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L'origine toscana del giuoco delle carte è raffermata sí dalla reazione che contro di esse sorse da Firenze e da Siena, come dal carattere dei tarocchi fiorentini (le cosí dette minchiate) le quali hanno conservato piú figure di tutte le altre specie di questo giuoco, cioè quarantadue; e che quindi hanno piú di tutti gli altri attinenza coll'antico giuoco dei Naibi.

Dai nostri statuti si rilevano anche i diversi nomi dei giuochi che si facevano colle carte; come nei Remaedia utriusque fortunae del Petrarca si trova la enumerazione di quasi tutti i giuochi, ch'erano in uso a'suoi tempi.

Lo Zdekauer a ragione si maraviglia che l'Italia, il paese cioè a cui dovrebbe piú importare questa ricerca, e in cui fu sempre

in voga

il giuoco d'azzardo e di passatempo colle carte, non abbia contribuito quasi nulla a promuoverla e a porla in relazione cogli studi illustrativi dei suoi statuti e dei suoi costumi.

La xilografia, gravure en bloc, come la chiamano i francesi, ebbe origine dalla fabbricazione delle carte da giuoco, l'uso grande e sempre crescente delle quali per gli svaghi della vita e pel mal vezzo de' viziosi giuochi d'azzardo, succeduti agl' innocenti giuochi di società, resero necessaria la piú facile e pronta riproduzione de' cosí detti mazzi di carte, tirandone un gran numero di copie.

L’intaglio delle tabelle di legno, dalle carte da giuoco si allargò ben presto a quello delle immagini de' santi e delle pie leggende, e con un altro passo si arrivò ai Salterii, alla Biblia pauperum, ai libretti della dottrina cristiana, e ai Donatelli pro puerulis, cioé alle piccole grammatichette, per uso e consumo, queste delle scuole, quelli delle chiese.

Col sistema tabellare si giunse alla perfine a riprodurre grossi volumi, prima origine del libro a stampa, e da quello fu 'aperto l’adito alla vera e compiuta perfezione della stampa colla invenzione de' caratteri fusi e mobili, dovuta a Gutenberg.

Onde si può dire che la tipografia trae la sua origine dalle carte da giuoco, che ne furono i primi incunabuli. I tedeschi la portarono in Italia, ed Ulric Han di Vienna, dopoché a Subiaco erasi stampato come saggio, il Donatus pro puerulis, nel 1464, e come frutto maturo nel 1465, il Lattantius, fu il primo a stampare in Roma un libro figurato, il Torquemada, nel 1467, con trentaquattro stampe in legno, ossia grandi vignette ad illustrazione storica.

Delle primissime carte da giuoco, a vero sistema xilografico, essendo andate quasi interamente distrutte dal grande uso e dal lungo tempo, non si è sin qui trovato, ch'io mi sappia, una serie completa, o mazzo intero. È già molto possederne qualche frammento o carta, che ne' musei è tenuta in conto di una preziosissima reliquia. Sono rarissimi i mazzi completi anche della prima epoca della incisione a taglio dolce, e basti per tutti il ricordare quello bellissimo e rinomatissimo de' tarocchi del Mantegna di cui diamo riprodotta a fac-simile una carta; fig. 1. E qui

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cade in acconcio il ricordare che di questo giuoco, il cav. Olschki possedé un esemplare di 47 carte ch'egli cedette per 12 mila lire alla signora Charlotta Schreiber, suocera del celebre Henry Layard, scopritore di Niniveh.

Ricordo d'aver visto, presso il marchese Molza di Modena, un mazzo di carte di tarocchi, le cui figure nereggianti rassomigliavano alla maniera del Dürer, ma a me parvero di quasi due secoli posteriori; e ciò non di meno da un antiquario furono acquistate al prezzo di L. 3000! Ciascuna carta nel rovescio aveva uno stornello colle relative note musicali.

Si sono conservate anche alcune tavolette, da cui furon tirate le figure; e non è molto il giornale Le Temps in un articolo intitolato: Vieilles cartes à jouer, dava contezza di una collezione di plaquettes de bois fatta dal

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Wasset e legata al Museo nazionale di Cluny. Sebbene non appartengano alle origini, ma ai secoli xvi e xvii, pure queste tavolette, che servirono alla incisione delle carte da giuoco francesi, italiane e spagnuole, sono reputati preziosi documenti per l'istoria dell'arte. Non è agevole, malgrado i disegni che attribuiscono ad esse tre nazionalità differenti, il determinare con precisione il luogo in cui furono fabbricate. Di fatti, al tempo di Enrico II, i fabbricanti di carte (cartiers) italiani e spagnuoli, capitanati da artisti come Panichi e Borghigiani, invasero Parigi, e sotto

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Enrico IV, Luigi XIII e Luigi XIV, la voga dei tarocchi stranieri fu al colmo. Vero è che per rivincita, i fabbricanti francesi esportavano i loro prodotti, sull' esempio, d'altronde, dell'Inghilterra, che sotto il regno d'Elisabetta ne fece un commercio di Stato, e dell’Alemagna che sin dal quattordicesimo secolo caricava di carte bastimenti per barattarle in Italia con le spezie.

La piú antica delle tavole esposte a Cluny comprende diciotto figure numerate da 23 a 35; esse rappresentano, con una ingenuità che non manca di grazia, la Fede, la Carità, il Fuoco, l'Acqua, la Terra, l'Aria, la Bilancia, la Vergine, lo Scorpione, l'Ariete, il Capricorno, il Sagittario, il Cancro, i Pesci, l'Aquario, il Lione, il Toro, i Gemini. Il capriccio signoreggiante in queste imagini, come pure la numerazione in cifre romane, indicano in una maniera sicura ch'esse furono eseguite da un fabbricante di tarocchi fiorentini e fecero parte di novantasette pezzi d'uno de'giuochi di minchiate, cosí popolari in tutta l'Italia nel secolo xvi.

Altre tavole, d'un'importanza meno artistica, sono egualmente uscite dalle mani d'incisori italiani verso la medesima epoca. La prima serviva a fabbricare il tre, il quattro, il cinque e l'otto di bastoni; la seconda il tre, il quattro, il cinque, il sei, il sette e l'otto di denari; la terza a incidere il tre, il quattro, il cinque, il sei, il sette, l'otto e il nove di spade.

In Italia, i colori bastoni, denari, coppe e spade corrispondevano ai colori francesi carreau, trèfle, cæur e pique (quadri, fiore, cuore e picca).

Non pochi eruditi hanno cercato di spiegare i simboli adottati dall'una e dall'altra parte delle Alpi: e si è detto che i quattro atouts (trionfi) italiani rappresentavano le quattro classi della popolazione, pretendendosi riconoscere nei denari i mercanti che li posseggono, nelle coppe i preti che le adoprano, nei bastoni i villani che li maneggiano, e nelle spade i nobili che le cingono.

Vi si è trovata altresí, specialmente in Spagna, una intenzione filosofica d'indicare che i giuochi di carte sono l'immagine della guerra che si fa coi denari (copas e dineros) e con le armi (bastos e spados).

Passandoci d'altre interpretazioni, forse meno sodisfacenti e piú lontane dal vero, e rimandando i nostri lettori ai trattati speciali, che su questo curioso argomento furono pubblicati, giovi dare qualche cenno di alcuni fasci o mazzi di carte antiche, scoperti ai di nostri e descritti su pe' giornali o in qualche opuscolo a parte per merito dei tanto dileggiati collettori.

Viene prima un mazzo di giuoco morale, del 1500 circa, detto delle Passioni: i amore, 2 speranza, 3 gelosía e 4 timore. È distinta in 40 carte semplici e 21 di Trionfi: i freccia, 2 vaso, 3 occhi, 4 staffile. Segue un mazzo di carte morali, d'invenzione francese, con sentenze d'Orazio, Seneca, Plauto e Ovidio; meno antiche, ma piú gentili.

Notevole un Giuoco di carte dei Re di Francia, inventato da Giovanni Des Marest, e inciso da Stefano della Bella, per far gustare in compendio l'istoria de' suoi predecessori a Luigi XIV. Era annunziato con data « A Paris chez Henry Le Gros, etc. » e di carte 39, ma forse ne mancava alcuna, dovendo essere ordinariamente ogni mazzo composto di carte di numero pari.

A questo fa riscontro l'altro giuoco di carte delle regine famose, di numero 52, un mazzo bello e completo delle quali fa parte della mia collezione. E però siamo in grado di riprodurne 4 in fac-simile; fig. 2 a 5.

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Il giuoco di carte della geografia è pure di numero 52; e questo e il giuoco delle favole sono dovuti al facile bulino di Stefano della Bella, buon disegnatore in tutto, meno nelle estremità. Questi giuochi furono dedotti da quello de' Tarocchi, che vuolsi inventato a Bologna e praticatovi

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