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da Perugia, di un La Ha n zio da Bergamo, e di un Sancoceio da Spoleto, i quali condottieri avevano cominciato a rimettere in onore la milizia a piedi. Vi furono pure introdotti 10,000 tra Schiavoni, Greci e Albanesi delle ciurme, 600 uomini d'arme, 1300 Stradiolli, e altrettanti cavalleggeri. Questi erano retti da un Leonardo da Prato, già cavaliere gerosolimitano, quindi corsaro, poscia condottiero nelle guerre di Napoli: alfine, essendosi testè recato a Venezia, aveva profferto se stesso e una somma di 5000 ducati in servigio dello Stato, ed aveva ottenuto quella condotta (1). ,

Comandava a tutta codesta gente con suprema autorità il Pitigliano, cattivo capitano in aperta campagna e nelle arrischiate fazioni, ottimo nella difesa delle tene, e in tutte quelle imprese, a compier le quali fosse uopo specialmente di prudenza e di fermezza. Cominciò egli dal pigliare in piazza da tutte le soldatesche un solenne giuramento di fedeltà; quindi colla solita accuratezza le dispose alle guardie dei siti. Bentosto sopravvenne in persona ad assediare la città Massimiliano re dei liomani, accompagnato da cento e più migliaia di combattenti, e da cento e sei pezzi di artiglieria. Ma sia per l'imperfetto, maneggio di questa, sia per la bravura dei difensori, sia per la mala intelligenza che passava nell'esercito assediante tra i cavalli e i fanti, e tra i Francesi ed i Tedeschi, tutto cotesto apparato di guerra, il maggiore che l'Italia avesse veduto dal Barbarossa in poi, svani appiè delle mura di Padova. Dopo quaranta giorni d'inutili co

(I) Da l'orto, Lett. ht, p. 88.

nati, Massimiliano si trovò nella necessità di levare il campo, e ritirarsi a Verona. I Veneziani onorarono di pubbliche esequie e di una statua equestre il Pitigliano morto indi a non guari di febbre a Lonigo (1).

III.

Questa nobilissima difesa acquistò a Venezia l'ai A. isioleanza del papa Giulio 11, il quale, siccome aveva coll'aiuto della Lega ricuperato alla Chiesa le città di Cervia e di Ravenna, così pensò coll'aiuto di Venezia di insignorirsi di Modena e di Ferrara, e quindi liberare affatto l'Italia dalla forza straniera. Fu pertanto di comune concerto risoluto di uscire in campagna. A tale effetto venne creato governatore generale dell'esercito Lucio Malvezzi, e capo di tutte le fanterie Renzo da Ceri di casa Orsina, a cui testè per ispecialissimo favore aveva la repubblica concesso la facoltà di armare le genti della sua compagnia colle armi che si serbavano nel pubblico arsenale.

I capitani veneti non volevano nè cedere al nemico, nè venire a battaglia; perciò trincieraronsi nel luogo delleBrentelle tre miglia presso Padova, nel qual luogo molti argini e tre fiumi formavano un naturale schermo ed ai loro alloggiamenti ed alla vicina città. Ma noi facevano già agli abitanti di Vicenza, i quali spontaneamente erano ritornati alla divozione di Venezia: sicchè al primo avvicinarsi degli stranieri, abbandonata la patria, chi quà, chi là colle famiglie e colle robe più preziose cercarono salute. I più si ridussero

(1) Bembo, X. Ul. Mèm. de Bayard. ch. XXXII. 2SO (l'elitot, Cvllect. de niémoirei).

in certe grotte dette i covali, scavate parte dalla natura, parte dalla mano degli uomini affine di estrarne pietre, nei monti che stanno a cavaliere della città. Hanno coteste grotte comunemente la bocca stretta a guisa di porta: ma poi a misura che dentro vi ti inoltri, le vedi allargarsi, e quasi foggiate per mano di scultore riscontri vaste sale, e folti colonnati, e tremuli zampilli, e in seno alla terra limpidissimi laghetti. Alcune hanno, altresì il pregio di non so qual vento freschissimo, che fuori ne sorte a certe ore della giornata: in parecchi luoghi chiamasi l'ora; ai paesani giova per, conservare meglio il vino.

Già nelle guerre precedenti si erano i Tedeschi serviti di cani, che andavano al fiuto rintracciando per le biade e per le spelonche i fanciulli e le donne nascoste (1): ora toccò ai venturieri picardi la volta 25magg. di mettere a prova la loro crudeltà. Mille e più Vi- '5,° contini eransi ricoverati nel covolo di Mussano :-e il covolo di Mussano fu teatro di orribile misfatto. I venturieri, dopo avere invano esperimentato di introdurvisi a viva forza, chiusero la bocca dell'antro con tronchi e frondi, e vi apposero il fuoco: quindi aggiungono senza indugio legna a legna, e fiamme a fiamme, sicchè in breve il vasto incendio occupa tutta l'entrata. Mescolato al crepitìo delle fiamme ed allo schiamazzare dei soldati, un cupo gemito, a guisa di ruggito, echeggiò per qualche tempo dalle viscere della montagna : poi lentamente affievolendosi cessò. Allora, quetate le fiamme, e sgombrato l'adito; i Piccardi desiderosi di preda precipitaronsi entro

(I) I'orcacchi, Nota al Guicciard. Vili. 370.

il nero sotterraneo. Miserando spettacolo! Mille e più Vicentini arsi dalle fiamme, o soffocati dal fumo, o privi di aria giacevano a terra spenti. In alcuni le bocche stravolte, la fosca pelle, gli occhi schizzati dall'orbita, i nervi delle braccia e delle gambe stranamente contratti rendevano testimonianza di orribili tormenti. Taluno, nel quale la vita od a prima giunta o insensibilmente era mancata, non guasto, non rimutato nell'aspetto, stava prosteso a terra in disparte: ma i più di ogni età, di ogni sesso accalcati gli uni sugli altri ingombravano il fondo della funerea spelonca; e fredde accanto ai loro pargoli giacevano le misere madri sconciatesi nell'atroce agonia, e sotto le vesti della moglie di Teofilo Montanari avresti ritrovato le membra irrigidite de' sei figliuoletti ch'ella vi aveva nascosto. Di tanti infelici un solo, di tenera età, trovatosi per avventura dappresso a un breve spiraglio, quasi per miracolo campò. Ritornato poi alla luce tutto diverso in vista e stupefatto raccontò, come al primo divampare delle fiamme alcuni gentiluomini si erano bensì mossi per uscire e capitolare separatamente coi nemici; ma che gli altri compagni a forza li avevano tirati addietro, gridando di dovere tutti insieme vivere o morire. Così conseguirono la loro preda i venturieri picardi! (1)

Del resto le fazioni guerresche di quell'anno in Lombardia si ridussero a piccoli effetti. Prese il Molard, capitano di fanteria francese, la fortissima terra

(1) Mim.de Bayard, eli. XL. p. 329. — Da Porto, Leti, istor. p. 188. — Guicciard. IX. 27. — Bembo, X. 241. - A. Mocenici, Bell. Camerac. 1. III. k. iiii (Venezia 1525. Citansi i libri e le lettere al fondo di pagina, quando vi sono).

di Legnano; s'impadronirono i Tedeschi col ferro e col fuoco di Monselice, ricevendo sopra le punte delle picche i difensori che per cansare le fiamme buttavansi giù dai merli : al contrario i Veneziani, benchè ricavassero molto vantaggio dai contadini, i quali amavano meglio di lasciarsi ammazzare che di rinnegarne il nome, invano si sforzarono di sottomettere Verona. Quando già le artiglierie l'avevano sfasciata di un lungo tratto di muro, non fu nei fanti italiani, sdegnati per la dilazione delle paghe e confusi per la morte dei proprii capi, quella virtù che bastasse a proseguire l'assalto; talchè non solo abbandonaronlo, ma tutto l'esercito della repubblica si sarebbe disciolto, se il senato, sotto pena di svaligiamento, di carcere e di infamia non avesse antivenuto la diserzione (1).

Fu la fortuna più favorevole alle schiere inviate s'n"a

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contro il duca di Ferrara dal papa Giulio H; il quale in vecchia età, sotto nevi e freddi smisurati, e sotto i colpi nemici, fu visto disporre le artiglierie attorno la Mirandola, ordinare le soldatesche all'assalto, e farvisi calare dentro per la breccia (2). Ma, essendo succeduto al Chaumont nel comando della Lombardia il maresciallo Gian Iacopo Triulzio, non tardò a rivolgere in contrario i successi della guerra. Infatti primieramente ricuperava la terra della Concordia, poscia si insignoriva di Bologna, e da ultimo sotto le mura di questa città sbaragliava l'esercito della Chiesa

(1) Guicciard. IX. 58. — A. Mocenici, m. iii. —Bembo, XI, 281. — P. Giustiniani, XI. 455.

(3) Mim. de Bayard, ch. XLIII. p. 350.— Guicciard. IX. lOi. — Bembo XI. 499 —A. Moceuici, n. iii.

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