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Le Odi di Anacreonte, tradotte da Carlo Maineri.
Piacenza. presso del Maino, 181 1 in 8.”

Non potrebbe cominciarsi meglio il terzo volume del nostro Giornale quanto coll'annuntiar la versione in gentilissimi versi del più gentile fra gli antichi Poeti. O canti ei la Colomba o Batillo, o sforzi “ . . . . . . . . . . i tremuli “ Membri a lunghe d'amor giostre, e non tenui « Calici avvalli; . . . Come già disse un valente moderno Scrittore « . . . . . . . gioventù par che emoli, « Quasi vecchiezza non l'affranga e stenui; e vedesi sempre colla cetra in mano dalle Grazie temprata, « . . . trescando la Vita incerta e rapida « Deridere il final giorno e la lapida. Ma quei semplici pensieri, adorni di tutta la purezza dell'espressione, ma quell'espressioni spiranti attica venustà, quanto difficili mai non son esse a trasportarsi in una lingua diversa! A proposito di lui, e di Virgilio osò proferir quel Moderno, che i Poeti tradur non si Possono, e soltanto può dai traduttori pretendersi, che rendano argento per oro, come della Versione del Caro fu detto. Lasciando, dunque, ad altri, che pascer voglia l'erudita curiosità degli Ellenisti, la cura di fare un confronto coll'originale, noi ci ristringeremo ad osservare che pura n'è la dizione, eleganti ne sono le frasi, armonici i versi, ove forse s'incontra troppa facilità, che talvolta si avvicina alla prosa, difetto per altro nel quale assai difficile era il non incorrere, cercando di sfuggire l'af

Tom. III.

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