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La giornata di Novara, che sarebbe stata un' impresa pazza, se il successo non l'avesse resa gloriosa, come ridonò agli Svizzeri la Lombardia, così persuase l'Alviano, il quale in codesto intervallo si era inoltrato fino a Piacenza, a retrocedere piuccbè in fretta fin dentro Padova. Tennergli dietro i confederati, e con non dissimile temerità si spinsero fino a veduta di Venezia. Ciò fece nascere nell'Alviano il pensiero di richiuderli tra Padova, Treviso e la laguna. Detto fatto, s'accosta a Vicenza con 250 uomini d'arme e 2000 pedoni guidati da Giampaolo Baglioni, mette 4000 fanti comandati in Montecchio, introduce in Barberano 500 cavalli, fa occupare dai villani tutti i passi dei monti, e con fossi e con tagliate e con macigni e con alberi attraversati rompe tutte le strade. Egli poi, dopo avere consegnato Vicenza in guardia a Teodoro Triulzio, si fermò coll'esercito a Olmo, due miglia più in là verso Verona, in un luogo per arte inespugnabile, col proposito di non combattere a bandiere spiegate, bensi, dovunque si volga il nemico, inseguirlo e molestarlo.

Gli alleati, come prima si videro chiuse a questo 7 ghre modo in faccia le vie del ritorno , deliberarono di 1513 salire i monti fino a Trento, e di colà, se Verona non fosse ancora perduta, stare alla sorte di calarsi per la valle dell' Adige. Così concluso , mossero in silenzio il campo verso Bassano, e colle sai ine rie in fronte si affdarono pazientemente per viottoli pantanosi e affossati, dove agli impedimenti della natura

de Fleuranges, ch. XXXVII.— Mèra, de la Tremouille, ch. XXII (t. XIV). — Mém. de M. du Bellay, I. I. p. 237.

ad ora ad ora si aggiungeva il gravissimo tempestare delle archibugiate tirate a man salva dai contadini. Erano anche alla coda ed ai fianchi insultati senza posa da densi nugoli di Stradiotti; e già non ostante la virtù dei soldati e dei capitani, fatte appena due miglia, mancava loro lo spazio, e la lena di ritirarsi in sicuro, se non li avesse salvali da tanto rischio la imprudenza dell'Alviano, il quale, incitato dalla solita furia, e vieppiù dalle esortazioni del provveditore Loredano, sclamando di non volere incorrere nella sorte del Carmagnola, urtò a occhi chiusi nel retroguardo nemico.

Era esso comandato da Prospero Colonna. Questi fece tosto rivolgere la fronte alle sue genti; quindi essendosi unito coi fanti tedeschi del Pescara, e collo squadrone degli Spagnuoli che camminava avanti, con tanto coraggio e maestria investì le fanterie italiane, che le piegò, e pose in rotta. Fu travolta nella fuga generale la persona medesima dell'Alviano con tutte le genti d'arme. Noverassi tra i morti un Carlo da Montone, figliuolo per avventura a Bernardino da Montone nipote di Braccio, il qual Bernardino l'anno innanzi era passato ai servigi dei Veneziani. Fu tra i prigioni il Loredano: ma mentre coloro che lo avevano preso, ora qua ora là trascinandolo se lo contendevano, sopravvenne un soldato che bestialmente lo ammazzò (1).

(1) Guicciard. XI. 92. — Giovio, Ut. XII. 276. — A. Mocenici, Bell. Cameracente, I. V. t. — P. Giustiniani, Ut. Venta. XII. 479. — Bembo, Ut. Venez. XII. 340.

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VI.

Del resto la vittoria all'Olmo non arrecò altro vantaggio agli alleati, che quello di una sicura ritirata: e tranne la stupenda costanza mostrata nella difesa di Crema da Renzo di Ceri, e tranne molte ardite scorrerie dell'Alviano sopra il Veronese e il Friuli, nessun'altra fazione degna di racconto ac1 ATs ca(^e 'n l11^0 e nell'anno seguente. Ma non era appena Francesco 1 succeduto nel trono di Francia a Ludovico xn, che volgeva tutti i suoi pensieri a riconquistare l'Italia. Di qui il principio della tremenda lotta, proseguitasi un mezzo secolo tra lui e l'imperatore Carlo v.

Il re in persona col fiore della nobiltà del regno si accinse alla spedizione; e la dovevano compiere due mila e cinquecento lancie delle antiche ordinanze, 1500 cavalleggeri, 10,000 fanti di ventura, 6000 tra Guaschi, Guiennesi e Biscaglini balestrieri e schioppettieri, e 20,000 Lanzi, oltre un corpo scelto di altri sei mila, i quali avendo militato insieme per ben quattro lustri, dal colore delle vesti chiamavansi le bande nere. Ma se fortissimo era l'esercito, e pronto il volere, e abbondanti le provvigioni, non meno difficile appariva il superare le Alpi, di cui ogni adito conosciuto dalle pennine alle marittime era stato occupato dagli Svizzeri padroni del Pieinonte e della Lombardia, e chiuso con forti alloggiamenti, e trinciere, e traverse.

Sopperì a tanta difficoltà l'animo gigantesco di Gian Iacopo Triulzio, il quale si offerse di aprire un nuovo e sicuro passo non solo ai fanti, ma alla cavalleria, ai cannoni ed all'immenso carreggio dell'esercito. Infatti già da più mesi, nel percorrere furtivamente le più segrete sinuosità delle Alpi, aveva egli notato una via, che spiccandosi dal Moncenisio saliva per la valle della Dora, e quindi, lasciandosi a man sinistra il Monginevra, con terribili piegamenti per disusate valli arrivava ai gioghi dell'Argentiera. Tosto gli era sorta in mente l'idea, che quella via potesse servire a invadere l'Italia ; epperò, mentrechè stava governatore nella città di Lione, aveva preparato argani, ponti, traini, e ogni altro ordegno necessario all'uopo. Venuta ora l'occasione, cosi fatto cammino, appena noto ai più arditi Alpigiani, [fu dal maresciallo italiano proposto al giovane re di Francia; e questi, contro l'opinione di tutti, e specialmente del Lautrech e del Navarro, i quali erano stati spediti apposta a speculare il sito, approvò l'impresa, e scelse per mandarla ad effetto il Triulzio medesimo.

Cominciò il Triulzio coll'avviare innanzi 3000 guastatori acciocchè acconciassero i sentieri; quindi, presa seco una provvisione di viveri per cinque dì, partissi coll'antiguardo da Embrun, guadò a s. Cle^ mente la Duranza, e fermò i primi alloggiamenti alla Gilestra. Il dì seguente non senza grave travaglio superò il colle di Vars, e giunse al piede della balza di s. Paolo presso alle rive dell'Ubaia, che quindici miglia più sotto bagna Barcellonetta. Di colà cominciava veramente la difficoltà della intrapresa, sicchè gli stenti passati dovessero parere un nonnulla al confronto di quelli che soprastavano pel terzo giorno; vincere cioè la balza di s. Paolo, discendere la valle fin al punto (ivi ora è la terra di Glaisoles) in cui vi entra quella dell'Oronaia, poscia risalire l'Oronaia alle sue sorgenti, e montare la vetta dell'Argentiera; e tutto questo eseguire colle pesanti artiglierie, ed in brevissimo tempo per non dare presa al nemico di opporsi, e non ostanti le enormi roccie, e i gioghi, e i precipiziiad ogni tratto interposti. Ma il re voleva quella impresa, e la guidava il Triulzio, ed oltre l'Argentiera era il Piemonte, era Milano, erano le belle donne lombarde, e i ricchi scrigni degli industriosi Italiani; fu perciò senza esitazione posta mano al lavoro.

Diventata inutile l'opera dei cavalli, cominciossi coi picconi e colle scuri a spianare le erte, e su per esse a spalle ed a braccia portare le artiglierie, o trascinarle con corde, o spingerle a forza di petti in sù. Pervenute che erano sopra l'erta, un largo e profondo baratro le disgiungeva talvolta dall'opposta balza. Allora tu avresti veduto alle nuove difficoltà nuovi ingegni e nuove forze supplire; ed ora, mediante robuste funi ed argani fermati agli scogli od ai tronchi d'alberi delle due vette, trainarsi quasi per incantesimo dall'una all'altra cima per aria le artiglierie; ora tra balza e balza con puntella e corde gettarsi un tavolato affinchè serva di strada; ora alle prominenze medesime dei precipizii appoggiare le travi, sulle quali ecco stendersi tavole e fascine e zolle, e condursi settantadue cannoni, le cui pesanti carrette mandano per le inospite valli un non più udito fragore.

Così con maravigliosa industria degli operai e travaglio dei soldati si pervenne ai piedi dell'Argentiera, là dove il colle bipartendo le sorgenti dcll'Oronaia

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