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rore di parte, che molti cittadini per scaramucciare
con quei di fuori, non potendo uscire dalle porte che
erano murate, calavansi con funi dalle mura. Si sco-
perse anche dal gonfiamento che producevano nei
Braccieschi le ferite fatte dalle saette ostili, che queste
arrivavano avvelenate, Però avendo Braccio mosso
contro questa infame barbarie gravi querele e mi-
naccie, il consiglio de' cittadini sotto pena di morte
la proibi.

Restava per ultima speranza dei Perugini Carlo Ma-
latesta signore di Rimini, il quale da loro pregato ed
assoldato si era posto in cammino con un forte eser-
cito non tanto per liberarla da Braccio, quanto per
usurparla per sè. Iniquo fine serbato dagli alleati forti
ai deboli! Braccio, due miglia discosto dalla città, si
dispose a battaglia, diviso l'esercito in molte schiere,
e frammisti alla cavalleria molti fanti velocissimi, ac-
ciocchè somministrassero le armi ai combattenti, ri-
levassero i caduti, e ferissero i destrieri del nemico,
Collocò i fuorusciti nella prima fronte, le insegne nel
vicin bosco, i saccardi vestiti da uomini d'arme sul
colle soprastante. Quanto alle donne, ordinò ad esse
di provvedersi di dogli, ed empierli di acqua per soc-
correre quà e là durante la mischia alla sete delle
soldatesche.

Per l'opposito il Malatesta, come ebbe guadato il fiume, sparti le sue genti in tre squadre. Commise la prima ad Angelo della Pergola, la seconda a Ceccolino de' Michelotti, la terza ritenne per se medesimo: quindi diede il segno dell'assalto; e il grido di « Braccio, Braccio! Carlo, Carlo!» si elevò alle stelle. 7 luglio Ruppe il Pergola assai di leggieri la prima schiera

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molto sottile de' Braccieschi; ma non tardarono a far. segli incontro la seconda e la terza, e dietro a queste le successive, che percnolendolo a muta a muta con forze ognora fresche, il ricacciarono alla fine sopra il secondo squadrone comandato da Ceccolino de' Michelotti. Questi rinnovò allora, ma non già con più felice successo, il combattimento: rinnovollo con disperato proposito il Malatesta; e la vittoria alacremente contrastata stette alquanto tempo come sospesa fra l'uno esercito e l'altro. Frattanto altre ed altre schiere Bracciesche, rinvigorite per cagion dei rinfreschi che trovavano in pronto, sopravvenivano con crescente bravura: al contrario i nemici, oltre la fatica del combattere, trambasciavano dal caldo e dalla sete. Quando parve il momento propizio, Braccio fece un cenno, e la schiera de' fuorusciti sboccò loro addosso sui fianchi. Allora la pugna si converse in fuga; la presa di tremila cavalli, e delle persone medesime del Michelotti e del Malatesta, e l'acquisto di Perugia furono il premio della nobile vittoria, che Braccio riportò coll'avere diviso in parti opportune l'esercito, epperciò saputo con minore quantità de' proprii soldati stancarne una molto maggiore dei soldati nemici (1).

Conseguito alla fine lo scopo de' suoi desiderii, 19 luglio Braccio primieraniente celebrò con giostré solenni il

fortunato evento: quindi applicò tutto lo studio suo a consolidare ed accrescere dentro Perugia l'acquistato potere. Le antiche discordie vi compose, gli animi

.(1) Vita Brachii, 111.507-531. - Leod. Cribell. 672. – Cron. d' Agobbio, 958 (t. XXI). — Ann. Foroliv. p. 209 (t. XXII).-Chron. Furolio. 886 (t. XIX). - Spirito, cit. L. I. c. XVIII.

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dei cittadini si concilio, risarci le mura danneggiate dall'assedio, e, affine di potere aspirare a maggiori cose, con ogni diligenza addestrò alle armi la gioventù, mediapte finte battaglie, alle quali di gran mattino gli adolescenti, poi i garzoncelli, e per ultimo tutto il popolo spartito in isquadre sotto proprie insegne e capitani pigliavano parte (1). Bentosto una nuova vittoria da lui riportata a Colfiorito sopra Paolo Or- 5 agosto sini che vi riinaneva ucciso, l'acquisto di Rieti, di Narni e di altre terre già possedute dal Malatesta, le gravi imposte riscosse da Spoleto e da altre città, vennero a compensare ai Perugini con isplendore di gloria il desiderio della perduta libertà ; sicché, volLato l'odio in ammirazione, venerarono signore della patria lui, ch'esule avevano detestato ; e l'ammirazione lastricò le vie all'obbedienza. Braccio ne prese coraggio per accingersi ad una straordinaria intrapresa.

Roma, già conquistatrice di un mondo, Roma sede unica di una religione, che dilatatasi per tutta la terra aveva messo l'impronta ad una nuova civiltà, venne allora non solo desiderata o tentata con occulte pratiche, ma con aperta guerra assalita da un condottiero di ventura. Nè qui si fermò da una parte l'audacia, dall'altra la fiacchezza: chè Braccio ed entrava in città per accordo trionfalmente, e se ne faceva creare 16 giug. difensore, e vi eleggeva un nuovo senatore, e sotto pretesto di zelo religioso poneva assedio a Castello 5. Angelo, dove all'ombra delle insegne di Napoli s'erano ricoverate le genti del papa (2). Se non che

(1) Vita Brachii, 1V. 538. 547 ? (2) ibid., IV. 546. .

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già s'era mosso a liberar Roma un altro condottiero, al quale gravi e recenti sdegni prestavano ali al cammino.

Era costui Sforza Attendolo. La regina Giovanna II, ritornando per effetto di una subitanea rivoluzione al sommo potere, lo aveva ristaurato negli antichi onpri: il novello suo drudo, ser Giovanni Caracciolo, avera preso occasione della guerra bracciesca per allontanarlo onestamente dagli occhi di lei. Già l'aere corrotto delle vicinanze del Tevere aveva con mortali infermità pressochè disfatto l'esercito di Braccio; il sopravvenire de'nemici gli fu motivo sufficiente per di: loggiarne. Roma cadde pertanto nelle mani di Sforza. Ma non ne era egli appena padrone, che cercava modo di vendicarsi una volta per tutte del Tartaglia. Stava questi con discreta quantità di genti a guardia della terra di Toscanella. Sforza, consapevole dell'indole impetuosa di lui, mando una piccola schiera a provocarlo sotto le mura; dietro ad essa con certo intervallo dispose in luoghi opportuni il resto de' suoi. II Tartaglia conforme al solito, visto il nemico, sorti ad assaltarlo. Gli Sforzeschi, fatta breve resistenza, come se fossero vinti, a mano a mano indietreggiapo: li segue il Tartaglia, e con gran furore incalzandoli si caccia sempre più innanzi. Ma un tratto, quasi per incanto, ecco sorgere da tutte le parti le soldatesche poste in agguato, e in men che ei non sel pensa, ai fianchi, alla fronte, alle spalle, cingerlo ed investirlo. Non per questo il Tartaglia si smarri: anzi riordinati e rincuorati i suoi, cop tal impeto si avvenlò sopra gli assalitori, che avrebbe senza dubbio rivolto a propria sua gloria le arti di Sforza, se questi gettando fra i nemici la insegna, non avesse sospinto i suoi seguaci nella necessità di ritornare addietro per ricuperarla. Alla fine il Tartaglia tutto pesto e sanguinoso dovè ritirarsi in Toscanella, non fallitogli, se non per miracolo, il tempo a chiuderne le porte.

Passo in molta fama questo fatto d'armi, sia per l'animosità straordinaria dimostrata da entrambe le parti, sia perchè Francesco figliuolo di Sforza, giovane allora di 46 anni, vi diede il primo saggio di quel valore che poscia il rese immortale. Poco stante i tre condottieri Braccio, Sforza ed il Tartaglia, fatta tregua di sei mesi, si ridussero tranquillamente alle stanze d'inverno, rese al primo di essi più care per la conquista di Terni, di Orvieto, di Spello, insomma di tutta l'Umbria (1).

III. . All'aprirsi della primavera lo Sforza adirato fiera- A. 144: mente contro il gran siniscalco Caracciolo, dal quale per odio e gelosia era stato abbandonato di qualsiasi aiuto nella guerra anteriore, mosse le sue genti verso Napoli, e alla testa di tutti i malcontenti vi entrò a bandiere spiegate, gridando « Viva la regina, abbasso il gran siniscalco!, Sperava egli nel seguito del popolo minuto, a cui la privata miseria è comune. inente incentivo a desiderare pubbliche mutazioni: ma che può mai onda di plebe priva di capi, d'armi, e di scopo certo, prossimo e manifesto? Sforza avrebbe voluto deporre il Caracciolo, e in suo luogo elevare se medesimo od altra persona sua dipendente. Dal

(1) Leod. Cribell. 674-681. - Boninc. Ann. Min. 114. 116. - Corio, IV. 617. - Giorn. Napolet. 107.

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