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mona; e queste città erano da loro usurpate appunto
mediante il braccio di quelle squadre, che avevano
giurato di custodirle e difenderle. In conclusione il
giovane duca si trovò in termine da dover implorare
l'aiuto di Facino Cane, e stipulare una tregua col
Fondulo e col Vignate proprii suoi condottieri, e
proibire nelle provincie di rendere giustizia o rogare
atti prima che fossero pagate le imposizioni, e fare
cancellare il pacem dalle pubbliche preci, e rovesciare
le schiere armate sopra il popolo che domandavala
per mercè.

Aveva il duca Gian Galeazzo eletto specialmente
alla tutela de' suoi figliuoli Jacopo del Verme, l'in-
tegro e valoroso condottiero; e questi solo fra tanti
traditori s'era mantenuto fedele. Ma veggendosi aper-
tamente odiato dalla turba degli sciaurati che a modo
di fazione regolavano le pubbliche faccende, e schi-
vato con molte apparenze di rispetto dal principe Gio-
vanni Maria, pel quale la lussuria e la crudeltà tene-
vano luogo d'imperio, aveva egli alla fine dovuto
ritirarsi come in disparte. Anzi, stante la fatale ne-
cessità delle rivoluzioni, aveva dovuto dare pressoché
l'aspetto di fazione armata alla propria difesa. Per
la qual cosa la somma del potere restò in Facino
Cane, che da condottiero divenuto nemico, e quindi
alleato, erasi ultimamente reso il signore, o per meglio
dire il tiranno, non che dello Stato, della persona me-
desima del principe. Quando la costui insolenza parve
troppa, e la pestilenza recata in Milano dalle popo-
lazioni accorsevi per iscampare dalla guerra e dalla A. 1996
fame, accrebbe esca al male, e lutto a lutto, fu Jacopo
del Verme segretamente supplicato dal duca, affinchè

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l'aiutasse a ricuperare l'autorità. lacopo, trovandosi privo di soldati, di denari e di ogni altra comodità, chiamò a capo dell'impresa Ottobuon Terzo, feroce condottiero, che con scettro di ferro signoreggiava Parma e Reggio. Questi ragunò in fretta 7000 uomini tra soldati e banditi, e stimolandone le brame colla promessa del sacco di Milano, passò l'Adda a Trezzo,

ed occupò Desio, Magenta e Rosate. Presso a Mori. 21 frbb. mondo si fece ad essi incontro Facino Cane, uscito

da Milano con 3000 uomini d'arme, e tosto con molto vantaggio li investi. La notte sospese il combattimento. Ma non si era appena il nemico addormentato dentro i proprii alloggiamenti, che lacopo del Verme con somma gagliardia ve lo assaliva. Le tenebre gli agevolarono la vittoria. Facino ebbe appena tempo di salvarsi colle reliquie del suo esercito dentro Pavia. Milano aperse le porte ai vincitori (1).

Fu il duca cosi amorevole verso lacopo ed Otto. buono, come era stato verso Facino, e come era pe essere verso ognuno che fosse più potente di lui. Ottobuono Terzo venne subito creato governatore della persona di lui e conte di Pavia; ma non contento di ciò, chiese che in guiderdone della vittoria gli venisse conceduto il sacco delle case e dei beni della fazione sconfitta: poscia passò a pretendere per le ricchezze di tutta Milano, la quale città se fu salva, il riconobbe dalla virtù di lacopo del Verme. Non veggendosi soddisfatto nè dell'una domanda ne dell'altra, il furibondo Ottobuono imbestialito egual. mente contro Guelfi e Ghibellini, partissi a guisa di

(1) A. de Billiis, II. 30. – Rosmini, St. di Milano L. VIII., p. 231. -- Corio, St. ili Mil. parle IV.

nemico da Milano, per concertare a Monza coi fuo-
rusciti i modi di guerreggiarla apertamente. Quanto
a Jacopo del Verme, posciachè ei mirò nella vil corte
di Giovanni Maria Visconti posposta la forte fede alla
corruttrice adulazione, l'austero valore all'abbietto
servire, e, stante la insufficienza de'suoi sforzi, la pro-
prią, persona non solo inutile ed odiosa, ma forse atta
soltanto ad accrescere per violento fine il lutto e la
ignominia della patria, cedette la tutela del duca a
Carlo Malatesta , e gettato un ponte sull'Adda,
cercò nuova patria e padrone presso i Veneziani.
Pochi mesi di poi, nel pugnare fortemente contro i
Turchi a'servigi della repubblica, rimaneva ucciso (1).
Capitano che avrebbe sollevato molto più del Barbiano
il proprio nome, se come lai fosse nato libero signore
di terre e di castella, e non già suddito di un gran
principe, a'cui cenni era obbligato di conformare
giorno e notte tutte le sue forze, i suoi disegni, e
la gloria sua.

Partito Jacopo del Verme, il duca ricevè come suo liberatore Carlo Malatesta; ma bentosto era condotto ad altri pensieri dalle armi di Facino Cane, che, acquistata Vercelli ed Alessandria, col favore degli esuli Ghibellini, di Giovanni da Vignate e del marchese di Monferrato, cingeva Milano di bastite, e con non molta fatica se ne insignoriva. La incostanza del Visconti, le congiure intestine, e l'arrivo di seimila Francesi condotti dal Boucicault governatore di Genova, scrollarono tuttavia alquanto il potere di Facino. Ma questi alla fine, essendosi con una segna

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(1) A. de Billiis II. 31, - Corio AA, 1407.

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lata vittoria presso Novi assicurato del Boucicault,

astrinse il giovane duca a implorare pace di nuovo, 6.Shure ed accoglierlo in trionfo e signoria dentro Milano.

Parvero a questo modo posate per sempre le cose dello Stato, e forse sarebbe stato realmente cosi, se la superbia ed i soprusi, proprii di chi dalle miserie dell'esiglio si estolle al comando della patria, non avessero col pungolo di quotidiane ingiurie svegliato a vendetta ed ai tradimenti i vinti Guelfi. Fu travolto nella trama anche il duca, che non potendo nè comandare nè obbedire, congiurava: effettivamente dispose ogni cosa per opprimere Facino la prima volta che venisse a corte; né il disegno mancava, se la troppa fretta di chi gli voleva male non l'avesse salvato. Già

il condottiero era penetrato nel secondo cortile del 15 aprile palagio ducale, quando il Visconti, non potendo più

capire in sè dalla allegrezza, a tu sei mio prigione a gli grida. A queste voci Facino caccia a fiaccacollo in fuga il destriero, e tutto lacero e sanguinoso corre a porsi in sicuro a Rosate (1).

Alla sventata macchinazione successero qaindi per parte del duca e del suo consiglio tali umiliazioni e scuse

e preghiere, che il condottiero finse di prestarvi fede, Imaggio ed acconsenti ad una nuova pace. Ritornò pertanto in

Milano governatore per anni tre. Poscia col braccio della fazione ghibellina rapi Pavia a Filippo Maria, il fratello minore del duca di Milano. Avvenne che nell' entrare in città, Facino ritrovò le case de'Guelfi già saccheggiate dai suoi aderenti: «Ea me nulla rimarrà adunque? » sclanıò alle squadre: «Guelfi o Ghibellini, io

1410

(1) A. de Billiis, 11. 34. — Corio, IV. 592.,

Alrette

voglio la mia parte », e la città andò a ruba. Nell'uni-
versale scompiglio di depredati e depredatori Filippo
Maria rifuggissi a stento nel castello, col favore soprat-
tutto di un oscuro soldato da Carmagnola, il cui no-
me, pronunziato allora la prima volta nella inilizia, era
per risuonare poco stante non senza gloria nei fasti
d'Italia. Però dopo alquanti giorni d'assedio, altresi
il castello si arrese al vincitore, che lasciato a Fi-
lippo Maria il titolo e le insegne di signore, ne ritenne
per sè le ricchezze e l'autorità.

Piegati in tal yuisa i due Visconti, addolcita la
plebe coll'abbondanza de' viveri, sottoposte al suo
giogo Milano, Novara, Pavia, Tortona, Como, e le
terre che si specchiano nel Lago Maggiore, Facino
Cane rivolse la mente a riunire nelle proprie mani
tutto l'ampio retaggio di Gian Galeazzo, e disegnò la
prima impresa contro Pandolfo' Malatesta. Aveva
questi, come narrammo, usurpato Brescia. Facino vi
avvicinò l'esercito, e circondolla di stretto assedio:
ma non gli bastó la vita a vederne il termine. · Sor-
preso da mortale assalto di golta, fu condotto semi-
vivo a Pavia; e quivi le ultime ore gli vennero ancora
amareggiate dalla inaspettata nuova dell'assassinio del
duca Giovanni Maria. Colle estreme voci Facino rac- maggio
comandò la vendetta di questa uccisione, e la persona
della sua nuoglie Beatrice di Tenda agli amici, che gli
stavano attorno: quindi non pago de'suoi voti, male
soddisfatto dell'opre sue, non rassegnato, non dispe-
rato, spirava (1)

Morto Facino, la provetta Beatrice di Tenda sposò il

1412

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