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e retrocedettero. Cosi la bastita fu conservata e condotta a perfezione (1).

Però non trascorse gran tempo che l'emulazione tra i due condottieri degenerò in animosità e quindi in odio ed in perfidia. Affermava il Tartaglia, avere Sforza tentato di avvelenarlo: rammemorava Sforza, avere il Tartaglia tre anni innanzi, apposta per odio contro di lui, ceduto ai nemici il ponte che gli era stato confidato presso Bologna. Prestava favore al Tartaglia per ragione d'amicizia Franceschino della Mirandola con 120 lancie; prestavanto allo Sforza per ragione del parentado Michele e Lorenzo Attendoli con 140 uomini d'arme; stavasi di mezzo coi minori capi la compagnia della Rosa superiormente ricordata. A dirla breve, già il campo minacciava di scindersi in due, e rivoltarsi gli uni contro gli altri, se Gino Capponi commissario di Firenze e uomo per virtù civili e militari degnissimo di perpetue lodi, non avesse soffocato la querela avviando i due emuli da due diverse parti contro la città assediata.

Irattanto in Pisa vivevasi di gramigne e di erbe secche miseramente impastate; tuttavia sembrava quasi che vi crescesse coi mali la grandezza e l'ostinazione degli animi nel sostenerli. Aveva Firenze, per impegnare le sue soldatesche a scalarne le mura, promesso loro paga doppia, mese compiuto, la città a saccomanno, una mancia di centomila fiorini, e armi e vesti a piacere. Tanto costa la bravura, quando il soldato non ne trova in sé i naturali impulsi! Ep

(1) Capponi, Comment. 1134 (t. XVIII).--Ammirato, XVII, 926. – Minerbetli, 545. - Leod, Cribell, 639. - Boninc. Ann. Min. p. 94,

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pur tutte coteste lusinghe insieme coi rimproveri e coll'esempio de' capi non bastarono a tenere in sesto per qualche istante le numerose squadre de' Fiorentini a fronte di pochi ed affamati cittadini. Ma ben altrimenti gagliarde elleno si dimostrarono, allorchè si

trattò di entrare in Pisa per accordo : nè se la nobil 1406

città campò allora dal sacco, da niun'altra cosa il riconobbe che dalla fermezza del Capponi, il quale sotto pena della forca vietò di insultare chicchessia, e dichiarò i capitani mallevadori delle colpe che venissero commesse dai soldati. Avresti allora mirato i cittadini smunti ed avviliti guatare dalle finestre con paurosa curiosità le schiere onestamente procedenti, e raccogliere con avide bocche il pane lanciato ad essi dalle vie, e secondo la vicinanza contrastarlosi od offrirlosi; poi oppressi dall'insueto pasto svenire e cader semiapimi (1). La repubblica stanziò per ricompensa allo Sforza un'annua provvigione di 500 fiorini. Quinciegli, traversando Firenze in gran pompa, si mosse con 250 lancie verso la Lombardia per servire come capitano generale il marchese d'Este e gli altri principi radunati in lega contro Ottohuono Terzo. '

Già narrammo per quali vie questo condottiero si A. 1408 fosse impadronito di Parma e di Reggio. La signoria

d'uomini nuovi è sempre acerba sovra ogni altra ; posciaché abbiano eglino da crearsi con violenza e ad un tratto quegli strumenti di potere, che un'antica dominazione a poco a poco sa acquistarsi, e di padre in figlio sempre accrescendo si trasmette: però quella d'Ottobuono, sia per indole sua propria, sia per no

(1) Capponi, Comment, 1139,

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cessità delle sue condizioni, di tanto passò ogni limite
di umanità e di prudenza, così verso i sudditi, come
verso gli estranei, che i principi di Mantova, di Fer-
rara e di Milano, e Pandolfo Malatesta e Gabrino
Fondulo, quegli signore di Brescia, questi di Cremona,
entrarono assolutamente nella deliberazione di atter-
rarla. Durò la guerra sotto la condotta dello Sforza,
varia, come al solito, ed inconcludente. Un dì, questi
avendo nella inischia scontrato Ottobuono, lo scavalcó, novemb.

1408
e già stavagli sopra col ferro levato per ucciderlo,
quando un rovescio di gente sopravvenne non solo
a liberare il capitano caduto, ma a respingere in fuga
le squadre dei confederati. Fu tra i prigioni di Ot-
tobuono Michele Attendolo con trenta altri; sopra
costui, sopra i suoi compagni pensò egli tosto di ven-
dicarsi del pericolo e della vergogna passata col
mezzo della fame e delle torture. Durarono quattro
mesi gli infami strazii: alfine il caso e l'audacia aper-
sero ai prigionieri le porte del tetro sotterraneo. Giunti
appena in salvo, andarono a trovare Sforza cugino,
come abbiamo detto, di Michele, e tutti insieme
giurarono di pigliarne vendetta, in qualsiasi modo,
purchè fosse tosto e solenne (1). -
· Né l'occasione caldamente agognata tardò a pre-
sentarsi. Ottobuono (chi il disse mosso da volontà di
ingannare il nemico, chi per buon desiderio di pace)
invitò il marchese d'Este a voler venire secolui a par-
lamento in certo sito sulla strada tra Reggio e Ru-
biera. Acconsentita la domanda, stabilironsi le con-
dizioni del convegno. Lungo il sito divisato stendevasi

aders

(1) Leod. Cribell. p. 644.

un bosco discretamente folto, e per cagione di certe bassure molto opportuno alle imboscate. Per ordine

segreto del Marchese fu esso riempito di buoni soldati, 27mags. che sotto varie spoglie v'entrarono alla spicciolata, 1409

e vi si armarono delle armi che v'erano state recale dentro certi sacchi. Ciò fatto, stettero questi aspettando il momento. Venne Ottobuono al congresso quasi inerme su piccolo ronzino; il marchese vi venne accompagnato da grossa scorta, e fra questa si trovava Sforza montato sopra un feroce destriero ed armato dalla lesta ai pie. Domandataneda Ottobuono la ragione, fugli risposto: « tale essere il suo uso di non spogliare mai l'arme». Cominciaronsi le trattative. Mentre se ne scambiavano le prime parole, il destriero dello Sforza corvettando e nienando calci lo trasportava quasi suo malgrado qua e là per mezzo alla brigata. Ciò era fatto da Sforza apposta per accostarsi sicuramente ad Ottohuono. Come gli fu a tiro, coglie il destro, sguaina lo stocco, e con tal animo gli si abbandona sopra, che il passa fuor fuora, e, feritone anche il ronzino, lo getta a terra per morto. Tosto Michele Attendolo smonto a finirlo di più ferite, ei soldati sboccando dall'agguato ne fecero prigioniera tutta la comitiva. Il corpo di Ollobuono condotto poi a Modena a pubblica ignominia, vi fu stracciato coi denti dai fuorusciti di Parma e di Rega gio, che giudicavano forse di alleggerirsi così dei mali sofferti e da soffrire. Quindi lo Sforza acquistava al marchese d'Este quelle due città, e ne otteneva in premio la terra di Montecchio sul Parinigiano (1).

(1) Corio, IV. 593. – J. de Velayto, 1066 (l. XVIII).-A. de Billiis, ill. 49. — Ant. de Ripalta, 873 (t. xx). — Minerbetti, p. 604.

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IV. Compagno e amicissimo dell'Attendolo nelle tende del Barbiano fu un Andrea Braccio dei conti di Montone, Perugino di nobile stirpe, pari pressappoco a quello di età (era Sforza nato il 28 maggio del 1569, Braccio il primo luglio dell'anno innanzi): ma molto più di lui perseguitato da quella sventura, che affina le grandi anime, peggiora le piccole. Infatti Sforza, sorgendo dal nulla, tenne ogni suo progresso come in liberal dono della fortuna: a Braccio in un dì il furore di parte tolse patria, averi ed amici, e con due gravi ferite, l'una nel braccio l'altra nel piede, il geltò a ramingare pel mondo qual soldato di ventura (1). Colå adunque, sotto la disciplina del gran conestabile, faticavano insieme, ed avevano tende e affetti ed insegne comuni essi cbe erano colle proprie gare per dividere in due l'Italia. Avendo poi Braccio abbandonato il Barbiano, variamente si affaticò nel servizio ora di papa Bonifacio, ora di Firenze; alla A. 1405 fine si trasse a Roma, allora appunto che la recente espulsione d'Innocenzo VII, le ambizioni degli Orsini e de'Colonnesi, le armi di Ladislao re di Napoli, e le improntitudini popolari l'avevano tutta sconvolta. Appena giuntovi, Braccio si acconciò agli stipendii del Mostarda da Forli famoso condottiero pontificio.

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(1) Campani, Vita Brachii, L. I. p. 442-449 (t. XIX). — Corio, 511. Troviamo (Cron. Sanese, p. 107. t. XV), un mess. Francesco. Fortebraccio da Montone capitano di guerra in Siena nel 1343. Questi per avventura fu avolo o prozio di Braccio. Il padre di Andrea si chiamò Oddo; la madre Giacoma della illustre stirpe dei Montemellini. Ebbe due fratelli più vecchi, Manfrone e Giacomo.

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