggio della repubblica l'amicizia del Gonzaga signor di Mantova, dal quale il passo del fiume e sarebbe accertato alle sue genti, ed impedito alle inimiche. Questo essere il desiderio del senato: ma prima di appigliarsi a veruna risoluzione, desiderare di conferirne a viva voce col proprio generale capitano. Supplicarlo pertanto di volersi recare a Venezia tanto più presto, quanto che per cosiffatta consulta appunto vi si aspettava di giorno in giorno il Gonzaga».

Con queste ragioni doveva il de Imperiis indurre il Carmagnola a seguitarlo a Venezia. In caso che il conte dicesse di sì, doveva quegli subitamente avvertire i Dieci del giorno che venisse stabilito alla partenza. In caso che il conte si scusasse o negasse di venire, doveva il de Imperiis per non adombrarlo chiedergli in iscritto il suo parere circa il governo della prossima guerra, e frattanto nel più segreto modo concertare col provveditore, col podestà, e coi capitani di Brescia i mezzi di arrestarlo, e rinchiuderlo in quel castello. In quest'ultima supposizione si raccomandava ad ognuno di essi di far fare buone guardie per tutte le terre, e

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