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vinti, se ne debbano pagare le improntitudini, vincitori, se ne debbano soddisfare appuntino le voglie e prostrarsi ai loro piè, peggio che se fossero nemici? Dovrà egli adunque, il duca di Milano, mercanteggiare la vittoria dai proprii soldati, e spogliarsi vivo per impetrarne favori? Dai nemici s'accettano patti, ai sudditi s'impongono; e se cedere è d'uopo, cedasi almeno al più degno, e a cui ceduto si sia già >. Infiammato da queste considerazioni, senza più Filippo Maria spedisce in gran segretezza allo Sforza un fidato ministro, acciocchè con lui e coi provveditori veneti conchiuda in fretta una tregua. Ciò fatto, questi si presentò al cospetto del Piccinino, e sfoderandogli un ordine espresso del duca, gli intimò di far cessare immediatamente le ostilità.

Qual rimanesse a questo comando l'impetuosa mente di Niccolò, pensilo chi conosce tutte le tempeste dell' odio e dell'ambizione. Dopo tante battaglie indecise, dopo il recente scorno d'Anghiari, eragli alfine il nemico caduto in suo potere: ancora pochi istanti, ed avrebbe contemplato a suo agio rotta la superbia, rotti gli ambiziosi disegni di Sforza sopra Milano e la Romagna; disfatta quella sua scuola formidabile, e sopra la rovina di essa innalzarsi la propria potenza, e solo e primo rimanere tra i condottieri d'Italia, e forse coll'adito aperto al principato. Ora una sola parola cancellava tutto questo! « Invano per acquistar tempo, e ridurre frattanto Sforza a peggior termine, il Piccinino mise in campo ciancie e preghiere. Il duca di Milano, che voleva la pace, e ad ogni costo e tostamente la voleva, lo fece minacciare di voltargli contro non solo il proprio esercito, ma altresì quello dei Veneziani; e fu uopo al Piccinino di cedere. Racconta nondimeno un contemporaneo (1), che dopo la proclamazione della tregua, essendosi Nicolò recato a visitare Sforza, ambedue nel vedersi si corsero incontro, e baciandosi in volto, e lagrimando di letizia, si gettarono le braccia al collo con esempio seguitato dal loro seguaci. Atto che non parrà improbabile a chi sappia quanto possa una momentanea impressione, e ponga mente al fervido e mutabile ingegno del Piccinino, ed al forte e calcolativo dello Sforza.

Del resto furono incontanente spiantate le bombarde, e rimossi gli eserciti da Martinenge; quindi in Capriana per sentenza di Francesco Sforza veniva ->0 9bre stabilitala pace, e pubblicata alfine in Cremona; dove M4' un mese avanti era egli entrato per pigliarne possesso ed impalmare, come pegno di più alta fortuna, la Bianca Visconti da tanti abni desiderata (2). Al Piccinino furono per ristoro concedute in preda le terre di Orlando Pallavicini nel Parmigiano; e così le costui lagrime pagarono l'altrui allegrezza (3).

(1) Crist. da Soldo, p, 828.

(2) Joh. Simonett. 305. segg. — Sanuto, 1102 (R, I. S. I. XXII).

(3) Spirito, ciL c. LXII.

CAPITOLO TERZO

>Dalla paca di t'appiana alla morta del duca Filippo Maria Visconti.

A. 1441-1447.

Aut. Caldora.— Fu. Sforza.-—.nicc. Piccinino.

I. Affari di Napoli. Tradimento, disfatta, imprete e rovina di Antonio Caldora. Magnanimità del re Alfonso verso di lui.

II. Lo Sforza guerreggiato dal Piccinino e dalla Lega: spogliato della Marca: si vendica di Trailo e di Brunoro suoi condottieri, dai quali era stato tradito. Vicende di Bona e di Bninoro. Fatto d'arme di Montelauro. Grandi preparativi del Piccinino.

III. 11 Piccinino nel mezzo delle speranze è chiamato a

Milano. Suo addio alle schiere: suo cordoglio: sua morte. Sue qualità. Parallelo di lui con Francesco Sforza.

IV. il supplizio di Sarpellione risuscita la guerra contro

Francesco Sforza, che viene spogliato d'ogni cosa. Sua costanza. La guerra è trasferita in Lombardia. Battaglia di Casalmaggiore. Il duca di Milano si piega in favore di Sforza, il quale perciò si prepara a soccorrerlo. Mori» del duca.

Dalla pace di Capi-lana alla morte del duca Filippo Maria Visconti.

1441 -1447.

Aht. Caldoea, Fr. Sforia. Nicc. Piccimno.
I.

Mentrechè sulle sponde del Mincio e dell'Arno il duca di Milano e le repubbliche di Venezia e di Firenze con nuove guerre e nuove paci si laceravano senza utile, senza gloria, senza grandi intenti, nella inferior parte dell'Italia precipitava a finale rovina la potenza di Renato d'Angiò. Aveva egli riposto le ultime sue speranze nella fazione dei Caldorcsi: ma Antonio, il quale n'era rimasto capo dopo la morte da noi raccontata del padre suo Iacopo, era uomo di piccol cuore e di minor fede, lento e infingardo; insomma aveva in sè quanto bastava per condurre a perdizione qualsiasi partito che a lui si appoggiasse. Stimolato dal re Renato ad ire a liberar Napoli dall'assedio postole dagli Aragonesi, rispondeva: «i proprii affari ritenerlo assolutamente nell'Abruzzo: in ogni caso mancargli i denari, nè veder modo di trovarne: venisse il re colà ad accertarsene in persona, e ad esigere i tributi»: e il buon Renato traversava con non più che cinquanta seguaci il campo nemico, e per pioggie, per venti, per nevi e per strade inospite e terribili, ora a pie, ora a cavallo, or combattendo

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