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« che alla pace col Duca di Milano noi ci volessimo disponere; e per tal cagione nostri « ambasciadori con pieno mandato alla sua Serenità mandare: e simile volessimo inducere « e confortare la Signoria di Vinegia. E ch' egli sperava, anzi certo teneva, darebbe a que« ste discordie fine, e metterebbe buona pace; perchè mandato pienissimo aveva dal Duca « di Milano. E che voleva , et era contento che delle differenzie che sono tra la sua Maestà « e cotesta Signoria i nostri ambasciadori ne fossono trattatori: e gli ambasciadori di cote« sta Signoria che andassono là, ancora intorno a questo avessono pieno mandato. Sopra le « quali cose, perchè è materia grave e d'importanza, non s'è per ancora preso alcuno par« tito; ma penseremo et esamineremo sopra ciò; e quanto ci occorrerà, vi significheremo ». E anche papa Martino s'adoperava per la pace tra Firenze e Milano; ora vie più, che vedeva il Visconti minacciato da varie parti. « A di 10 di questo (scrivevano i Dieci allo Strozzi) « entrò el Cardinale di Santa Croce in Firenze; che è venuto per la pratica della pace; e « pensiamo subito partirà per esser costà », cioè a Venezia.

E più che a Venezia, a Firenze si ragionava volentieri di pace; chè i cittadini erano travagliati per le grandi imposte, necessarie alla guerra ; e lo Stato non era tranquillo. Sotto il gonfalonierato di Lorenzo Ridolfi (luglio e agosto ) pongono gli storici una consulta fatta in San Stefano, nella quale avrebbero parlato Rinaldo degli Albizzi e Niccolò da Uzzano quasi nella medesima sentenza , deliberati di metter al popolo freni, e spazzar via dal Palagio la gente nuova. E narrano come Rinaldo si recasse da Giovanni de' Medici per vedere d'indurlo a esser con loro ; e danno le risposte del Medici, piene di quell'accorgimento che fece poi la grandezza della sua casa. Ora io trovo in que' due mesi le consulte dei Collegi e de' Richiesti più frequenti, le trovo piene di doglianze, e di risoluti propositi. Fino dal luglio messer Rinaldo nostro e Niccolò da Uzzano, parlando in nome di tutti i cittadini richiesti a praticare, dicevano : Quod principaliter bortetur Dominatio ut provideatur extirpationi Societatum. Et quod reperiantur leges et reformationes id circa facte : et si est opus aliquid addere dictis legibus , fiat additio , ut totalis extirpatio ipsarum societatum imposterum sequatur. E a' 12 d'agosto, il nostro Rinaldo e Ridolfo de' Peruzzi riferivano per tutti alla Pratica : Quod isto sero, vel saltim cras de mane, Domini mittant statim omnes eorum mazerios ad omnes ecclesias et quelibet alia loca ubi congregantur iste societates; qui mazerii auferant omnes libros et scripturas in aliquo ipsorum locorum existentes , et sigillatas afferant, ne notentur cives , et ne scandala generentur, et in totum comburantur. Et quod precipiatur rectoribus et superioribus eiusmodi ecclesiarum et aliorum locorum, sub gravissimis penis, quod in ipsis ecclesiis seu aliis locis non sinant vel modo aliquo permittant vel patiantur aliquos sic congregari. Et ut modis omnibus obvietur ne huiusmodi congregationes vel societates fiant nec congregari possint ; quod Dominatio vestra claudi et murari faciat hostia ipsorum locorum ubi fiunt tales congregationes, ut nullo modo in ea loca intrari possit. Item , quod fat electio duorum vel quatuor civium, prout Dominationi restre placuerit, qui habeant fortificare legem factam circa predicta de anno MCCCCXVIII (sotto il gonfalonierato di Rinaldo Rondinelli), et illam corrigere et emendare ubi opus fuerit. Et quod ubi in illa lege dicitur , quod Prepositus possit ponere ad partitum omnes qui notificarentur et tamburarentur esse de aliqua societate; quod ibi addatur, quod ipse Prepositus teneatur et debeat sub pena ponere ad partitum etc. Et quod omnes qui fuerint tamburati rel notificati citentur personaliter vel ad domum ; et ante quam ponantur ad partitum, prestetur iuramentum per debentes reduere fabas , quod illas secundum eorum conscientias reddent. Et ubi in ipsa lege reservatur Dominis et Collegiis etc. auctoritas approbandi aliquas societates, amoveatur ista auctoritas et potestas, ut omnes iste societates penilus extirpentur, ne sub specie boni fiat malum, et ne alique congregationes amplius fiant; et ut qui vult orare tel se verberare, id domi sue faciat. Insuper, quod ubi in ordinamentis restris disponitur, quod cum celebratur aliquod scrutinium , prestetur iuramentum per scrutinatores de non reddendis fabis usurariis et soldomitis etc.; addatur, quod aliquibus qui in futurum essent de aliquui societate etiam non reddant. Et quod qui erit Prepositus xvi die mensis novemtris et xvi die mensis maii quolibet anno , debeat scrutinari et ad partitum ponere onines tamburatos et notificatos esse de aiiqua societate. Tanta severità di provedimenti, pe' quali si volevano trattati alla pari i confratelli di una compagnia di disciplina agli usurai e ai bagasci, mostra che Firenze era inquieta davvero. E molti non eran contenti di questa politica guerresca; né le leghe rallegra vano i cittadini smunti di danaro. Il cronista Morelli (Delizie degli eruditi toscani ; XIX, 73), notando nel suo quaderno, come il primo di settembre si fecero « fuochi et festa di Lega fatta col Duca di Savoia », soggiungeva : « Questi « gran Maestri, sotto coverta d'altri, acconciano e loro fatti co'danari, con patti, o con « parentadi. Tu fai conto di havere a mondare pere ». E alla fine dell'anno calcolando lo speso in guerra negli ultimi mesi, ne cavava questa morale : Che la Repubblica non poserebbe mai, se non si risolveva a tagliare il capo, ogn'anno, a quattro de' maggiori cittadini. Noi sappiamo qual sorte sarebbe toccata al nostro Rinaldo, se la Repubblica si fosse governata a modo del cronista Morelli !

A' 25 di settembre i Dieci scrivevano all'oratore di Firenze in Venezia : « La copia del « mandato abbiamo visto; e per quella comprendiamo il Duca (di Milano) avere volontà di « pace : e posto che ciascuno dovessi desiderare la sua disfazione ; nondimeno, avendo ri« guardo al nostro bisogno, desideriamo sommamente la pace. E cosi confortate cotesta « Signoria con buona e dolce maniera, avendo sempre riguardo di fare con modo che non « turbasse il Duca di Savoia. E noi speriamo che costà dovrà essere l'ambasciadore del « Duca di Savoia, che dovrà avere mandato, e ritroverassi a coteste pratiche, e consentirà « a quello si dee; acciò che quello che debba giovare, non nuoca. Noi abbiamo fatto deli« berare il mandato a potere fare la pace in voi per tutto dì xxiii di novembre, che dura « l'ufficio nostro; e la deliberazione hanno fatta i Signori e Collegi e noi, chè cosi si co« stuma. E venendo al fatto, promettete che si ratificherà ; perchè, come crediamo sappiate, « bisogna i Consigli. Ma èssi fatto cosi per non metterla nel vulgo, per non impedire le « provisioni che bisogna fare. Questo modo basta insino alla conclusione, e subito ve la « manderemo in publico; et aviserenvi delle cose che bisognano per noi ne'capitoli che « s'hanno a dare ». Volevano que' « gran Maestri » tener nascosto al popolo l'andamento delle pratiche: e questo prova, che le opinioni in piazza andavano molto diverse dal Palagio. Lo confessavano i Dieci stessi allo Strozzi : « Qui sono molto raffreddate le cose; « perchè non se ne prende quella speranza che a chi tocca dimostra; et ancora perchè la « spesa ne grava; e massime per la dubitazione che 'l fine non riesca ». E a'30 dello stesso mese, i Dieci rimettevano allo Strozzi non solo il mandato, ma un ricordo di « quello ci « pare onesto e ragionevole, e ancora debito domandare ». « E come vedete (soggiungevano) « d'alcune cose facciamo rimissione nella Signoria ; e non dubitiamo, conosciuto la loro « somma giustizia e la singulare affezione ci portano, che le nostre domande giudicheranno « giustissime e ragionevoli; e quello favore daranno per ciò ottenere, che se a loro proprii « toccassono ; perchè noi, versa vice, faremmo in ciascuna loro cosa il simile. Pure, se « alcuna cosa paresse loro da darvi limitazione, ce ne renderete con presteza avisati, per« chè non pensiamo che così di fatto si proceda alla conclusione, massime per rispetto dello « illustre principe Duca di Savoia; chè non sentiamo il suo ambasciadore ancora sia costi : « e con lui pensiamo vorranno tutto conferire, e ancora sentire delle intenzioni e volontà « del detto Duca. Che essendo mosso, come per molti abbiamo inteso, col suo esercito con« tro al nimico, e fatta la 'mpresa, la onestà di cotesta Signoria e nostra richiede il suo « pensiere e volontà sentire. Ma se pure, per caso, l'ambasciadore del Duca di Savoia « fosse costà , e consentisse, e la conclusione fosse in termine e si subita , che non fosse « possibile noi avisare, se alcuna difficultà intervenisse, nè aspettare nostra risposta; per« che domandiamo il Signore che fu d'Imola sia reintegrato nel suo stato, e per gli danni « ricevuti abbia quella quantità pare alla Signoria; e ricusandosi (fattosi in ciò resistenzia, « con le ragioni che evidentissime sono), perchè la conclusione non restasse, in ultimo, « non potendo altro, perché non sia oppinione d'alcuno che noi vogliamo cosa eccessiva , << siamo contenti che la Signoria di Vinegia ne termini quello pare ragionevole; e se nulla « paresse loro convenirsi per questi danni, tanto non resti per questo la pace. Dell'ado« mandare che nè in Bologna nè suo terreno, o più qua, si possa impacciare, non c'è « paruto a onestà nostra dire più: ma siamo certissimi, cotesta Signoria vorrà per loro, « pel Signore di Mantova, e pel Marchese, domandare più oltre: a che voi siate favorevole « in ogni cosa, et in questo et in tutte altre loro domande, che le riputiamo come nostre. « Pensare dobbiamo che il Duca di Savoia ancora vorrà domandare, e meritamente, delle « cose a lui grate; e cotesta Signoria e noi, per la convenzione contratta nuovamente, e per « l'antica benivolenzia dobbiamo in ciò prestare ogni favore possibile: e così v'ingegnate

fare, si che si conservi e augmenti la fraterna carità e amicizia, e non diminuisca in « alcuno modo: chè buona e grande advertenza si dee in questo avere; e che ne' trattati, « pratiche e conclusioni se sarà disposizione di Dio seguiti indegnazione o turbazione, il « detto signor Duca non ne possa prendere, e massime con giustizia : chè posto siamo « desiderosi della pace, pure il debito e onore nostro e onesta volontà de'collegati si dee « considerare, e non dalla propria lasciarsi vincere. E questo siamo certi essere la inten« zione di cotesta Signoria. Il domandare facciamo della pena per la violazione della pace e non ha contradizione, e notorio è per tutto il mondo la rottura di quella fece sanza al« cuna cagione. E questo molto a giustificazione di cotesta Signoria, per essere concorsi « alla nostra giusta difesa, fa; e ancora nostra. Et in questo sono le ragioni tanto efficaci « e evidentissime , che non è bisogno recitarle. I danni e spese infinite, che per difenderci « dalle inique e ingiustissime oppressioni a noi fatte c' è stato necessario sopportare, sapete « quanti e quali sono, che numero non hanno: e non abbiendo così fatto, si potrebbe dire « la nostra libertà e stato essere perduto: e in quanti gravissimi pericoli ci condusse, è « manifesto. Sì che ancora a questo con ogni modo inducete la Signoria alla nostra inten« zione con le ragioni e persuasioni saprete. E puosi col tempo acconciare, che ciascuno « anno pagasse certa somma. Se noi avessimo o potessimo guadagnare delle cose che tiene, « saremmo più pazienti a questa domanda : ma essendo, come siamo, voti di danaro, per le « grandi somme pagate, debba a giudicio di ciascuno la nostra domanda esser reputata , « come è, giusta et equa. Ma, come diciamo di sopra , se la conclusione della pace vedessi « seguitasse subito, e non avessi tempo da scriverci et aspettare nostra risposta , e quello « domandiamo della pena per la pace rotta e per gli danni e spese necessario fatte per la « nostra difesa fosse cagione di non conchiudere la pace, e che l'altre cose fossono ridotte « in concordia ; fattosi per voi, per ottenere le nostre domande, tutto quello vedrete « essere utile; perchè stima e riputazione grandissima a onore nostro e iustificazione di « cotesta Signoria, quanto d'alcuna altra cosa , se ne dee fare; per non lasciare la pace, « siamo contenti rimettiate nella Signoria di Vinegia ne faccino quello pare alla loro somma « discrezione; chè non dubitiamo, alla conservazione dell'onore, riputazione e iustizia loro « e nostra avranno degna e matura considerazione ».

Così scrivevano i Dieci; e per tutto il mese d'ottobre spesseggiarono le lettere con l'oratore Strozzi : al quale, sotto dì 26 d'ottobre , davano avviso, che Rinaldo degli Albizzi sarebbe quanto prima a Venezia, « informato a pieno », per trattare nuovamente di pace fra la Lega e il Duca di Milano, da poi che a nulla erano riuscite le pratiche in Roma. Di là difatti era tornato a' 29 di settembre messer Lionardo Bruni, e avea riferito : « Il fatto della « pace ebbe lungo e vario trattato.... La prima difficultà fu sopra i fatti de' Malatesti ; perchè « dalla parte nostra si domandava, che il Duca di Milano assolvessi e liberassi i Malatesti da ogni « obligo che elli avesse verso loro, e che lui promettessi da qui inanzi de' fatti de' Malatesti « non si impacciare in alcuno modo. E dalla parte del Duca si diceva, che il Duca era con« tento assolvere e liberare i Malatesti da ogni obligo ec. : ma che promettere di non si « impacciare di loro, questo il Duca non lo poteva fare, perchè non era in sua podestà as« solvere se medesimo di quello era tenuto lui a' Malatesti. E questa fu assai lunga con« tesa; alla qual finalmente si prese certa via per mezanità del Papa, in modo che e' ne « risultava l'effetto della prima dimanda. Però che il Papa , come superiore de' Malatesti , « prometteva ch' e Malatesti assolverebbono e liberrebbono il Duca da ogni obligo che a a loro fosse tenuto, e che eziandio se il Duca volesse dar loro aiuto, essi non l'accettereb* bono. La seconda difficultà fu intorno a' fatti di Brescia; però che dalla parte della Lega « si dimandava, che il Duca di Milano lasciassi Brescia con tutte sue forteze e pertinenzie * a' Viniziani: e dalla parte del Duca , questo in niuno modo si consentiva. Fu sopra questa « difficultà introdotto certo mezo dal Papa, cioè che Brescia si diponessi in mano di terza « persona, sì che nè a' Viniziani nè al Duca rimanessi al presente. A questa mezanità gli « ambasciadori da Vinegia non consentirono : e cosi rimase dal principio la difficultå * ne' fatti di Brescia. Poi, notificato la lega di Savoia, furono per la parte della Lega tratti « fuori altri capitoli: cioè, che oltre a quello che si domandava di Brescia , ancora il Duca « lasciasse Genova con tutte sue pertinenzie in sua propria libertà, e promettesse di quella « non si impacciare. Et oltra questo, che il Duca lasciasse Ripa di Trento, e un altro castello « che si chiama Teno in sul lago di Garda, liberamente a' Viniziani. Li ambasciadori del

Duca niuna di queste cose consentivano; ma solo dicevano, voler far pace con questo , che « l'una parte ristituisse all'altra e l'altra all'una tutto ciò che era stato tolto in questa « guerra di qua e di là : al fatto di lasciar Brescia e Genova e Ripa di Trento, e quell'altro < castello, al tutto negavano, e niente consentivano. Per la qual cosa, veduto questa « grande diversità, e veduto che per li ambasciadori del Duca si domandava licenzia; il « Papa disse, che nolli parea che questo trattato dovesse aver luogo per questa via : ma « che voleva mandare suo ambasciadore a Firenze, a Vinegia e a Milano, per vedere se « questa pace e tanto bene si poteva conseguire. E cosi pose fine a questa pratica , e mandò « il Cardinale di Santa Croce ». Niccolò Albergati, certosino e vescovo di Bologna, venne dunque fino a Venezia per trattare della pace; e fa maraviglia che Vespasiano, nella Vita che scrisse di lui, tacesse di un fatto che a Firenze doveva esser ben noto, facendo cominciare la vita pubblica del Cardinale di Santa Croce nel pontificato di papa Eugenio. Potè il pio Ambasciatore mettere daccordo le parti, e conchiudere dopo lungo trattato; ma egli forse fu il primo ad accorgersi, che alle parole scritte nell'instrumento de' 30 dicembre non corrispondevano le intenzioni, come il fatto poi rese manifesto.

A

dì primo d'agosto 1426, i Dieci della balìa m'elesseno ambasciadore a Vinegia, e in Ungheria bisognando, ec. Io ricusai l'andata per la malattia di Maso mio ; e altre cagioni allegai, ec.

Dipoi , a dì 8, pur da loro stimolato, promissi d'andare a dì 19; pigliando da loro fede, ch' io non passerei più oltre, s'io non avessi dalla Signoria di Vinegia tal commissione che io vedessi da potere conchiudere l'accordo tra loro e lo 'mperadore : e che in qualunque caso a me non piacessi l'andata , e' manderebbono altro ambasciadore allo 'mperadore , et io non passerei Vinegia. Soprastetti per la venuta delli ambasciadori dello 'mperadore.

A dì 27 di settembre, i Signori e Collegi di nuovo m' elessono a Vinegia e allo 'mperadore, per la detta cagione, insieme con messer Marcello degli Strozi ch'era ambasciadore a Vinegia ; e che di quivi dovessimo andare insieme allo 'mperadore, a richiesta della Signoria di Vinegia. Et assegnaronmi tempo a dovere partire a di 4 d'ottobre, sotto quelle gravi pene che nella legge s'appartiene.

A dì 4 d'ottobre detto 1426, non abbiendo io la commessione espedita , feci il protesto a' Signori, per fuggire le pene, come per me non restava ec. Funne rogato

ser Niccolò Tinucci, coadiutore del Notaio de' Signori detti. E così se ne mandò la copia al Cancellieri , che la puose appiè della mia elezione.

Dipoi , a dì 28, parti' di Firenze con dieci cavalli, otto tra compagni e famigli, e la soma; a fiorini cinque per dì, al modo usato ; con nuova commissione a Vinegia , in Savoia e in Monferrato, come di sotto apparirà ; e con lettera di passo e altre lettere di credenza alla Signoria di Vinegia e a più altri Signori, che per la detta commessione bisognava.

A dì detto, ebbi da' detti Dieci fiorini 150 per trenta dì; e per loro, gli ebbi dagli ufficiali del Banco.

Venni a dì 28 detto all' Uccellatoio, miglia 5; a Vaglia , 3 1: perchè era sera , mi ritenne Luigi di Giovanni Aldobrandini; alloggiai seco al luogo suo, con tutta la mia brigata e cavalli.

A dì 29, a Tagliaferro, miglia 1 }; San Piero a Sieve, 2; Scarperia , 2; all'Uom morto, 3; al Giogo, l; Rifredi , 2; Firenzuola , 4; Valli, 2 ; Pietramala, 2; Cavrenno, 3: alloggiamo alla Scala con Gentilino del Greggia e fratelli; cavalli 11, persone 10: e la mattina vegnente demmo la biada, e asciolvemo. E non volleno denari, nè esser pagati.

A dì 29 detto, trovai in cammino a Pietramala uno cavallaro de' Dieci , con la infrascritta commessione e lettera loro di credenza in me, a messer Marcello soprascritto, e a Pagolo Rucellai loro ambasciadore in Savoia.

990) (1) Nota e informazione a voi messer Rinaldo di messer Maso degli Albizi , citta

dino fiorentino, ambasciadore del Comune di Firenze, di quello che avete a fare a Vinegia, o altrove, insieme con messer Marcello degli Strozi e Paolo Rucellai; fatta e deliberata per li magnifici et escelsi Signori signori Priori dell'Arti e Gonfaloniere di iustizia del Popolo e Comune di Firenze e loro egregii Collegi, nel 1426, a dì 28 d'ottobre.

Andrete a Vinegia , e subito v’accozerete con messer Marcello degli Strozi nostro ambasciadore, e con lui conferirete quanto di sotto vi commettiamo ; pigliando da lui aviso e informazione particularmente di ciascuna cosa appartenente alla materia : e se la Signoria di Vinegia , dietro al suo ultimo scrivere, alcuna cosa ha deliberato intorno alla mandata de' loro ambasciadori in Savoia o Monferrato, per lo scrivere fatto (2) per l'ambasciadore del Duca di Savoia venuto dalla Maestà del Re de' Romani, e che (3). E simile, quello è seguito del trattato della pace che ivi si tratta ; e quanto dal Cardinale di Santa Croce, che andò a Milano, hanno avuto; e ove le cose restano. E tutto infra voi conferito e bene esaminato, per meglio fondare i nostri concetti , e con più efficaci e migliori ragioni potere quelli persuadere; sarete alla illustre Signoria di Vinegia (4): e doppo le fraterne , affettuose e cordiali salute, conforti e offerte fatte, con grandissima efficacia e largheza, narrerete come per satisfare al nostro debito e alla loro volontà , inteso quanto per parte della loro Escellenzia il loro spettabile et egregio ambasciadore ci avea confortati e richiesti, e ancora per let

(1) Collazionata sul Registro della Signoria; che, sebbene scorrettissimo, mi ha dato qualche lezione variante.

(2) Il registro della Signoria legge è fatto. (3) Intendi, che cosa ha deliberato la Signoria di Vinegia , se alcuna cosa ha deliberato. (4) In margine scrisse Rinaldo il nome del Doge : Dominus Franciscus Foscari.

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