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fame carnificina fu un giovinetto figliuolo di Giorgio
capitano di quella milizia. All'albeggiare gli Almo-
vari, raccozzatisi insieme, ricominciarono lo scem-
pio, finchè degli avversarii chi si faggi, chi vi
rimase estinto. Solo mille uomini a forza di pre-
ghiere acconsentirono a soffermarsi con Giorgio,
che rifiutando loro offertogli in compenso del fi-
gliuolo, dissimulò l'ingiuria e preparò la vendetta.

Quetati alla meglio questi tumulti, escirono gli 4 mayyio
stendardi dal territorio di Cizico verso Filadelfia, chia- 15
mati instantemente in aiuto da tutte quelle provincie.
I Turchi, abbandonando di mano in mano il paese,
riunironsi sotto Filadelfa col principe di Caramania,
e vi accettarono battaglia. Combattè per gli infedeli
il numero; combatterono pei cristiani il valore, la
esperienza e le buone armature. Alfine l'impeto fero-
cissimo de' Caramani fu reso vano dall'agilità degli
Almovari: di ventimila armati (se non mente la fama)
appena 1000 fanti e 500 cavalli fuggirono in salvo.
Filadelfia accolse festosa i suoi liberatori.

Al rumore di tanta vittoria le provincie dell'Asia, che s'erano veduto rapire da’Musulmani mogli, prole, sostanze e religione, cominciarono a rilevare il capo: Culè apri le porte al granduca ; Tiria fu liberata da imminente dedizione, Lissa assecurata con buon presidio; Magnesia eletta per quartier generale, dove ammassare i tesori rapiti a'Turchi in guerra, oppure a'Greci coi terrori e colle torture.

In questo mezzo approdavano ad Ania la flotta catalana e Berengario di Rocafort, che, vendute finalmente al re di Napoli le castella da lui tenute in Calabria, con mille Almovari e 200 cavalli era venuto a

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congiungersi ai vecchi amici. Pochi giorni appresso coi ricchi tributi raccolti nelle città sottomesse vi arrivava eziandio Ruggiero di Flor, incontrato a festa fuor delle porte da’nuovi compagni. Consultossi allora de’disegni della prossima guerra. I capitani, considerando la piccolezza dell'esercito, stante la quale non si poteva nè abbracciare un vasto paese nè occupare terre munite, opinarono di marciar dritto al nemico e rifare battaglia. Distribuito perció un mese di paghe alle soldatesche, col favore di certa rotta data agli infedeli sotto le mura, escirono a spedizione verso l'Armenia. Ruggiero ebbe il comando della cavalleria, il Rocafort quello degli Alnuovari: Marulo ser. bossi il governo delle greche milizie.

Cosi' ordinati traversarono la Caria e la Cilicia, e quanto spazio s'estende fra Ania e il monte Tauro, camminando a piccole giornate, e dando la prima volta lo spettacolo d'un esercito cristiano a generazioni già nate sotto il giogo turchesco. Nelle gole del Tauro gli attendevano gli infedeli in imboscata : ma ben tosto, essendo stati scoperti dagli scorridori, ne sboccarono fuori ad ingaggiare battaglia in numero di ventimila fanti e diecimila cavalli. Erano i Catalani a questo numero l’un cinque: se non che stavano per loro i vantaggi dell'europea civiltà contro la barbarie di popoli non ancora divezzi dal vivere errabondo. Un tuono di mille voci diè segno del primo affrontarsi: e veramente il cozzo de'Musulmani fu tale, che l'ordinanza de Catalani balenava, se il grido di Aragona, Aragona, elevato dal granduca e ripetuto da tutti, non avesse rinfrancato gli spiriti. Da questo punto la vittoria, benchè fieramente contrastata , fu certa. Duró

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fino a notte l'uccisione: il sole risorgendo mostrò alle squadre gli effetti della loro bravura: monti d'uomini e di cavalli uccisi o morenti, diciottomila cadaveri di Turchi, e tra la polvere e il sangue, fra l'armi e le insegne, gli ori, gli argenti e le seriche vesti già da'vinti rapite a'Greci, ed ora dai Catalani rilolte a' rapitori.

III.

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Il sopraggiungere dell'autunno, la poca conoscenza del paese, e quindi la rubellione de' cittadini di Magnesia posero termine alla spedizione. Invano questa città, cui i tesori lasciativi da Ruggiero e le enormi imposte avevano spinto a opprimere la guarnigione Almovara, invano fu oppugnata con tutti gli sforzi dell'arte e dello sdegno. Durava ancora l'assedio, allorchè da Costantinopoli, dove quel tanto menar d'armi non era troppo gradito, giungeva ordine di affrettarsi a raggiunger Michele figliuolo dell'imperatore alla guerra di Bulgaria. I soldati sdegnando di abbandonare con vergogna tanta preda e vendetta, diedero ancora un ultimo e vano assalto alle mura di Magnesia: poi marina marina, quasi sempre a veduta della flotta, s'avviarono verso l'Ellesponto. Ma non erano ancora pervenuti in faccia a Gallipoli che già Andronico sbigottito mandava a dir loro di fermarsi, e per mezzo della nipote e della sorella esortava Ruggiero a lasciare in Asia l'esercito, ed unirsi con soli mille uomini alle schiere imperiali. Rifiutata la proposta, acquartieraronsi gli Almovari al dilà dello stretto sul promontorio di Gallipoli, amenissimo luogo, cui tre mari e

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vetuste memorie e stupendo spettacolo di natura rendono lieto.

Belle accoglienze aveva l'imperatore, avevano gli abitanti accorsi in folla a incontrarli, preparato a Rug. giero ed all'Entenza, testè sopraggiunto dall'Italia con mille Almovari e 500 cavalli: ma quando si venne a parlare degli stipendii dovuti alle soldatesche, altri furono i fatti dei ministri, altre le melate parole del Paleologo. Sollevavano l'animo de' Greci contro ai Catalani i Genovesi, che, afforzatisi di buone mura in Galata, quasi che la sede dell'impero corresse pericolo, sclamavano: «allestirsi in Occidente una potentissima armata per impadronirsi di Costantinopoli: il fratello naturale del re di Sicilia prepararsi all'impresa : i Catalani, dopo essersi inviscerati nel cuor dell'impero, straziarlo ora colle rapine a guisa di nemici: Berengario di Entenza con tapti compagni testé arrivato a Gallipoli precedere il poderoso naviglio che si apparecchia a Messina. Quanto a se stessi, offrire per ben pubblico 40 navi pronte a far vela, e 50. che si metterebbero in assetto tostochè si avesse promessa di pagamento per quanto lontano». Aggiungevano materia al terrore di Andronico ed alla rabbia di Michele gli esagerati racconti de'creduli o de'maligni sul valore, sulla insolenža, sull'ambizione de'Catalani. Nè accendeva leggermente gli animi la nuova tenzone sorta in corte tra Ruggiero e l'Entenza, volendo Ruggiero investire l'amico del proprio ufficio di granduca, protestandosi l'altro di non accettarlo, primaché Ruggiero non fosse fregiato delle insegne di Cesare. A ciò s'aggiunga il femminile chiaccherio di Irene e di Maria, suocera l’una, moglie l'altra,

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entrambe partigiane ardentissime di Ruggiero: sicchè
tra Genovesi e Catalani, Michele e Ruggiero, sorella
e nipote, confondevasi in wille consigli l'animo
imbelle del Paleologo.

Fu la conclusione degna di un greco imperatore. 4.13
Dapprima negò risolutamente di pagare le schiere:
poscia, atterrito dalle scorrerie degli Almovari, con-
cesse a Ruggiero ed a Berengario quanti ufficii sep-
pero desiderare; assenti a tutto, promise tutto, e die
ordine che fosse tosto sborsata la prima rata degli
stipendii. Ma le monete erano state coniate di falsa
lega: i Greci negarono di riceverle in pagamento dai
Catalani : i Catalani vollero farle accettare per forza,
e trascorrendo di eccesso in eccesso ridussero a de-
serto il paese attorno. Ruggiero per non rendersi
maggiormente sospetto a’suoi, rifiutò le insegne di
Cesare: Berengario, gettato in mare il cappello du-
cale, lo raggiunse a Gallipoli; e mentre fra queste
gare l'isola di Chio cade in preda de' Turchi, e Fila-
delfia recinta di più stretto assedio tollera gli estremi
della fame, Michele, accampato presso Adrianopoli,
si dispone a sterminare ad ogni costo la stirpe dei
ladroni almovari.

Dopo molte tergiversazioni algne l'imperatore s’appigliò al temperamento di concedere in feudo a’venturieri le provincie dell'Asia: « andassero, se le conquistassero, se le godessero in omaggio dell'impero ; ma oltre i soldi serviti, altra provvigione più non pretendessero che un donativo annuo di trentamila ducati, e di cento ventimila moggia di grano (1)».

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(1) Muncada, II. 6. - Muntaner, ch. 212. - Pachym. I. cit.

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