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dogli la cura e la difesa del regno, si risolveva di mettervi dentro gente nuova, e andato egli in persona a squadrare il sito e l'alloggiamento del campo nemico, volle far forza di raddoppiarvi il presidio. Standosene sopra un luogo rilevato, donde poteva scorgere ogni cosa, cominciò a scendere, e fece diloggiare alcuni Alemanni, che da quella parte avevano la guardia; quindi con dodici barchette, che l'Ammiraglio aveva provvedute, cominciò per uno stagno a far passare i fanti in San Quintino, e già ne aveva introdotti circa a dugento, quando gli Spagnuoli, accortisi del fatto, diedero all'armi, e vietarono che più oltre ne introducesse. In questo il Duca di Savoia, messa in ordine tutta la sua cavalleria e le genti a piede, veniva passando il fiume per dare addosso al nemico. Il Conestabile, non essendo venuto per combattere, nè anche avendo forza sufficiente per ciò fare, cominciò a ritrarne l'artiglieria, e a dar la volta indietro, camminando con quella maggior celerità che poteva. Ma Emanuele Filiberto, lasciato negli alloggiamenti buon fornimento, con molta prestezza gli si mise dietro, avendosi mandato innanzi alcune torme di cavaileggieri, acciocchè con scaramucce il trattenessero insino a tanto che le fanterie potessero sopravvenire. Tra per questo e per avere gli Spagnuoli per vie tra valli e monti, credute sino allora impraticabili, precorso, il Conte d'Egmonte, capo della cavalleria fiamminga, arrivava sopra l'inimico, e furiosamente lo urtava. I Francesi risposero arditamente, ma la grave armatura, e i ferraiuoli tedeschi non poterono sostenere la furia dei Fiamminghi: incontamente furono tutti rotti e sbaragliati. Sopraggiunsero in poco d'ora le fanterie del Duca, e diedero compimento alla vittoria. Il Conestabile, che oltre l' età sua si era affaticato di rannodare ed inanimare i suoi per rinfrescare la zuffa, restò ferito e prigione. Fuvvi morto il signore d'Enghien, il signor di Villars ed altri della primaria nobiltà del regno. Vennero in potestà del nemico il Conestabile, un suo figliuolo e il Duca di Monpensieri, il maresciallo di Sant'Andrea, il signor de la Roche du Maine, il Duca di Longavilla, il ringravio, ca dei Tedeschi, Lodovico Gonzaga, fratello del Duca di Mantova, e molti altri cavalieri onorati. Tutta la fanteria fu fatta prigioniera, posciachè, perseguitata dalla potente cavalleria di Spagna, non ebbe altro scampo che quello di arrendersi. Morirono intorno a mille cinquecento cavalli, la maggior parte dei quali affogarono nella Somma. Le reliquie furono distribuite dal signor di Bordiglione, che fu poi maresciallo di Francia, nelle piazze della Piccardia. Questa battaglia, che, dal luogo dove fu combattuta, ebbe nome di San Quintino, e dal giorno, in cui successe, cioè il di dieci d'agosto, di San Lorenzo, fu una delle più gravi percosse che mai abbia ricevute la Francia, e, dalla giornata di Pavia in fuori, niuna fu per lei nè più dannosa nè più funesta. Dopo il fatto, il Duca fece investire San Quintino, e lo prese per viva forza dopo due ferocissimi assalti, in cui l'Ammiraglio diede prove di un valore e di un'accortezza inestimabile. La città fu subitamente messa a ruba , facendovisi da quelle genti barbare, massime dagl' Inglesi, crudeltà non udite: rimase l'Ammiraglio prigione. Ham, Nojone, ed altre terre di quei contorni seguitarono, arrendendosi, la fortuna del vincitore. Ma il re Enrico non si perdeva d'animo per tanta sciagura; anzi, somministrando con laudevole prontezza ai popoli considerabili somme di danaro, ammassava di nuovo genti, soldava Svizzeri, faceva provvisioni d'ogni genere, per guisa che all'anno nuovo si trovò in grado di uscire con gagliarde forze alla campagna, Convennegli intanto richiamare le sue forze che guerreggiavano in Italia, a difendere il cuore del regno. Ciò fermò incontamente il corso alla fortuna francese in Piemonte, dove andava un giorno più che l'altro avvantaggiandosi, avendovi Brissac preso e saccheggiato Cherasco, e posto l'assedio a Cuneo, da cui però fu sospinto per la temerità del visdomine di Chartres. Comandava il Re a Brissac che gli mandasse senza indugio in Francia gli Svizzeri, che già erano scesi in Piemonte, e sommavano al numero di quattro in cinquemila fanti. Gli comandava altresì che gl'inviasse molte compagnie di gente d'arme e di cavaileggieri, imponendogli che per qualche tempo facesse opera di tenersi serrato ne'luoghi forti, e di respingere il nemico dovunque l'assaltasse, ma di non cercar di offenderlo. Medesimamente il Re comandava al Duca di Guisa, che con quanta più maggior celerità potesse, egli e Piero Strozzi se ne passassero per mare in Francia, e che la cavalleria, principal nervo dell'esercito, sotto il Duca d'Omola, anch'essa vi si riconducesse. Per sì felici successi del Re Cattolico non sovveniva al Papa, nè al cardinal Caraffa modo di potersi difendere, e vedevano che la tempesta che avevano voluto scagliare sul regno di Napoli, oggi mai tutta si voltava contro a loro medesimi ; onde il Papa, benchè malvolentieri, aveva pure vòlto l'animo alla pace. A tal partito sempre più l'esortavano i Veneziani, a cui per mezzo del cardinal Trivulzi egli aveva raccomandate le cose sue; il quale patrocinio aveva la Repubblica con tanto amore abbracciato che ebbe mandato pei cavalli delle poste Marcantonio Francisio, segretario del Senato, acciocchè, aggiungendo gli uffizi suoi a quei dell'ambasciator Navagero, procurasse di rappattumare gli animi, e d'introdurre l'accordo tra il Papa e gli Spagnuoli. Piero Strozzi medesimo, che prima aveva mantenuto il Papa e i Caraffa duri alla guerra, ora gli confortava a partirsi dall'armi, cedere alla fortuna, ed accomodarsi al tempo. Nè il Duca di Firenze, che avrebbe veduto volentieri scemare le forze dei Francesi in Montalcino e il regno di Napoli senza sospetto, non pretermetteva l'occasione d'interporsi appresso al Pontefice, mandandogli Averardo de' Medici, affinchè, quanto poteva, l'inanimisse alla pace, e procacciasse di moderare quella sua natura così rotta e così subita. Voleva poi eziandio che Ave.rardo passasse al Duca d'Alba, e lo consigliasse a lasciar l'odio che portava ai Caraffa, e che, posposta ogni altra maniera di amor proprio, cercasse quel solo che risguardava il bene pubblico. Perchè il cardinal Caraffa tutto di minacciava, se non gli erano proposti patti ragionevoli ed onorati, che porrebbe in mano dei Francesi le migliori fortezze, e le più potenti città della Chiesa, e che non potendo il Papa star sicuro in Roma se n'andrebbe altrove; le quali cose avrebbero lasciata una guerra lunghissima nel centro d'Italia, ed accesovi un fuoco da non si spegnere così di leggieri. L'importanza del fatto era che si levasse il Papa dall'amicizia francese: delle altre condizioni, pensava Cosimo, non doversi guardare così nel minuto. La necessità dei tempi, e i conforti del Senato veneziano e del Duca di Firenze operarono di modo che d'ambe le parti si piegarono gli animi al partito più mansueto, e si venne finalmente ad un negoziato formale di pace. Andarono a Palestrina, vicino al campo del Duca d'Alba, Caraffa, Santacroce e Vitellozzo, cardinali, e convennero ad un giorno deputato di essere insieme a Cavi vicino a Paliano. Quivi venne il Duca coi Cardinali, e vi si ragionò assai. Facevano difficoltà Paliano, che il Papa non voleva rilasciare ai ribelli suoi Marcantonio Colonna, Ascanio della Cornia, Giuliano Cesarini e il Conte di Bagno, ai quali non voleva perdonare, e i segni d'umiltà e d'ubbidienza ch'egli esigeva da parte del Re Cattolico. In fine, dopo molti ragionamenti, ed essendo stata la pratica parecchie volte al punto di risolversi senza conclusione, convennero nel seguente modo: In primo luogo, che il Duca d'Alba in nome del suo Re farebbe al Papa e alla Santa Chiesa, come

devoto ed obbediente figliuolo deve fare, segno d'umiltà e d'obbedienza con quella sommessione che si conveniva per impetrar perdono e grazia da Sua Beatitudine; e dall'altra parte, che il Papa, come clementissimo padre, riceverebbe a grazia il Re Cattolico per buono ed ubbidiente figliuolo, e per difensore della Sedia Apostolica, e lo ammetterebbe alle grazie comuni come gli altri principi cristiani; di poi, che il Papa rinunzierebbe alla lega fatta col Re Cristianissimo, e prometterebbe in futuro d'essere ugualmente padre e neutrale; ed inoltre, che dalla parte del Re se gli renderebbero tutte le città, terre , fortezze, castella e ville, abbattutene le fortificazioni, che in quella " i soldati regi avessero occupate; che si renessero da ambe le parti le artiglierie; che il Papa perdonerebbe ad ogni comune, e ad ogni privata persona che in questa guerra avesse fatto contro di lui, non intendendosi però compresi in questa grazia, nè Marcantonio Colonna, nè Ascanio della Cornia , nè altri ribelli; che finalmente Paliano si consegnasse a Gianbernardino Carbone, persona confidente e approvata da ciascuna delle parti, acciocchè con ottocento uomini ed a spese comuni a nome di entrambi il temesse, sinchè altrimenti di consenso comune non ne sarebbe disposto. Per tal maniera di Paliano in apparenza si convenne ; ma il cardinal Caraffa, per una cedola secreta e senza saputa del Papa, promise che il Duca di Paliano, suo fratello, si contenterebbe di prender ricompensa altrove di quello stato. Dai raccontati capitoli si vede che il Papa patteggiò piuttosto da vincitore che da vinto. Si vede am-. cora in quelle umiliazioni pattuite del Re di Spagna verso il Pontefice, l'abuso di confondere l'autorità spirituale con la temporale, perchè nè il Papa aveva mosso guerra al Re come papa, ma come principe temporale, nè il Re l'aveva fatta al primo, ma al secondo, nè alcuna offesa era corsa tra il Re e il Successore di San Pietro. Il Papa sapeva benissimo che

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