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malaventura avvenne che la valigia, spinta dal mare a terra, fu ricolta e portata ai ministri del Papa. Fu il Concino posto in castello, e severamente esaminato. Ciò non ostante, non volendo il Papa rompere del tutto l'amicizia col Duca di Firenze, fattogli istanza dal Ricasoli, il lasciava andare; che parve gran ventura al povero segretario. Intanto si raffreddò il negozio del parentado col Re. Nè pareva il Vescovo di Cortona medesimo persona grata in Roma, siccome quegli che molto era in odio ai fuorusciti Fiorentini, specialmente a Piero Strozzi, che assai poteva nell'animo del Papa. La cagione era, perchè allor quando Cosimo l'aveva mandato alla corte di Francia, egli aveva trovato modo, per ordine del Duca, di corrompere la fede di un servitore di Piero, consegnandogli un ampolla di veleno, perchè al medesimo Strozzi lo porgesse. Per la qual cosa all'arrivo del Vescovo avvelenatore in Roma si era levato un gran romore fra i Fuorusciti, e quando l'incontravano, l'insultavano, lo sbeffavano, e gli domandavano se fosse venuto ben provvisto d'ampolline; sicchè poco stette in Roma, tornandosene ben presto a Firenze. La pratica del matrimonio del Principe di Toscana con la figliuola del Re di Francia fu sentita dagli Spagnuoli, stante che i Francesi stessi e il Papa medesimo, non che ne tenessero credenza, ne ragionavano apertamente: ma ciò che doveva nuocere al Duca, tornò in suo giovamento; conciossiacosachè appunto il Re di Spagna, più favorevole a Cosimo che non era stato il padre, forse per qualche similitudine di natura, stimando non convenirsi che un sì sagace e potente Principe si discostasse dall'amicizia di Spagna, prese risoluzione di contentarlo con dargli la proprietà e la possessione di Siena: al che Francesco di Toledo, mandato a posta da Cosimo alla corte, già aveva efficacemente confortato il re Filippo. Primieramente ei volle fare cotal cessione a modo suo, cioè

col vincolar talmente Cosimo che non fosse più principe libero; che il Re gli avrebbe concesso Siena in feudo mobile, riservandosi Orbitello, Talamone, Portercole e il Monte Argentaro; che Siena dovesse restar libera, e governarsi in forma di repubblica; che il Duca restituisse Piombino e l'Elba al Re, e desse all'Appiano una ricompensa equivalente nello stato di Siena; che promettesse di cacciare i Francesi dalla Toscana, e si obbligasse di servire il Re con le sue galere ogni volta che ne fosse richiesto; che stabilisse una lega perpetua offensiva e difensiva con la corona di Spagna; che non potesse maritare i suoi figliuoli senza l'assenso di Sua Maestà. Parvero tali condizioni a Cosimo, come erano veramente, non solamente gravi, ma contrarie alla sua dignità, e però le ricusava, non senza qualche parola di amaro risentimento. Rispose che, essendo principe libero, non amava di farsi vassallo per così piccolo stato come quello di Siena, e che il Re riservandosi quelle piazze, offendeva il suo onore, mostrando di non si fidare di lui; che non comprendeva come il Re volesse concedergli Siena a condizione che restasse libera, perchè ciò significava non concedergli cosa alcuna; che, quanto all'Elba, prima di restituire avrebbe aspettato che gli fosse dato ciò che gli era dovuto, ma che Porto Ferraio non gli sarebbe tolto che con la forza, e dovendo dare all'Appiano la ricompensa nello stato di Siena, che tutto insieme non fruttava che quarantamila ducati, si contentava di lasciare al Re un tal guadagno; che il chiamarsi soddisfatto di tutti i crediti, essendo egli piccolo principe, lo riputava gran perdita, ma piuttosto che rilasciargli a tali condizioni, era così ricco d'animo da farne al Re un donativo; nè comprendeva come il Re potesse esigere di esser ser. vito delle sue galere, mentre voieva torgli tutti i porti; ehe le leghe fra due principi così ineguali toccava sempre ad osservarle al più debole, e che le forze che si richiedevano da lui, in virtù della Lega, superavano quelle che il Re di Francia aveva spedito contro il Regno; che l'onore fattogli dal Re di stimarlo così potente, lo faceva insuperbire, e se in vece di Siena gli avesse concesso il Perù, avrebbe potuto più facilmente soddisfare al suo desiderio; che finalmente il togliergli la libertà di maritare i suoi figli era un manifesto affronto ed un trattarlo da schiavo. Per le dimostrazioni così alte di Cosimo furono le

condizioni, alcune moderate, altre tolte affatto. Solamente stipulossi della concessione, e dell'eccezione dei porti. Accordossi adunque il tre di luglio in Firenze un trattato, per cui il Figheroa in nome e per mandato del re Filippo concedeva al Duca di Firenze la città e stato di Siena in feudo ligio, nobile e onorifico, riserbandosi però i porti di Orbitello, Talamone, Portercole, Monte Argentaro e Santo Stefano; nei quali gli Spagnuoli mantennero lungo tempo e secondo il bisogno presidi: ond'è, che questi luoghi acquistarono, e ritengono tuttavia il nome di Presidi, restando lungo tempo in possessione della corona di Spagna, e per lei del Re di Napoli.

Il dì diciannove del medesimo mese fu data solennemente la possessione di Siena da don Giovanni Figheroa in nome del Re di Spagna a don Luigi di Toledo ricevente, come procuratore del Duca di Firenze. Francesco Tantucci, capitano del popolo, i signori di balia e gli altri magistrati del Palagio giurarono in mano di don Luigi. Si fecero le allegrezze, in parte vere, perchè gli Spagnuoli se n'andavano. Federigo da Montauto prese possessione della fortezza a nome del Duca, e Chiapino Vitelli vi conduceva guardia di gente tedesca. Così perì la Repubblica di Siena. Cagione ne furono parte la cupidigia forestiera, parte le discordie proprie. Sono i popoli liberi come i corpi sani, ma dati alla lascivia ed alla gozzoviglia; perciocchè, siccome questi con le dissolutezze rovinano la sanità, così quelli con le discordie rovinano la libertà. - -

Monlue, che da Roma era venuto a governar Montalcino, udendo Siena essere stata consegnata al Duca di Firenze, cessava le offese; onde ai Sanesi, dopo tre anni passati tra guerre continue, e in dura servitù di Francesi e di Spagnuoli, fu conceduto liberamente e senza pericolo visitare, abitare, coltivare le loro ville e possessioni, e trarne un inaspettato, ma pur troppo desiderato e necessario frutto. Il Duca mandava a Siena un capitano di giustizia, e toglieva le armi ai cittadini; ma da un'altra parte gli trattava benignamente, concedendo a tutti i ribelli ed altri cittadini, che ne fossero fuori, messa in dimenticanza ogni colpa, il poter tornarvi a ricoverare le possessioni perdute. Mandò anche fuora bandi che, a chiunque voleva, fosse lecito portare liberamente e senza alcuna noia o gabella cose da vivere; il che fece che in brieve vi abbondarono, e ne fu quel popolo, consumato da tanti patimenti, intieramente sollevato. L'assedio di Civitella impreso dal Duca di Guisa, non procedeva prosperamente. La difficoltà del luogo e il valore degli assediati propulsavano ogni forza nemica. Oltre di ciò, il Duca cominciava a sdegnarsi, che di tante cose promessegli dai Caraffa, poche si verificassero: le genti italiane della Chiesa poche e mal disciplinate, le provvisioni manchevoli, ogni cosa condotta con negligenza ed assai rimessamente. Quelle genti stesse mal pagate minacciavano ad ogni momento di ammotinarsi, ed a stento si sottoponevano alle fazioni militari. Rimproverava il Guisa ad Antonio Caraffa, marchese di Montebello, che rubasse le paghe ai soldati, solito vizio della guerra, cioè di quelli che la fanno; di che il Marchese sentendosi offeso, con grandissima indegnazione si partiva dal campo, tornandosene tutto malcontento a Roma. In quel mentre s'intese che il Duca d'Alba con poderose forze veniva avanti in aiuto di Civitella, e già era vicino a poche miglia. Udiva inoltre il ca

pitano di Francia, che andavano attorno ragionamenti d'accordo, benchè il Papa non vi consentisse, dal quale non era sicurato che di parole. Per la qual cosa, temendo di perdere i suoi, massime la cavalleria, ripassava il Tronto, e se ne veniva a Canopoli verso Ascoli cinque miglia, e quindi poi se ne tornava in su quel della Chiesa. Il Duca d'Alba, sentito che il Guisa si era ritirato, lasciata buona guardia in quelle parti, se ne veniva in Campagna di Roma, dove già Marcantonio Colonna, rotti gli Svizzeri del Papa, faceva guasti incredibili, essendo arrivata la stagione delle ricolte, ed infestava continuamente Paliano. La giunta delle genti dell'Alba a quelle di Marcantonio metteva di nuovo in pericolo Roma. Il tempo stringeva, e se il Papa non calava ad accordo, gli era forza vedere dalle mura stesse della famosa città, e forse dentro, le insegne de' suoi nemici. Forse gli Spagnuoli avrebbero portato qualche rispetto, ma il Colonna vi avrebbe fatto certamente il peggiore di sua possa. La Signoria di Venezia, e il Duca di Firenze s'offerirono mezzani alla concordia. Il Papa prestava le orecchie, ma non si poteva spiccare dalle speranze propostesi, nè scendere dal fasto e dall'alterigia, che gli davano la dignità pontificale, la propria natura e il costume della sua nazione. Il Cardinale usava molta fatica per mantener lo zio in quelli spiriti, alti ed odiava la pace. Inoltre Piero Strozzi, che era andato in Francia, essendo di ritorno, aveva recato da quel reame grandi speranze, e il Duca di Guisa medesimo, dopo la tornata di Piere, si dimostrava di miglior animo per difendere la Chiesa. Successe adunque, che i Caraffa, cresciuti d'animo, facevano intendere che non volevano altramente concludere accordo, se prima, di consenso del Duca d'Alba, non si riforniva Paliano, che già sentiva mancamento di viveri. Dimanda tanto nuova ed importuna rendeva ben chiaro a ciascuno che il Papa ed il Nipote avevano Botta, vol. II.

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