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fine Niccolò Piccinino trincierossi a Soave di là dall'Adige, e ingombrò di fosse e di tagliate il paese sino alle paludi del fiume. Era Sforza già pervenuto a Ferrara, e non tan^Ie istanze de'cittadini di Brescia e dei Veneziani, quanto il desio d'onore spronavanlo a mettere in opera tutto il suo possibile per salvare quella città. Dispone pertanto il suo cammino più in alto verso la collina, e, mentre il nemico sulla vetta viene trattenuto da una mano di scorridori, egli a corsa passa sottovia con tutto l'esercito. Ciò astrinse il Piccinino a ritirarsi di quà dall'Adige, ed a munire di genti e di trinciere le sponde del Mincio di dove egli esce dal lago di Garda insino a Mantova. Nel mede- 2J"ì;r0 simo tempo con un'insigne vittoria dissipava il naviglio che i Veneziani tenevano sul medesimo lago. Così ogni via un po' conosciuta di soccorrere Brescia parve loro interclusa.

Rimaneva, è vero, la strada dei monti per chi si fosse avventurato a salire la nordica punta del lago. Ma enormi ostacoli si frapponevano al passaggio di un esercito: primieramente aspre balze, stretti sentieri, minacciosi torrenti: poi il paese e il lago in mano dei nemici, la difficoltà dei viveri, eia impossibilità di maneggiarvi la cavalleria. Tuttavia essi non furono bastanti a sgomentare Francesco Sforza. Mandate in Verona le salmerie, si inoltrò con grave fatica sino al lago- di s. Andrea; quindi, non cessando

-K'tltta 8 li'i.. i -.i(iiUJ . j u! r MiKt ..il'*';'l ii 'i ri il/, nel 1440 da un accidente apopletico e trasportato a Padova vi morì tre anni poi. La Repubblica gli fece innalzare un monumento equestre. V. Jovii, Elog. virar. 1. II. p. 199.— Sanuto, Vite dei dogi, 1063. — Cristof. da Soldo, St. Bresc. 798 (t. XXI).

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di montare, giunse a Peneda, e finalmente piantò le tende nella valle del Sarca. Sfavagli a destra Arco, a sinistra Riva di Trento e il lago, a fronte la rócca di Tenna, tenuta dai ducali. Ac0statevi le macchine, tosto sopraggiungeva a difenderla il Piccinino con gente sbarcata a Riva: perlochè, rinfiammandosi vieppiù gli sdegni tra assediati ed assediatori, un 9 9bre di venne la pugna crescendo a forma di giudicata battaglia. Già i seguaci del Piccinino , sopraffatti dal numero e dalla costanza dei nemici balenavano, quando, sforzate le trinciere, si mostravano inaspettatamente sulle creste dei monti circostanti i cittadini di Brescia. Colai vista persuase i ducali a fuggire. Fuggirono chi alle navi, chi a Riva, chi pei dirupi, chi nella rocca di Tenna. Fu tra questi ultimi il Piccinino.

i Ma non appena vi era dentro, che, pensando quanto fosse debole il sito, e con quanta cura ve lo assedierebbe Sforza, il quale pur testè gli aveva bandito sul capo una taglia di 5000 ducati, deliberò di escirne, u soccombere almeno tentando. Trovavasi per avventura nel castello un nerboruto Tedesco, suo famigliare; a costui ordinò di chiuderlo in un sacco, gettarselo in spalla, e, come se fosse una parte del bottino fatto dai vincitori, portarlo tra mezzo ad essi. Detto fatto: il corpicino magro e scrignuto del condottiero aiutò l'astuzia, gli alti e quadrati omeri del buon Tedesco fecero il resto. Così Niccolò Piccinino entrò a salvamento in Riva (1).

(1) Joli. Simonett. 280. — Crisi, da Soldo, 814. — Alachiav. V. IL Rosmini, St. di Milano, 1. IX. p. 347. — Un po' diversamente viene questo fatto raccontato in una croniclietta ms.

Ma in quel bizzarro tragitto aveva già egli mulinato i modi di rifarsi a doppio della vergogna e del danno riportato. Sapeva « in Verona essere poca e mala guardia: a Peschiera, sull'altra sponda del lago, stare in pronto un fiorito esercito sotto il governo del Gonzaga; la stagione fredda prestare mano all'impresa: nelle operazioni straordinarie non di rado essere l'immaginare più che il conseguire difficile >. Concluse pertanto di assalire Verona, il cui acquisto lo avrebbe certamente compensato d'ogni male, che fosse per risultare dalla liberazione di Brescia. Nè all'audace disegno seguitò men prestamente l'esecuzione. Montato a Riva in un barchetto, traversò il lago a voga arrancata, raggiunse a Peschiera il campo ducale, il condusse di notte sotto Verona, ed appoggiate le scale al luogo indicatogli da un disertore, ne fu prima signore che i cittadini e la guarnigione lo t69br« sospettassero.

La nuova della perdita di Verona recata da un fuggitivo al campo dello Sforza sotto Tenna non trovò sulle prime credenza; bentosto accorsero a confermarla messi sopra messi. Egli allora pensò di appor

di Brescia: «Nicolò Pizinin se cazò in uno castello chiamato «Tenno, e lo magnifico Gatamèlata (leggi Sforza) si gli accampò « intorno, sperando aver la persona sua, et faceali far grande « guardia, e per esser la peste in Ten, vedendo Niccolò Pizzi« oin per altra via no poter uscir dale man di Gatamèlata, se « fece cazzar in uno sacco sporco e strazzato, e tolto in spalle «per un sottrador (becchino), e una zappa in man e uno « campanelo, lo portò via, sonando lo campando, e visto qne« sto Gatamèlata fece domandar che era quello; lui rispose «che era un morto di peste, che andava a sepelire; et altro «non gli fu dito, perchè di altri se ne portavano».

tare con tanta celerità il rimedio, con quanta era venuta la ferita. Era notte buia, e per neve e per freddo sopra il corso ordinario delle stagioni terribilissima. Congrega nondimeno le schiere, e parte coi preghi, parte colle minaccie le persuade ad accompagnarlo. Giunse così prestamente alle Chiuse, passo angusto quanto il fronte di due cavalli. Era stato questo passo dato in custodia a un Giacomo Marancio; il quale sapendo che la propria famiglia era caduta in potere de'nemici, acciocchè l'amore del proprio sangue non lo inducesse per caso a prevaricare, aveva consegnato il sito in guardia ai paesani amantissimi della repubblica; sicchè il conte non vi rinvenne ostacoli (1). Nulla era frattanto in quella notturna marcia il travaglio della via a monta e scendi per borri e dirupi, appetto all'orribile freddo e al folto nevazio, pel quale chi perdeva la mano od il piede, chi n'aveva guasta la vista: nondimeno stimolati dall'esempio del proprio capitano, e dal desiderio di ricuperare le bagaglie e vendicarsi, proseguivano di voglia, sinchè arrivavano sotto Verona tre notti dopo di averla perduta. - .

Tenevansi ancora per s. Marco la porta di Brajda, il Castel Vecchio, e la rocca di S. Felice. Per questa Francesco Sforza entrò colle sue genti, per questa sorti ad assaltare i nemici sparsi per le vie a far bottino. In breve costoro rotti e incalzati da ogni parte cominciarono a ritirarsi pel ponte detto della pietra: ma il ponte sotto al grave peso de' fuggiaschi preci

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(1) Sabellici, Hist. Venet. dee. III. 1. IV. p. 618. — Sfsmondi, Repubbl. Ital. e. XXIX.

pilo, eia via a chi inseguiva, ed a chi fuggiva nel tempo stesso fu tronca. Sforza rientrò in città con 2000 prigioni. Quanto al Piccinino, se disacerbava il proprio dispetto colla certezza d'avere intanto impedito ai Veneziani di soccorrere Brescia, per l'altra parte lo accresceva a più doppi, considerando che la massima cagione del recente disastro era stata l'inobbedienza di Taliano da Forlì, il quale per quante istanze ne ricevesse non aveva mai voluto entrare in Verona colle sue squadre ad assicurarne il possesso, e che Taliano aveva disobbedito forse per comando del duca Filippo Maria; il quale sembrava volersi valere di lui per tenere in bilancia i due emuli condottieri (1).

VI.

Giunse tra questi travagli al suo termine l'anno 1459; e Niccolò Piccinino, bramoso di appropriarsi quel dominio, che Braccio suo congiunto e maestro coll'opera di lui aveva posseduto, sollecitava il duca di Milano a spedirlo coll'esercito nell'Umbria. I vantaggi, ch'egli proponeva in cotesta impresa, erano di spaventare il papa e i Fiorentini, ferirli nelle viscere loro col fomento dei fuorusciti, e allontanare mediante la diversione Francesco Sforza da Brescia, il cui assedio era come un mortifero stecco piantato nel cuore dei Veneziani. Deliberatala impresa, passò s"^^io adunque il Piccinino con 6000 cavalli il Po, scese per vai di Lamone nel Mugello, scorse tutto quel

(1) Joh. Simonett. 283. — Crlst. da Soldo, 815.— Sanuto, 1081 — Navagero,110C— Sabellro. cit. p. 620 (Venezia, 1718).

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