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aveva loro promesso prima di venire alle mani (1).

Allora fu che i Fiorentini, costretti a mirar dalle proprie mura le corse de' pallii eseguite dai militi, dai fanti e dalle meretrici del campo inimico, perderono ogni fiducia nelle proprie forze, ed ogni inclinazione alla milizia. Due anni dopo, alla general rassegna fatta in piazza di tutta la milizia fiorentina, più non si noverarono che cento militi delle carallate; e questi pure in breve scomparvero affatto (2). Stretta sempre più da Castruccio, la Repubblica mandò a stipendiar gente in Alemagna e in Lombardia, e a condizione d'averne aiuto di mille cavalli si concesse per dieci anni in obbedienza al primogenito del re di Napoli. Vi venne allora per vicario di lui Gualtiero di Brienne duca d'Atene, che pochi anni dipoi con maggiore ufficio e più aperti disegni era per aspirarvi a

(1) G. Vill. IX. 300. 304. 315. – Nella lettera scritta da Castruccio dopo la vittoria agli ambasciatori di Lodovico il Bavaro son riportati i nomi de capitani fatti prigionieri. Da questi nomi si argomenterà qual parte già avessero gli oltremontani nelle nostre guerre :

« Dom. Dorimbach, Capitaneus Theutonicorum. Dom, Wi« bertus de Riveroy, dom. Pabul de Hencorth et dom. Thomas « de Lorene Capitanei gentis francigene. Dom. Franciscus di«ctus Beti de Bruneleschis et Joh. de Rossi de la Tosa nobiles «florentini. Pajenus de la Sella. Arrigus de Baveria. Dietri«chus de Hosterich. Joh. de Ridonor. Ottolinus de Marelrem. « Oltolinus de Mongrasso. Hermannus de Baveria. Heuser de « Forimberg. Joh. de Ragonia. Forbauher de Norimberg. Ana nechinus de Lambach. Joachim de Reistan. Henricus de « Restriff. Nies de Strasborg. Rainaldus de Francia ». Verci, St, della Marca, doc. MIV.

(2) G. Vill. X. 28.

tirannide (1). Cosi un po' di sicurezza fu comprata a prezzo di quella libertà, per la quale s'era combattuto a Campaldino, alla Nievole, ad Altopascio, e s'erano patite tante discordie interne, e tanto 'sterminio di beni e di persone.

IV.

Più dura sorté era serbata a Padova. Piantata in luogo fertilissimo, e, attesa la vicinanza del mare, delle Alpi e dei grossi fiumi, soprammodo acconcio al commercio; piena di traffichi, di ricchezze, d'uomini, d'arme e di cavalli; signora di Bassano e di Vicenza, era questa città dopo la disfatta degli Ezelini rimasta come la maggior repubblica di Lombardia; dappoiché Milano, Parma, Pavia, Verona, Mantova, Modena e Ferrara a proprii principi, sebbene non affatto né del continuo, obbedivano. Padova somministrava i rettori alle altre città, a Padova traevano da ogni parte i fuorusciti ; e tiranni e tiranneggiati, come la fortuna li sbalestrava fuora delle patrie, colà, come in un luogo di comune salute, si posavano, Cosi erasi la repubblica mantenuta dal 1259 al 1311: allorchè i cittadini gonfiati dalla lunga prosperità, avendo avuto animo di negare la obbedienza all'imperatore Enrico VII, diedero occasione a Cangrande della Scala, signor di Verona, di valersi dello sdegno e delle forze di esso per assaltare e rapire loro proditoriamente Vicenza.

Affrettaronsi i Padovani nel primo sbigottimento cagionato da cotesta perdita, affrettaronsi, dico, ad

(0) G. Vill. IX. 328. 346.

1312

implorare perdono dall'imperatore; ma non appena lo sanno partito dalla Lombardia, che leyano il comando al vicario imperiale, si riducono in libertà, e rompono guerra a Cangrande per la speranza di ritogliergli Vicenza. Prestavano mano allo Scaligero febbraio sia le squadre tedesche lasciate da Enrico yii in Lombardia, sia le grosse masnade di venturieri da Cangrande medesimo intrattenute, benchè a strazio ed a vergogna de’sudditi, in Vicenza e Verona (1). Favorivano Padova i Trivigiani, Francesco d'Este, e il Signore da Camino di lei raccomandato : ed oltre le milizie della città e del contado, conservatesi intatte per si lunga pace, molti venturieri d'ordine suo vennero condotti a larghi partiti dall'Italia, dalla Catalogna, dalla Francia, e fin dall'Inghilterra, sotto la guida d'un Beltramo di Guglielmo e d’un Guglielmo Ermanno.

Intimata adunque la guerra, la città raccolse tutte le sue forze per tirare un gran colpo: e siccome aveva imposto che ogni casa somministrasse un uomo all'esercito, ossia, come allora si diceva, aveva comandato un uomo per casa, così tra gli stipendiarii, i proprii sudditi, e gli alleati, mise in campo diciottomila armati, e 3500 carri carichi con due bifolchi per ciascuno (2). Giunse tutta questa gente alle rive del

(1) «Hic mercenarios secum clientes, variis ortos regioni« bus differentisque idiomatis, stipendio magno conduxit, ex « quibus subito mores, honeste vive::di modus et cullus in « patria nostra pariter cum fortuna mutati sunt. Tunc slupra Ketc. » Ferret. Vicent. VI, 1123.

(2) Albert. Muss. Hist. Aug. L. VI. R. 13. - Ferr. Vicent. VI. 1130.

Vol. II.

Bacchiglione; ma anzichè passarlo, giusta la proposta di Guecelo da Camino, gli altri capitani, per non dargli quel vanto, risolsero di far alto e di ritirare il campo tre miglia ancora più indietro. Quivi si tríncierarono: ma non tardò a sopraggiungere l'estate, e in breve la noia e gli stenti dissiparono l'esercito senz'altro frutto che di qualche scorreria. Sorti allora a guastare il territorio de' Padovani il feroce Scaligero, che per avere più divote e numerose le soldatesche, aveva loro abbandonato in preda le persone e le robe de' proprii sudditi. Ciò udito, i Padovani rifanno l'oste, gettano un ponte sul Bacchiglione, e assaltando inopinatamente le pingui terre che con dolce pendio s'innalzano a'colli Berici, quanto possono portar via tutto rapiscono agli stupefatti agricoltori; il resto, case, piante, viti, capanne con bestial furore ardono, schiantano, e in una rovina confondono. Cosi trascorsero sino a Marostica; ma quantunque avessero in campo gli aiuti di Firenze e di Bologna, non per questo accettarono battaglia da Cangrande, che sulle sponde della Brenta corse a vendicare lo strazio di quelle del Bacchiglione. Alfine l'inverno impose tregua alla riHalda guerra, e tolse il velo alle intenzioni del signore da Camino; il quale, dopo avere ottenuto da' Padovaní case e poderi quanti seppe domandare in premio de' servigi resi in quella spedizione, chiese loro altresi il capitanato o per meglio dire la signoria della città. Dinegatagli la domanda, si rivolse immediatamente alla parte di Cangrande e ne sposò una nipote. Tali già erano le pretensioni e le arti de' capítani stipendiati (1).

(1) Alb, Mussat. Hist. Aug. X. R. 1.

· L'anno seguente nuove depredazioni e nuovi guasti A. 1313 ridussero a sterpeti ed a deserti luoghi per natura felicissimi : nuove genti calate dal Friuli, dal Tirolo e dalla Carinzia crebbero l'animo dello Scaligero a spingere fin sotto Padova la rovina e il terrore. Alla A.1.314 lor volta una ben maggiore impresa disegnarono contro di esso i Padovani. Confidati nelle calde pratiche mantenute per mezzo de' fuorusciti dentro Vicenza, mossero tutto l'esercito sopra questa città. Era esso governato dal Podestà e da un Vanni Scornazano da Pisa capitano degli stipendiarii. Tennero dietro alle soldatesche millecinquecento carri, sopra dei quali avevano collocato armi, letti, suppellettili e quanto servisse a proseguire ne' campi il dolce vivere cittadinesco. Tanto eransi addolciti quegli animi, tanto erasi rimessa quella milizia già cosi fiera!

Senonchè a debole principio infausto fine. I cittadini non conoscevano la disciplina per uso, i mercenarii non la volevano conoscere perchè loro non conveniva. Avutosi per tradimento il sobborgo di Vicenza, invano si promulgò l'ordine di lasciare in- 17 7live tatte le robe e le persone. I venturieri, Vanni me- 13 desimo, quantunque capitano e uomo provetto, cominciarono a menar attorno le mani rapaci e sporche; e in breve donne e sostanze, sacro e profano, ogni cosa fu alla mercè de protervi. Intanto l'occasione d'impadronirsi della città fuggiva per sempre. Infatti non appena Cangrande riceveva nuova del fatto, che balzava a cavallo con tre famigli, e volava da Verona a Vicenza. Quivi trovando che i nemici, respinti dalle fiamme e dalle balestre fuori del sobborgo , stanno

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