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CAPITOLO QUARTO

Italia lega di Cambi-ai alla pace di Ulojon.

A. 1509-1516.

Bartolomeo D'alviako Gli Svizzeri Gian Iacopo Tridlzio Fabrizio E Prospero Colonna.

I.

Prima di entrare nel racconto della terribile guerra, che con universale conflagrazione dell'Italia scosse dalle fondamenta la repubblica Veneziana, crediamo pregio dell'opera d'indicare brevemente quale fosse la costituzione militare delle sue provincie di terraferma.

Avevano quivi le' ordinanze delle cerne avuto veramente tutto quello sviluppo, che (non fatto caso dei sentimenti di onore e di amore patrio) si poteva dar loro. Nel 1432 al campo del Carmagnola si annoverarono 8000 pedoni e undici migliaia di cerne (1): sette anni dopo il doge Foscarini approvò gli statuti di Padova concernenti le prestazioni militari (2). Dovevano i provveditori, ciascuno nella propria provincia, descrivere tutti gli uomini d'ogni villaggio idonei a servire sia colla sola persona in qualità di armigero ovvero di guastatore, sia colle cavalle e colle carra. Posciachè tutta questa gente era stata descritta', do

(1) M. Sanuto, Vite dei dogi, p. 1029.

(2Ì Statuto Paduce, 1. VI. rub. I. slat. 32,(Venezia 17C8).

vevano pure i medesimi provveditori farla rassegnare una o due volte al mese per mezzo di parecchi ufficiali deputati a ciò: dovevano eziandio in caso di guerra chiamarla alle armi, e distribuire in giusta misura il peso delle paghe, cioè tre quarti sopra il Comune a cui essa gente apparteneva, il rimanente sopra i Comuni vicini. Le paghe erano di 20 lire al mese per ogni uomo e di 105 per ogni carro. Andavano esenti dal servizio personale, ma non così dall'imposta delle pughe e dagli altri carichi reali, coloro che, abitando in città, possedevano beni nel contado. Soprastavano non lievi multe a chi mancava, o non mandava al campo altri in sua vece.

Da principio coteste cerne erano fornite soltanto di arme lanciatone e manesche. Nel 1490, essendosi fatta manifesta la utilità dei nuovi strumenti da guerra, la signoria con non mediocre spesa fece venire da lontano uomini esperti nel maneggio dello schioppo o dell'archibugio, e li mandò per le terre del dominio, acciocchè lo insegnassero alla gioventù: ordinò che in ogni villaggio almeno due giovani, i quali perciò sarebbero andati franchi da qualsiasi gravezza, vi si assuefacessero; infine dispose che una volta all'anno si facesse unaragunata generale al capoluogo, e quivi si tirasse al bersaglio, e la patria del vincitore andasse per quell'anno immune dai tributi (1).

Tali erano in sostanza gli ordini dei Veneziani intorno le cerne. Alle cerne univansi talora col nome di partigiani gli uomini più arditi del dominio, che o

(1) Bembo, Storia di Venezia, L I. p. 75 (Milano 1809). — Slattila Padua, cit.

per amore verso lo Stato, o per desiderio di fama, o per bramosia di guadagno, si mettevano alla coda dell'esercito, e vi fornivano tutti i servigi della fanteria leggiera. Ogni altro ufficio militare ai mercenarii soli era affidato: imperciocchè quella medesima Venezia, che obbligava i suoi capitani di galeazza di accettare battaglia contro a 25 navi nemiche, aveva per lo contrario infino dai più remoti tempi vietato ai suoi gentiluomini di farsi capi di più che 25 soldati. A questa deliberazione era ella stata spinta da una esagerata gelosia di libertà; e intanto non temeva di commettere la difesa della- terraferma nelle mani di venturieri, ch'erano ben lontani dal servirla con quella fede e con quell'entusiasmo, che sono proprii di chi combatte per la patria, pel proprio nome, per la propria potenza, per tutto se stesso.

Sedici sarà', divisi in tre ordini o classi, erano in Venezia deputati a ragunare il senato, ed a riferirgli, quelli del primo ordine, le cose dell'amministrazione e della politica generale dello Stato; quelli del terzo, le cose del commercio e del mare; ai savii del secondo ordine apparteneva la sopraintendenza della milizia terrestre. Solitamente in guerra eleggevasi al comando di tutte le soldatesche un capitano generale, e dopo di lui un governatore generale, il quale riceveva il carico di vegliare sopra la disposizione del campo, sopra la disciplina, sopra le marcie, sopra gli alloggi, sopra l'artiglieria e le munizioni. Si l'uno che l'altro di essi dovevano per regola fissa essere forestieri a soldo. Due gentiluomini veneziani col titolo di provveditori seguivano l'esercito, e ne concordavano le operazioni sia alla volontà del senato, sia alle necessità delle Provincie.

In pace, i soldati stavano alla guardia delle città e delle fortezze, e venivano coi tributi locali pagati a mese a mese. Al governo di ogni città era preposto un podestà ed un capitano. Quegli, coll'assistenza di alquanti giurisperiti, giudicava le cause civili e criminali: questi aveva la cura di tutte le soldatesche, delle mura, delle castella, delle porte, dei daziie delle pubbliche entrate non meno della città che della provincia. Dipendeva da lui il camerlengo, il quale era particolarmente preposto a riscuotere i tributi e a dare le paghe ai soldati, e il castellano, il quale teneva sotto la sua speciale vigilanza il castello, e le armi, le munizioni e le artiglierie che vi erano dentro. Nelle minori terre il podestà suppliva a tutto con comando civile e militare (1).

Tali erano gli ordini militari della terraferma veneta, imperfetti nella essenza, imperfetti nel modo; conciossiachè nè tutti i sudditi erano sottoposti ugualmente ad essere chiamati alle armi, nè i chiamati avevano sufficiente esperienza, o stimolo da buon guerriero. Aggiungi che la nobiltà veneziana, nella quale risedeva l'anima e la testa dello Stato, era per legge rimossa da ogni servigio guerresco in terraferma; sicchè la repubblica non poteva essere bastantemente difesa nè dalle forze dei suoi sudditi, nè da quelle della metropoli. Bentosto una fatale contesa, sommaci) Contarono, La repubblica e i magistrali di Vineqia, 1. 111. f. 35, e 1. IV. f. 61. 63 (Venezia 1548). — Marcaldi, Relaz. della repubblica venez. (ms. della Biblioteca Salimiana).

mente rovinosa non meno a Venezia che a tutta l'Italia era per far toccare con mano, chela prima condizione della durata di uno Stato è il pieno sviluppo di tutte le sue forze materiali e morali; nè pieno si può esso riputare giammai, finchè in caso di pericolo non possa il governo valersi delle braccia di tutti insieme per sua salvezza. Perduto in una zuffa di tre ore il retroguardo di un fiorito esercito, ben avrebbe la repubblica, mediante l'affezione dei suoi sudditi, potuto contrastare a palmo a palmo il dominio terrestre, se pari alla affezione avessero eglino avuto uso d'armi, alti sensi di onore e di bravura, e proprii e sufficienti capi. Al contrario quella parziale sconfitta bastò a ridurre la repubblica alle antiche lagune, e metterne a repentaglio la esistenza. Grande lezione pei principi che volessero sceverare la loro causa da quella dei popoli!

* IL

Non mai aveva l'Europa mirato una più vasta e io ii.re compatta lega di quella, che contro ai Veneziani 1508 stringevano a Cambrai Luigi xn re di Francia, Massimiliano i re de'Romani, il papa Giulio u, e Ferdinando il Cattolico re di Aragona; ai quali poco stante si aggiungevano ancora Carlo duca di Savoia, Alfonso d'Este duca di Ferrara e Francesco Gonzaga marchese di Mantova. Comune stimolo di tutti era l'ambizione; ma ognuno di essi aveva il proprio suo fine. Giulio il faceva per ricuperare Cervia, Ravenna e le altre terre che la Repubblica aveva usurpato alla Chiesa subito dopo la morte di Alessandro vi; Massimiliano per vendicare le vergogne ricevute nella passata guerra;

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