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da Padova e tramavano nell'esilio con Cangrande, altri per le vie si disputavano colle coltella le ultime ore di un potere che già moriva. La città era in apparenza governata a nome del duca di Carinzia da un conte di Ovenstein: ma l'Ovenstein pretendeva oro e sollazzi dalla terra non sua, e purchè ciò asseguisse, poco si curava che i suoi Tedeschi, tuttochè pagati dall'erario del Comune, s'intromettessero per denaro chi a fomentare una fazione, chi a fomentare un'altra, é insanguinarle tutte. A' Tedeschi s' aggiunsero gli uomini del contado, o già da qualche tempo rifuggiti in città, o accorrentivi allora a pescare nel torbido : di qui i quotidiani furti, ratti, omicidii, rapine, e stupri; il palagio del Comune messo a sacco; le pubbliche carte arse o disperse; i Denteschi banditi, le loro case depredate dai Tedeschi; insomma a tal segno salita la baldanza di chi comandava, da imbavagliare in sacca di cuoio i più ricchi e potenti, trascinarli in orride prigioni, e tanto straziarveli colla inedia e colle torture da spremerne opimo riscatto (1). Fu anche taluno che per evitare i tormenti gittossi dal terrazzo del pubblico palagio a sfracellarsi in piazza. In conclusione quando ogni cosa dentro fu consumata, il conte di Ovenstein ne uscì colle sue masnade, col pretesto di opporsi ai fuorusciti che mandavano a ferro e a fuoco le campagne, ma in fatti per dividere con esso loro segretamente le spoglie della tradita repubblica.

Fra queste miserie durò Padova tre anni: finalmente A. 132€ essendo giunta al punto, in cui il privare la patria di

(1) Cortus. hist. III. 6.

libertà può sembrarne amore, Marsiglio da Carrara
corruppe a forza di denari i mercenarii tedeschi, e
sbandì col loro aiuto dalla città chi la straziaya. Allora
se ne fa eleggere signore, rimanda in Germania le
squadre (1), e patteggia collo Scaligero le sorti della
patria. La somma dell'accordo fu, che Taddea fi-
gliuola di lacopo da Carrara sposasse il nipote di
Cangrande, il quale dovesse rimanere padrone di Pa-
dova, ma a condizione che Marsiglio vi continuasse
nella solita maggioranza col titolo di Vicario, ed en- ,
trasse senza dimora nella possessione dei beni de' più
doviziosi condannati. Compiuto il matrimonio, intro-
dotte in città le masnade di Cangrande, quando nel
general consiglio fu proposto di concedere a lui la
signoria, niuno s'attentò a opporre parola. Dopo di-
ciassette anni di guerra civile, dopo la morte di cento

migliaia d'uomini mancati di ferro, di fame, di freddo, 10 bre d'esiglio, e di supplizii, Cangrande incontrato a festa 1.328

dal clero e dai garzoncelli entrava trionfante nelle desolate mura. Il popolo stupito, nè oramai più sapendo che cosa desiderare o temere, non fiatava nemmeno: a pochi che gridarono « Viva Cane e tolgansi i dazii e i sacchi », fu risposto colle saette ; mentre il signore, facendone le meraviglie, domandava che fosse.

Del resto ben poco tempo godè Marsiglio il prezzo ricavato dalla vendita della sua patria. Cangrande che nol voleva nè troppo ricco nè troppo vicino agli antichi suoi partigiani, lo costrinse a restituire i de

(1) Cortus. hist. JII. 14. — Albert. Muss. De Gest. Ital. XV. 750.

nari rapiti, e si affrettò a chiamarlo a Verona; dove confuso cogli altri cortigiani convenne quindi innanzi al Carrarese passare le mattine in sala ad aspettare il signore, e seguitarlo a caccia e a sollazzo di notte e di giorno, come a Cangrande attalenta; e se passeggia, passeggiare con esso, e se si ferma, fermarsi, e attendere e desiderare l'ora di vederlo e farglisi vedere, e affettarne le maniere, e star come esso negli atrii seduto sul cavallo e dormigliare appoggiato all'arcione (1). In Padova, fatta serva, povera e vile, poche masnade stipendiate bastarono per soffocare ogni seme, che di buono e di forte ancor vi fosse rimaso. Tal fine vi ebbe la libertà e la milizia cittadina.

L'anno innanzi Pisa atterrita pella imminente ca- gennaio lata di Ludovico il Bavaro, aveva fatto compilare il * codice delle sue masnade stipendiarie (2); ed il Co

(1) Alb. Mussat. cit. L. XII. 755-764.-Cortus.hist. IV.3-5.

(2) Questi ordinamenti, stati ratificati poi c corretti nel 1331, sono riportati alla nota IV, per gentilezza del Prof. Francesco Bonaini, che ce ne fece libero dono. In essi vengono creati alcuni soprastanti alle masnade : fissato il numero e il prezzo de'cavalli, che deve avere sia il donzello, sia il milite, sia il banderaio : antivenute le false posle e gli altri inganni: stabilite le paghe denotai e altri officiali alle condotte : cominessa la giurisdizione sulle masnade, quanto alle quistioni civili, ai soprastanti suddelti, quanto ai malefizii ossieno reati, al Capitano del popolo: fatta distinzione tra stipendiarii italiani e stranieri : determinati i casi e i nodi delle emende ossia dei compensi da darsi per causa dei cavalli morti o danneggiati in servigio pubblico: vietato l'assentarsi, e il vendere, l'impegnare e il prestare qualsiasi cavallo descritto: impedita l'intrinsichezza tra gli stipendiarii e i cittadini: coman

mune di Bologna, in conseguenza di una grandissima

rotta datagli a Monteveglio dalle squadre oltremonfebbraio tane de' principi di Lombardia, a quasi unanime suf1327

fragio aveva giurato obbedienza alla Chiesa, e ricevutone guarnigione di 800 cavalli stipendiati (1). Cosi ne Comuni d'Italia già si fiorenti e bellicosi vedevasi via via succedere alla milizia cittadina la mercenaria, alla indipendenza il servaggio, alla vita la morte.

VI.

Ma quali erano frattanto verso chi li pagava i portamenti di cotesti mercenarii, che stavano per introdurre una nuova milizia nell'Italia? Quando la guerra diventa mestiere, e la bravura si compra e si vende, chi più då più ottiene: fedeltà, onore, virtù, ufficio di suddito, eroismo di cittadino sono nomi ignoti o cose strane. Guai agli Stati che non piantano le loro basi sopra forze proprie! Que' conestabili tedeschi e borgognoni, che per un poco di denaro davano vinta a Castruccio la giornata d’Altopascio, per maggior

somma ricevuta da' nemici congiuravano di ucciderA. 1315 10 (2). Que' mercenarii che Firenze e Padova condu

cevano a prezzo dal Friuli e dall'Inghilterra contro Castruccio e Cangrande, non erano lenti a tradire l'una e l'altra, tostochè si offeriva ad essi occasione

date due mostre generali di tutti gli stipendiarii in ciascun anno; esentate le masnade dalle gabelle d'entrata.

(1) Cron. miscell. di Bol. p. 343. (R. I. S. t. XVIII.) -- G. Vill. IX. 321. – Bonifac, de Moran. Chr. Mutin. p. 109. (R. I. S. t. XI.)

(2) G. Vill. IX. 332,

di più ricco guadagno (1). Mille Tedeschi, di quelli di Enrico vii, dopo avere in Genova per paga aiutato i Guelfi contro i Ghibellini ed i Ghibellini contro i Guelfi, pigliato il pretesto di certi loro crediti, facevano empito sopra la città, vi uccidevano 500 persone, altre ne ritenevano in ostaggio, nè prima le lasciavano in libertà che dopo averne ricavata una taglia di 17 mila fiorini (2). Queste erano le prime insolenze dei venturieri in Italia nel xiv secolo. Molto più dure prove erano serbate ai signori di Milano.

Non cosi tosto Matteo Visconti ne era stato creato A. 1311 vicario imperiale, che s'era affrettato a circondarsi di buone squadre al soldo, siccome di un sicurissimo schermo contro gli umori interni, e gli assalti esteriori de' Torriani fuorusciti, del papa e del re di Napoli. Alla morte di Enrico yii, un conte di Salibrun, in fama di prode e nobilissimo guerriero, venne da Matteo preposto al governo di tutte le masnade colla paga di 500 cavalli. Un dì, essendosi avuta vista del nemico, il Podestà ordinò al conte di ritirarsi in un luogo forte, e fermarsi finchè arrivassé il grosso dell'esercito: ma il conte, protestando che le sue insegne non erano use a nascondersi in faccia al nemico, si ostinò a procedere innanzi e attaccarsi con esso. Vittima di sua caparbietà, vi rimase egli estinto: ma già si scorgeva quale obbedienza era lecito sperare da gente siffatta (5).

(1) Alb. Mussat. De Gest. Ital. L. IV. R. 3. – G. Vill. IX. 207.

(2) Guil. Ventur. Mem. Ast. c. 90. (3) Joh. de Cermenat. c. 66. - Boninc. Morig. Chr. Modæt. L. II. C. 17 (R. I. S. t. XII).

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