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angolosa, ampio e taurino collo; lo ricopre una veste serrata alla vita da una cintura, veste scollata che gli lascia scoperta l'attaccatura del petto, e gli scende in ampie pieghe fin giú, lasciando vedere i piedi nudi. Con la inano sinistra è in atto di benedire.

Il disegno è tutto condotto a penna ed inchiostro grigio, con un tale effetto di granitura che sembra una statua di bronzo. Dobbiamo notare che la postura di Gesú è un po' curiosa e strana, di modo che a primo aspetto la si direbbe errata.

È probabile che in tempi posteriori alla sua esecuzione, si tentasse d'ultimare e correggere la figura, a matita nera; ciò che può vedersi subito, in parte del braccio sinistro, dal gomito al principio del polso,

, nei panneggiati della stessa parte che si è voluta ampliare, nel braccio destro appena accennato, e dipoi completato ponendogli in mano un globo, evidentemente per uniformarlo alle altre due rappresentazioni di Cristo, e nella prosecuzione del tempietto e del circolo.

Lateralmente poi a questa figura, in alto a sinistra, è disegnato un angelo con tre paia d’ali.

Nel verso del foglio è scritto: nihil deficit, e si scorge dai rigonfiamenti che il disegno fu dovuto ripassare in molte sue parti con una punta.

Trascorsi poi altri sei fogli impressi, si trova una figura a matita, ma il tratto n'è tanto leggiero o un po'svanilo ch'essa si rende non troppo visibile, in modo da non poterne dare qui unita la riproduzione.

Sembra voglia raffigurare un santo (forse san Bartolommeo ?), sotto forma di un personaggio completamente nudo, veduto di tre quarti di profilo destro, mentre la testa fregiata dell'aureola è volta a sinistra. Il suo torso è largo e robusto, le braccia sono appena incominciate e una gamba è mancante, sí che resta incompleto. Probabilmente fu cominciato a tratto leggerissimo e poi tralasciato, o fors’anco terminato, ma cancellato da vandalica mano.

Nel verso del foglio è il solito: nihil deficit.

Ed ora, dopo tutto quello che abbiamo osservato e detto, passando oltre la descrizione dei disegni, ci si affaccia un ben difficile quesito: chi gli eseguí?

I primi cinque si rivelano a prima vista, anche al meno versato nel campo degli studi artistici, come opera d'un maestro italiano della fine del xv secolo. Questo è indubitato.

Ed attentamente esaminando i caratteri speciali che presentano, sgorga spontaneamente dalle nostre labbra il nome di uno dei piú illustri capiscuola dell'arte nostra: Andrea Mantegna. Si osservi in particolar modo nella figura di Cristo secondo gli ebrei, la positura, la forma della veste e del manto ed il modo con cui sono eseguiti, e si confrontino con la Vergine e il Bambino nella Galleria degli Uffizî. Si esamini la testa d'angelo nel gruppo immediatamente sotto la suddetta figura nella sua mossa caratteristica di profilo destro, prettamente, esclusivamente mantegnesca oltre ogni dire, come possiamo vedere nel superbo trittico della predetta celebre galleria fiorentina. E poi in tutti i disegni ravvisiamo il tono generale delle incisioni del Nostro, quali ad esempio nella famosa Vergine accoccolata col Bambino sulle ginocchia').

Nell'intero essi sono grandiosamente concepiti, potentemente inspirati dalla lettura dei Sacri Libri, specialmente dell’Apocalisse, e nei loro simpatici colori riescono d'un effetto superiore ai mezzi adoperati.

Ma però, proseguendo nell'esame imparziale e scrupolosissimo dei lavori, crediamo, facendo le debite piú ampie riserve, che non siano

, sempre ed in tutto all'altezza del grandissimo maestro padovano, mantovano, come lo chiama per errore il Vasari. Padovano, perché sebbene sia certo oggidi da inconfutabili documenti esser nato a Vicenza, ei dimorò ed ebbe studio quasi sempre in Padova.

Possiamo però considerare i cinque disegni come opera della grande arte strettamente mantegnesca, dell'arte padovana dell'epoca del nostro. O uscirono certamente dalla sua stessa officina, o da quella di uno dei colleghi che abbia in tutto seguíta la sua maniera.

Ma quale il nome dell'autore?

Cosí poco è stato studiato il Mantegna, questo vero gigante dell'arte, e meno ancora la sua scuola che non è facile dirne qualcosa di certo. È miglior partito tacere che proporre temerariamente qualche

non

nome.

1) A proposito del Mantegna, uno dei prossimi numeri della Bibliofilia riporterà una nostra nota illustrata relativa ad un curioso plagio d'una incisione di questo insigne Maestro.

Sappiamo d’un Pizzolo, collega del Mantegna, d’un Dario da Treviso, ma, a quanto pare, nessuna certa loro opera è giunta a noi, o almeno, se c'è, va sotto altro nome. E poi i numerosissimi allievi, imitatori e seguaci del pittore e incisore padovano (caso stranissimo che nella storia dell'arte non ha forse confronto per numero), seppero tanto avvicinarsi alla di lui maniera, cercarono a tal punto di conquistare l'arte da cui egli dettava legge all'Italia tutta, che furono e vengono tuttora le loro opere quasi sempre confuse con quelle del Maestro. Basti accennare, per dimostrare la verità delle nostre parole, che Marco Zoppo, della cui mano il Crowe e il Cavalcaselle vogliono gli Evangelisti di Padova, creduti fin'ora del Mantegna, è confuso anche con lui nei disegni degli Uffizî. Melozzo da Forlí, « il quale ebbe pennello tanto conforme a quello del Mantegna, da far credere a buon diritto che derivasse anch'egli dalla scuola dello Squarcione », Cosimo Tura detto Cosmè, i tre Bellini che tanto giovarono ad Andrea, Ercole De Roberti, Bernardo Parentino, Liberale da Verona, Marco Palmezzano, Luca Signorelli, Giovanni Buonconsigli, Francesco Buonsignori, Gio. Fran. Carotto, Bald. Peruzzi, ecc., son tutti nomi di amici, compagni in arte e continuatori del Mantegna.

Per ciò, in tal caso, almeno per ora, ci è d'uopo non arrischiare prematuri giudizi. Soltanto i novizi nella scienza dell'arte o i ciárlatani sanno dare un nome ad ogni opera, e noi a queste auree parole del Morelli'), aggiungiamo (e tal massima potrà sembrare un po'ostrogota), che per ammirare un'opera d'arte non è poi assolutamente necessario conoscerne l'autore.

Quanto al sesto disegno rappresentante un Santo, da quel poco che ne possiamo arguire per lo stato in cui si trova, lo diremo d' un'arte che ha tutti i caratteri di quella del cortonese Luca Signorelli, e rassomiglia precisamente alle due buone teste, contenute una nel retto, l'altra nel verso d'un foglio, conservato nella raccolta dei disegni della Galleria nazionale d'Arte antica in Roma.

Ad ogni modo siamo dinnanzi a sei disegni di grande, incontestabile bellezza, e che pel loro valore artistico saranno meritatamente assai apprezzati nel mondo dei cultori della critica e della storia dell'arte.

1) GIOVANNI MORELLI, Della Pittura italiana. Milano, Treves, 1897, pag. 47.

Tutti gli studiosi conoscono quanto mai siano preziosi, quanto immenso valore abbiano nel campo delle arti belle i disegni. Il disegno è bene spesso il rivelatore d'un maestro, perché ce ne sviscera la tecnica, l'impronta stilistica; per lui noi lo sorprendiamo impreparato, ingenuo, rapido o tardo a concepire e a correggere.

Dai raffronti della copia in discorso con le altre che ci è stato possibile esaminare o conoscere ') resulta che i due stampatori di Casa Massimo, lasciarono qua e là nei cinque volumi dell'opera uscita dalla loro officina, ma specialissimamente nel 1° e nel 3°, alcune pagine intere e anche parecchi spazi in bianco, quantunque nessuna pubblicazione, nessun repertorio bibliografico ne faccia cenno.

Rilevata la esistenza di questi spazi vuoti, che furono lasciati appositamente, perché ricorrono in tutti gli esemplari dell'edizione della Bibbia, e perché se le pagine intere lasciate in bianco possono, fino ad un certo punto, anche ammettersi come aggiunte posteriori, o dovute ad errore, non può essere al certo cosí delle lacune limitate tutt'intorno dallo stampato, noi ci chiediamo a che servirono allora esse?

Pel silenzio assoluto dei competenti scrittori, ci si presentano parecchie ipotesi piú o meno ammissibili, che noi accenneremo perché potranno in certo modo aiutare a far luce intorno all'autore dei disegni. Che gli spazi si siano lasciati vuoti per riempirli con incisioni illustrative dei passi biblici piú importanti, incisioni poi che per una qualsiasi causa (difficoltà nell'esecuzione o nei prezzi) non poterono essere eseguite. E gli spazi non furono potuti colmare per non compiere nuovamente un faticoso lavoro d'impaginamento tipografico, o perché i volumi

1) Nella biblioteca Casanatense di Roma n'è conservato uno splendido esemplare, in perfetto stato di conservazione. Legato in pelle e oro, e ornato di stemmi dorati, due per ogni coperta. Ha in principio d'ogni volume un fregio miniato, ma di fattura dozzinale, eseguito per contenere il bollo dell'istituto. Collazionato da un bibliografo che ne fece gl'indici, reca la numerazione d'ogni foglio. Ha le lettere in rosso, solo nel principio dei capitoli e nei capoversi.

La Biblioteca nazionale di Parigi ne possiede l'esemplare, appartenuto alla libreria dei Re d'Aragona in Napoli. A Chantilly, in quella biblioteca, ve n'ha un esemplare bellissimo miniato da Carlo di Borbone, arcivescovo di Lione e cardinale. Dobbiamo quest'ultime notizie alla cortesia del chiarissimo dott. L. Delisle.

e

erano già tirati '); che l'opera dovesse esser miniata prima d'esser posta in commercio, e poi non fosse piú; che gli editori avessero in mente di lasciar la cura delle illustrazioni ai ricchi compratori dei loro volumi.

Relativamente all'esecuzione dei primi cinque disegni, s'affaccia anche un'altra supposizione, non ispregevole in quanto che sappiamo esser la Bibbia stata posseduta da un'antica famiglia del Veneto, ed è che capitata non molto tempo dopo la sua pubblicazione a Padova, nel focolare dell'arte mantegnesca, e letta da uno di quegli illustri maestri, abbia a costui inspirato di schizzare nei fogli rimasti bianchi tra gli altri stampati, la rappresentazione grafica di quelle sacre persone ed emblemi ch'ei inspirato vedeva sí meravigliosamente scolpite nelle parole del Libro dei libri.

La Vossische Zeitung di Berlino, nel numero di martedi 8 agosto, accennd alla scoperta dei preziosi disegni e alla loro grande importanza per la storia dell'arte.

Nello stesso tempo pervennero al cav. Olschki parecchie richieste di privati collettori e d'istituti stranieri. Vedute le fotografie dei disegni, alcuni offrivano fortissime somme, altri facevano richiesta del prezzo. Ma il chiaro editore, prima di rispondere e d'impegnarsi in qualsiasi modo, volle che la Bibliofilia facesse noto l'avvenuto ritrovamento.

Noi scrivemmo queste poche righe, alla svelta, nel solo intento di annunziare al pubblico, agli studiosi, la scoperta di un cosí importante cimelio bibliografico, storico ed artistico.

Non fu nostro intendimento far piú di un semplice annunzio corredato da qualche nota storico-critica. Ora, esaurito il nostro modesto e facile compito, attendiamo che qualche studioso di buona volontà, ricerchi, confronti e con l'ausilio di maggiori osservazioni e dati concluda, in modo da fornirci a proposito della scuola, e possibilmente degli autori dei disegni, esaurienti e fondate spiegazioni. Primieramente bisognerebbe rinvenire ed esaminare il codice servito di tipo agli impressori per la

1) Ed infatti quantunque da pochi anni l'incisione fosse venuta a dare un potente impulso all'arte del libro, Alberto Pfister aveva pubblicato nel 1461 a Bamberg un'edizione delle favole di Ubrich Bohner con 101 figure, e Ulrich Hahn, chiamato a Roma dal cardinale Torquemada, dava alla luce, l'ultimo giorno del 1467, le celebri Meditationes, ricche di artistiche xilografie.

Dunque, dato ciò, niente di più naturale che i nostri due arditi tipografi tedeschi, allora in quest'ultima città, abbiano anch'essi avuto l'idea di pubblicare una Bibbia a figure.

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