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si trattassero avanti gli ordinari nella prima istanza, nè fosse lecito trasportarle al giudice superiore se non nel caso in cui non fossero terminate fra due anni, o nel caso ancora di sentenza diffinitiva o che recasse aggravamento irreparabile per la diffinitiva. Eccettuavansi le cause che secondo i canoni dovevano essere trattate dinanzi alla Sedia Apostolica, e quelle che il Papa per urgenti e gravi cagioni volesse avocare a sè; Che, desiderando il Concilio che non nascesse pei futuri tempi veruna materia di dubbio ne'suoi decreti, dichiarò che non fu mente sua con quelle parole del decreto, proponenti i legati, pubblicate nella prima sessione sotto Pio IV, alterare il solito modo di trattare i negozi ne concili generali , nè detrarre cosa alcuna a veruno oltre alla forma già statuita nei canoni e nei concili. Tali furono i Canoni della riforma generale, i quali per rendere più efficaci, il Sinodo in una sessione susseguente ne aggiunse molti altri, fra i quali alcuni esortativi solamente, altri ordinativi. Ammoniva i ve scovi, non essere chiamati al lusso ed alle ricchezze, ma alla sollecitudine ed alle fatiche, e che dovevano deporre ogni studio d'arricchire i parenti ei famigliari coll'entrate della Chiesa; doversi la spada della scomunica parcamente usare ; fosse raccomandata a tutti i possessori di benefizi secolari e regolari la ospitalità, sì lodata dai Padri, ricordando loro che negli ospiti si riceve Cristo; fossero proibiti gli accessi, o regressi ai benefizi ecclesiastici, nè si dessero coadiutori se non in caso di stringente necessità o evidente utilità da vedersi o giudicarsi dal Romano Pontefice; le decime si pagassero intieramente alle chiese a cui toccavano, e ehi le sottraesse o le impedisse, si scomunicasse, e l'assoluzione non l'ottenesse se non dopo la restituzione. Ordinò eziandio la Santa Sinodo che i cherici non tenessero nè in casa, nè fuori o concubine o altre donne sospette; e se ammoniti non si emendassero, perdessero per la prima volta la terza parte di tutte le entrate ecclesiastiche, per la seconda le perdessero tutte, per la terza fossero privati in perpetuo di tutti i benefizi e rendite ecclesiastiche; per la quarta si scomunicassero, e quei che non avessero nè benefizi nè rendite ecclesiastiche fossero puniti col carcere, con sospensione dagli ordini, con inabilità a benefizi e con altre pene; che se i vescovi cadessero in simil fallo, e ammoniti dal Concilio provinciale non si emendassero, divenissero immantinente sospesi, ed ove pur continuassero, fossero denunziati dal Sinodo al Papa, il quale, secondo le colpe, gli castigasse, eziandio con la privazione; agli illegittimi figliuoli di chierici fosse vietato l'aver benefizio o l'amministrare in quella chiesa dove avessero amministrato, o amministrassero i loro padri. Il Tridentino Consesso decretò parimente che i vescovi fossero memori di non avvilirsi verso i ministri dei principi e verso i signori e i baroni, e s'intendessero rinnovati tutti i Canoni a favore della dignità episcopale, e fosse ingiunto ai vescovi che in Chiesa e fuori trattassero col decoro, e con la gravità di padri e di pastori, che restassero ammoniti i principi e qualunque altro costituito in dignità di render loro il paterno amore e la debita riverenza. Fu statuito ancora che l'imperatore, i re e qualunque altro signore temporale, il quale concedesse luogo a duello, cadesse nella scomunica; se la terra concessa per campo al duello fosse data loro dalla Chiesa, ne perdessero il dominio; e se fosse feudo, ricadesse al padrone diretto; i duellanti e i padrini incorressero nella scomunica, nella confiscazione di tutti i beni, nella perpetua infamia, e fossero puniti come micidiali secondo i sacri Canoni; chi morisse in duello fosse privo a perpetuo di sepoltura ecclesiastica, e tutti quelli che dessero consiglio di ciò, e che ne facessero suasione in qualunque modo, ed anche i riguardatori, cadessero nella scomunica e nell'eterna maledizione. Dopo ciò, fu approvato un decreto con cui i Padri statuirono che tutti i decreti fatti ne'tempi o di Paolo, o di Giulio, o del presente Pontefice intorno alla riformazione e alla disciplina s'intendessero salva sempre l'autorità della Sede Apostolica. Pensossi a formare la dottrina del purgatorio, delle indulgenze, dell'invocazione, venerazione, reliquie ed immagini dei santi. Decretarono (questa fu la materia che da principio mise il mondo in disordine) esservi il purgatorio; l'anime ivi ritenute ricevere giovamento dal suffragio dei fedeli; vedessero i vescovi che nell'esercizio delle indulgenze le cose di mera curiosità, o che mostrassero specie di guadagno sconvenevole, si proibissero, e che i suffragi de'fedeli viventi in aiuto de'morti fossero usati divotamente e secondo l'intenzione dei suffraganti. Decretossi ancora che i santi pregano Dio per gli uomini, e, come è profittevole la loro invocazione, che i corpi loro debbono venerarsi; . Che le immagini di Cristo e dei santi specialmente nelle chiese debbono essere tenute, onorate e venerate, non per loro, ma per chi esse rappresentano; Si levassero tutte le superstizioni, tutti i guadagni turpi, tutte le lascivie d'una sfacciata bellezza dalle sacre figure ; nella visitazione delle reliquie e delle immagini non si mescolassero usi rei di gozzoviglie e d'ebrietà. Si statuirono poscia molte buone regole per una riforma dei regolari, con torre molti mali usi prevalsi nei conventi d'ambo i sessi, sì quanto alla professione che quanto alla clausura, ed alla creazione ed alla visita de' superiori. Fra le altre costituzioni si stabili che fosse lecito a tutti i monasteri d'ambo i sessi, eziandio de mendicanti, inclusi anche quelli cui dalle regole loro era vietato, il possedere beni immobili. Solo furono eccettuati, ad istanza dei loro generali, i Minori osservanti francescani ed i cappuccini, i quali protestarono voler continuare a vivere in povertà secondo gli ordinamenti dai loro pii fondatori lasciati. Anche il Lainez, generale dei gesuiti, aveva fatto istanza che la

sua compagnia, non quanto ai collegi, ma quanto alle case professe, nelle quali essa essenzialmente consisteva, fosse eccettuata, acciocchè dovesse vivere di mendicità e senza possessione di beni stabili; ma in un'altra congregazione chiese che fosse tolta la eccezione, perchè la sua compagnia, disse, voleva bensì vivere nella pura mendicità, ma non averne obbligo, parendole esser maggior merito il viver povero quando si può diventar ricco. Il giorno tre di dicembre tennesi la sessione nona dopo la riduzione, e che fu l'ultima del Concilio. Speditivisi i Canoni da noi sopra espressi delle indulgenze, stavano i Padri e gli astanti in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, stante che quella era la fine del Concilio. Il primo Legato domandava se fosse volontà dei Padri che il Sinodo si terminasse, e se piacesse loro che i Legati a nome suo richiedessero il Papa della confermazione dei decreti. Di concordevole consentimento risposero: Piacer loro le due proposte. Solamente l'Arcivescovo di Granata, non dissimile a sè stesso nemmeno in quell'estrema conclusione, disse, piacergli che si finisse il Concilio, ma che non si chiedesse la confermazione. Sorse quindi una grande allegrezza fra i Prelati pel fine delle fatiche loro dopo sì lungo spazio e tante tempeste. S'abbracciavano l'un l'altro con amorevolezza fraterna, bagnavano i volti con lagrime di tenerezza propizievole, ringraziavano Dio di un tanto avvenimento: accrebbesi il giubilo per festive acclamazioni. Il Cardinal di Lorena intuonava, rispondevano in coro gli altri padri; pregarono Colui dal quale ogni giusto ben procede, che desse felicità a Pio IV pontefice massimo, pontefice della Santa ed universale Chiesa; pregarono riposo alle anime di Paolo III, di Giulio III, e di Carlo V e di altri re defunti, benigni e pii aiutatori della felice e sacrosanta opera; augurarono molti anni all'imperatore Ferdinando, sempre augusto, ortodosso e pacifico; desiderarono medesimamente avven

turose sorti agli altri re, repubbliche e principi che la retta fede conservata avevano; renderono grazie ai presidenti, ai cardinali, agli ambasciatori. Fecero appresso prego a Dio che ai santissimi vescovi, banditori della verità, lunga vita, felice ritorno e perpetua memoria donasse. Professarono finalmente la fede e l'osservanza dei Decreti, Tridentini; invocarono Cristo, Supremo Sacerdote, la inviolata Madre di Dio, e tutti i Santi: dissero anatema agli eretici. Terminate le feste, le acclamazioni, gli auguri, si venne all'autenticazione degli atti. Il promotore riehiese i notai presenti, perchè rogassero per istromento pubblico l'intero tenor del Concilio. Il che eseguito essendosi, tutti i Decreti, raccolti insieme ed autenticati dal segretario del Concilio Massarello e da notai, furono sottoscritti dai Padri, ed i nomi dei sottoscritti sommarono a dugentocinquantacinque, quattro Legati, due altri Cardinali, tre Patriarchi, venticinque Arcivescovi, centosessantotto Vescovi, trentanove procuratori d'assenti con mandato legittimo, sette Abati, uno di Chiaravalle, quattro Cassinesi, uno di Clugny, uno di Villabertranda nella provincia Tarraconese di Spagna. Vi concorsero parimente sette Generali di religioni, dei Predicatori, de Minori osservanti, dei Minori conventuali, de'Romitani, de'Servi, del Carmelo, de' Gesuiti. Presersi per pubblici istromenti in amplissima forma espresse le accettazioni degli ambasciadori, salvo quella del Conte di Luna, ambasciatore di Spagna, perchè, essendosi opposto per mandato del Re alla chiusura, non voleva sottoscrivere che con la condizionale: riserbato l'assenso del Re Cattolico. Mancò anche l'accettazione degli ambasciatori di Francia, perchè non solamente non si ritrovarono presenti, per essersi, come abbiamo raccontato, trasferiti a Venezia, ma ancora, stante gli accidenti seguiti poco innanzi, non avrebbero, quand'anche presenti stati fossero, accettato. Restava che il Papa confermasse. Alcuni cortigiani

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