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sconti il rimembrare, come il papa nella passata guerra avesse palesemente soccorso contro di esso lui i Fiorentini; dava affanno ad Eugenio IV il conoscere, come il duca allora appunto gli avesse suscitato contro la schiatta dei Colonnesi, antico e perpetuo travaglio dei romani pontefici. Però Filippo Maria, aggiungendo al proprio odio la certezza di essere odiato, e di potere non solo impunemente ma con profitto vendicarsi, pensò un modo di molestare il papa nelle viscere sue stesse senza offendere per nulla i recenti capitoli della pace. Ninno meglio di Francesco Sforza, giovane, audace, invitto, capo di fiorite squadre, padrone di vaste possessioni nella Romagna e nel regno di Napoli, pareva idoneo alla subdola impresa; ma il duca, ognora raggirato dai più vili, ognora sospettoso d'ogni uomo un po'forte, non stimò conveniente di affidargli quel carico, prima che non ne avesse messo la fede ad un sicuro sperimento. Tanto egli ideò, tanto eseguì. Dimorava il condottiero tranquillamente nella sua Cremona. 11 duca gli scrisse invitandolo di venire sul fatto a Milano, e consegnò la lettera ad un Simone Ghilino suo famigliare, con ordine preciso, se Sforza viene, di accompagnarlo, se tituba o ricusa o fugge, di ammazzarlo. Francesco, non isconturbato punto nè dalle esortazioni degli amici, nè dagli avvisi ricevuti per via, segui senza indugio il messo a Milano. Tanta prontezza gli bastò presso il Visconti, che trapassando di colpo da sommo sospetto a somma fiducia, lo accolse qual figlio, e lo pose a parte di tutto l'animo suo. Bentosto ogni cosa fu concordata tra loro. Francesco Sforza chiese pubblicamente licenza di andare nel regno di Napoli affine di ricuperarvi alcune terre stategli occupate da Iacopo Caldora (1). Il duca glielo assentì. Allora quegli invitò con particolare bando tutti coloro, che avessero qualche credito verso le sue soldatesche, a porgergli i loro riclami. Come li ebbe soddisfatti, unì le sue alle genti'di Lorenzo Attendolo, e si avviò verso Bologna.

Un salvocondotto, carpito al pontefice sotto ombra di amicizia, aperse al condottiero il cammino sino a Forlì. Quivi riposò dieci dì: frattanto pervenivano a maturità le ascose pratiche di ribellione da lui seminate nelle città attorno. Ad un tratto esse scoppiarono. Scopresi egli allora inopinatamente per nemico , e sfoderando certa lettera vera o supposta del concilio di Basilea, dove gli viene commesso di impadronirsi di quella provincia, occupa, a guisa di fulmine, Iesi, Potenza, Monteolmo, Recanati, Ascoli, Fermo ed Ancona. A questi danni congiunse anche temerariamente lo scherno; avvegnachè intitolava i suoi dispacci: « dal caslel nostro di Fermo a dispetto di Pietro e di Paolo (2) ». Giubilò il duca Filippo Maria al ricevere queste nuove; chè secondo gli occulti concerti collo Sforza, ogni nuovo acquisto doveva essere fatto a suo nome, e lo illudeva la vana presunzione delle signorie di pretendere fedeltà da chi è loro strumento per ingannare altrui. Ma chi

(1) Joh. Simonett. II. 224. —Blond. Flav. Hist. dee. IH. 1. V. p. 474 (Basilea, 1559).

(2) Bonincont. Ann. Min. p. 140 (t. XXI). — Joh. Simonett. III. 226. — Pctr. Russ. Hist. Senens. p. 46. — IlBoninContriera allora soldato di Sforza; anzi poco stante fu gravemente ferito all'assedio di Montefiascone. -". -'. - '-Mn. i . :. . aveva mancato di fede al Papa per conseguire, non dubitò di mancarne al duca di Milano per conservare. Quando i cittadini di Osimo si presentarono al cospetto di Francesco Sforza, e si profferirono pronti a concedersi in obbedienza al duca Filippo Maria « Non qui fa mestieri di duca nè di Milano, rispose ad essi il condottiero bruscamente; io solo vi ho vinti; che io solo vi acquisti! Se vi annoia obbedire a me, tornatevene pure addietro; vi otterrò per forza».

Ma la Romagna non era la sola provincia dello Stato della Chiesa ove si facesse sentire il peso delle armi di ventura. Un altro capitano, Niccolò Fortebraccio, con temerità pari alla gagliardia delle membra aveva sottomesso Vetralla, Assisi, Montefiascone, Tivoli e Città di Castello; ed essendo aiutato sfacciatamente dai Colonnesi, già si era indirizzato verso Roma col risoluto proposito di violare le soglie del Vaticano, e strapparne la sacra persona del Romano Pontefice. Nè vi ha dubbio, che il sacrilego disegno^ riesciva, se la pietà o l'interesse di alquanti saccardi con anticipato avviso non lo avessero antivenuto. Roma, chiuse le porte, messe le guardie sulle mura, tra il prurito di rubellione e gli stimoli della fame, contemplò lunga pezza le quotidiane scorrerie del condottiero: il quale sbaragliava i papali a Genazzano, accozzavasi con Francesco figliuolo di Niccolò Piccinino, e un po' colle armi, un po' con una bugiarda patente del concilio di Basilea, s'assoggettava la maggior parte del Patrimonio, e della Campania e Marittima. Frattanto lo Sforza,' superato l'Apennino, riceveva a patti Todi, Toscanella, Otricoli, Terni e Suri, senzachè Michele Attendolo, condottiero dell'e

serrito pontificio, ritenuto sia dal difetto di danaro, sia da qualche altra men buona e più segreta cagione, pensasse punto ad opporgli il menomo impedimento.

Alla fine Firenze e Venezia, impietosite dalle grida dello spogliato Pontefice, coll'opporre l'un condottiero all'altro, arrestarono i progressi di entrambi. A tal effetto, proposero simultaneamente cosi a Fortebraccio come a Sforza un onorevole accordo, stipendio al mese di 4000 ducati, e riconoscerli per vicarii delle terre occupate. Fortebraccio, acciecato da non so quale superbia, rifiutò; Sforza assentì; perlochè essendo stato tosto dichiarato marchese di Fermo e vicario e gonfaloniere della Santa Sede, voltò addosso al Fortebraccio le proprie genti accresciute da quelle di Michele Attendolo e di Niccolò da Tolentino (1).

Ma vegliava alla difesa di Fortebraccio l'acerbo sdegno del duca di Milano non meno contro il Pontefice, che contro il medesimo Sforza, reo di troppo recente tradimento. Per ordine del duca Niccolò Piccinino entrò nell'Umbria con una eletta schiera, e tal animo infuse in Fortebraccio, che questi costrinse il Papa ad escire da Roma sotto mentite spoglie, e cercare in Firenze asilo e salvezza. Quindi i dueeserciti ostili, anzi le due scuole della italiana milizia, con pari ansietà posaronsi l'uno a fronte dell'altro; e, moltiplicando ogni di fra di essi gli sdegni e le ingiurie, già l'Italia s'era come rizzata in piè a contemplare per quali accidenti la vittoria definisse tra loro il primato

(I) Bl. Flav. Hist. I. cit. 479. - Joh. Simonett. 928. — Ammirato, St. Fior. 1. XX. 1093. - Machiav. St. Fior. V. 67.

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dell'armi; allorchè una infermità venuta a Francesco Sforza, e poscia una tregua di sei mesi sopraggiunsero a differire quella decisione ad altri tempi e luoghi (1).

Col favore dicotesta tregua, Niccolò Piccinino scorse fin sotto Bologna, città ognora smembrata tra faziosi e malcontenti, vi si congiunse a 2000 cavalli speditigli da Milano, e volendosi approfittare delle gare, che sapeva essere insorte nel campo ecclesiastico tra Niccolò da Tolentino e il cardinale legato, s'avanzò da Imola verso Castel Bolognese preparato a far battaglia. Divideva gli eserciti un rivo molto profondo e grosso d'acque: uno stretto ponte a filo della via Emilia ne - congiungeva le ripe molto alte e precipitose. Di là 2J^"° dal ponte sopra la strada stavano accampati i pontificii, di quà si erano fermati i ducali. 11 Piccinino, considerato il terreno, che verso meriggio andava scoscendendosi in valli e poggi, per folti sterpi e segrete macchie opportuni alle imboscate, quivi si appostò coi più bravi a sopraccapo del ponte: nel medesimo tempo mandò alcuni fanti ad appiccare zuffa col nemico al di là del ponte; ma con ordine, che a poco a poco ritraendosi in sembianza di fuga, procurassero di condurlo sotto l'agguato.

Fu l'esecuzione conforme affatto al divisamente Era allora per caso la maggior parte de' pontificii sparpagliata per le campagne ad assicurarne le ricolte: i restanti, quale con armi, quale senza, tostochè sentirono che il ponte era assalito, vi si precipitarono in massa per difenderlo. I ducali, fatta breve mostra di resistere, cominciarono a ritirarsi: quelli

(2) Joh. Simonett. 232. — Spirito, L'altro Marte, c. XLIX.

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