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e Guianello, dentro la quale Braccio aveva fatto stendere il suo padiglione mastro. Qyivi steltero ben due ore ragionando e riducendosi non senza tenerezza alla memoria le prime imprese compiute insieme sotto il Barbiano, e i comuni pericoli, e le sventure e gli acquisti comuni. Corse anche voce, che nella piena dell'affetto si raccontassero scambievolmente le ipsidie dall'uno all'altro ordite, e Braccio manifestasse a Sforza certo tradimento di un Niccolò Orsini, per cui l'aveva vinto a Montefiascone, e lo confermasse nella credenza delle colpevoli intenzioni del 'Tartaglia. Falto sta che lo persuase a seguitare le parti della regina, cui egli, chiamato altrove dai proprii affari, era in procinto di lasciare.

"Terminato il colloquio, i due condottieri si separarono. Tornovvi il giorno seguente l’Attendolo coi figli; e dopo avere tra il frastuono delle trombe e dei timballi acconspagnato Braccio lungo tratto della strada verso l'Umbria, a stento, come da cosa cara, se ne diparti. Pur tanle carezze in breve tempo erano per mutarsi in nortal guerra ! nè tre anni trascorrevano affatto, che la morte soffocava ad entrambi ogni odio e passione, a "Sforza nell'accorrere a far battaglia contro Braccio, a Braccio nel far battaglia contro il figliuolo e le genti di Sforza !

Spiccatosi alla fine da Braccio, l'Attendolo si reco tosto in Gaeta dalla regina, che lo accolse lietamente, e per compensarlo della perdita dell'Acerra statagli ritolta dal duca di Angiò, lo investi della signoria di Manfredonia. Narrasi, che durante la cerimonia della investitura stentando il cancelliere a ritrovare nel volume le parole del giuramento di omaggio, « Non

accade che le cerchiate » sciamò la regina « giá
conosciamo, come Sforza faccia i giuramenti e li
rompa » (1).

Del resto questo arrivo di Sforza, e la mal celata allegrezza del gran siniscalco crebbero meravigliosamente i cupi sospetti e i torbidi consigli del re Alfonso ; al quale oramai, nè senza inotivo, regina , corte, sudditi, nobiltà, esercito, ogni cosa dava ugualmente oinbra e terrore. Aveva ben egli voluto e conseguito, affine di levare quell'appoggio al gran siniscalco, che Sforza giurasse obbedienza non meno a lui medesimo che alla Regina, e si obbligasse a difendere in caso di lite quello di essi due, da cui primieramente venisse richiesto di aiuto. Ma appunto Cotest accordo per sua natura appariva, come era, anzichè suggello di concordia tra il re e la regina, principio e indizio di più fiera tempesta. Nè essa 22 tardò a scoppiare. A un tratto per segreto comando del re il gran siniscalco Caracciolo venne imprigionato, e la regina stessa, scampata quasi per miracolo dalle mani di chi aveva l'ordine di arrestarla, si vide cinta di strelto assedio nella Torre di Capuana. In tali estremità ricorse ella per sua ultiina salvezza a supplicare Sforza, che aveva le stanze in Benevento. Il condottiero la confortò a non disperare, finchè egli fosse vivo; quindi, ragunata quella poca gente che la pace e la fortuna avversa gli avevano lasciato (600 cavalli e trecento fanti in numero, manchevoli d'ogni cosa), senza indugio si mosse a soccorrerla. Giunto a vista degli Aragonesi, che disposti a battaglia lo attendevano fuori delle trinciere, mostronne ai suoi

(1) Boninc. 127.

1123

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le ricche vesti e armature, e dando loro per grido di guerra « Ai bene vestiti! Ai bene a cavallo ! » ingaggiò battaglia.

Primi a ferire furono gli Aragonesi; i quali, pen. 30m1 . sandosi di avere a fare colle debili ordinanze dei Mori,

avventaronsi a furia contro la prima fronte degli Sfor-,
zeschi: ma bentosto, respinti ed incalzati da essa, ri-
piegaronsi sopra il secondo squadrone, che essendo
per gran parte composto di gentiluomini napoletani,
fece buona resistenza. Cosi Italiani contro Italiani, anzi
cittadini contro cittadini, coperti di ferro le persone
e i destrieri, senza far segno di cedere, stettero lunga
pezza spingendosi e respingendosi a vicenda. Più
numerose le genti del re, più sperimentate quelle di
Sforza : nè ancora pareva la sorte inclinare a quieşta.
anzichè a quella banda ; quando ecco Sforza ritirarsi
con due elette squadre dalla mischia, e, rotto il muro
del parco ove è oggi Poggio Reale, percuotere i ne-
nici nelle spalle e ne' fianchi con impeto tale, che
sfonda l'un dopo l'altro quattro squadroni, primachè
il re di Aragona abbia, tempo di rannodarsi. Fu la
vittoria perfetta, e ricca per grandissima quantità di
prigionieri e di spoglie. Ma il risultato maggiore che
Sforza ne trasse, fu la liberazione della regina, che
menata incontanente in Aversa, per di lui conforto vi
r'innegò l'adozione dell'Aragonese, e nominò proprio
figlio quel medesimo duca Luigi d'Angiò, il quale
pur testé col braccio del medesimo Sforza l'aveva
asprámente guerreggiata (1). Ciò fatto, questi richiamo
dalle Calabrie e da tutte le altre parti dello Stato il

(1) Leod: Cribell. 716-722.– Boninc. 129. -- Giorn. Napol. 1089. - Costanzo, XIV. 351.

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figliuolo Francesco, e Foschino e Michele e gli altri suoi capitani, e, non ostante il verno, si avviò verso l’Abruzzo col proposito di rimuovere a forza Braccio dall'assedio posto alla città dell'Aquila.

Erasi Braccio in questo intervalloimpadronito di Città di Castello, e per tener deste alla fatica le squadre aveva derivato dal lago Trasimeno un canale, il quale servisse sia ad impedire le solite inondazioni dal lago sopra il territorio di Cortona, sia ad innaffiare buona parte del Perugino. Scoppiate le discordie tra il re Alfonso e la regina Giovanna, si era con tutto l'animo accostato a favorire le parti del re, e ne aveva ricevuto in premio il titolo e la corona di principe di Capua (1). Allora Braccio s'era partito da Perugia con un fioritu esercito per venire a soccorrerlo più efficacemente: ma avendo trovate per via chiuse le porte dell'Aquila, metropoli dell’Abruzzo, si era posto in animo di sottometterla ; e già durava da undici mesi il travaglioso assedio, quando ad istanza della regina vi si avviava in soccorso Sforza Attendolo. i

Ma non a lui era serbato dai Cieli di combattere e di vincere in aperta battaglia Braccio da Montone. A

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(1) Spirito, L'altro Marle, L. 1. c. 28.

Una patente dell’A. 1424, nella quale Braccio elegge Palla Strozzi a podestà di Perugia, è intitolata cosi: Braccius de Fortebracciis, princeps Capuæ, comes Montonis, Perusii, et maynus conestabilis regni Siciliæ et ulriusque Aprutii gubernator. Già dal 1418 era stato dichiarato cilladino di Firenze; e quivi maritò egli le sue tre figliuole, Castora dapprima a Carlo di Niccolò de' Medici e in seconde nozze a Domenico Martelli; Ludovica dapprima a Berloldo Gianfigliazzi e poscia a Giovanni Venturi; Polissena Lucrezia dapprima a Niccolò Guicciardini e quindi a Bastiano Capponi. V. Manni, Note a Buon. Pitti,

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vista del nemico, ma non per mano di esso, una crudele ed ignobile morte attendeva quello Sforza, cui tante armi e tanti pericoli avevano risparmiato. Già da dodici giorni niun'altra cosa che le acque del fiume Pescara separava le sue genti da quelle condottevi da Braccio per vietargliene il passo; allorchè egli, veggendo il nemico nè dare segno di muoversi di colà, né cessar di munire di triboli e di steccati la opposta sponda, ordinava al figliuolo Francesco di guadare il fiume più abbasso con 400 cavalli, e spingersi dentro l'Aquila: frattanto, egli con diversi assalti in.

tratterrebbe Braccio. Francesco, dopo avere assag. 4 zonn. giato il guado qua e là, concluse di tentarlo alla foce

più addentro nel mare, dove né la sponda era impedita dalle roste ossieno pali fitti in terra colla punta allo insù, nè il letto delle acque era stato interrotto con navi calate a fondo. Piacque la proposta a Sforza; anzi volle essergli compagno e guida ad eseguirla: tenne ad essi dietro una banda di cavalli.

Costoro, appena giunti alla riva, appiccarono zuffa coi Braccieschi, e li fecero retrocedere alquanto ; però Sforza, dubitando di non rimanere in conclusione oppresso dal maggior numero de'nemici, che da ogni parte gli sopravvenivano addosso, mandò ordine alle squadre, che stavano sull'altra riva, di passare anch'esse, ed entrare a parte del combattimento. Se non che un furioso vento levatosi improvvisamente contro terra, col sospingere in su le acque del fiume aveva in questo mezzo innalzato come una barriera pericolosissima tra una parte e l'altra dell'esercito di Sforza: nè bastavano a inanimire la soldatesca a passare i cenni e le grida di lui medesimo, che dalla opposla

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