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regina, non erano in troppà riputazione di fedeltå (1). Nel inedesimo tempo scriveva a' Fiorentini ed agli altri confederati, avvertendoli della partita del duca; « aver questi bensi giurato di rispettarli, ma non se ne fidassero guari; stessero sulle guardie; del resto non esser il re per abbandonarli in veruna necessità » (2).

Ciò appunto desiderava il capitano tedesco, e incontanente rizza tale insegna di ventura, che in pochi giorni vi annovera sotto tre mila barbute. Con questa gente essendo penetrato nella Maremma romana, v’arse gli abitati, vi sterminò le campagne, e distrusse nel sangue e nelle fiamme Anagni rea della proditoria uccisione di dodici conestabili (3). Pensava quindi di rovesciarsi sulla Toscana; ma i costei apparecchi, ei disagi e la pestilenza, che in breve ridussero la sua compagnia a meno di due mila cavalli, lo persuasero a soffermarsi nella Campania, e servire per due mesi illegato pontificio occupato in sottomettere alla Chiesa alcune terre (4).

Frattanto l'orribile pestilenza, che tolse a Napoli sessantaquattro mila cittadini, consigliava Ludovico re d'Ungheria a ripassare le Alpi, ed a lasciare le provincie e le soldatesche del nuovo Stato divise in governo tra il Guilforte e Corrado Lupo di lui fratello. Se non che, partito il re, partiva, tosto la fede-da' sudditi; e chi tornava a rilevare le insegne degli esuli principi, e chi mandava messi sopra messi ad affrettarne la venuta. In conclusione Napoli tornò ad ac

(1) Dom, de Gravina, p. 601. – G. Vill. XII. 113.
(2) Questa lettera è riportata alla Nota V.
(3) Chr. Estens. p. 449 (t. XV).
(4) Cron. Sanese p. 122 (t. XV).

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clamare il nome della regina Giovanna, e il duca Guara nieri v'accorse con 1500 barbute, é ricevette gli sposi sulla spiaggia, e li precesse all'entrata « smovendo il

popolo, e gridando VIVA IL SIGNORE! » (1). Perloché agosto in sul primo tremore di tanta mutazione ogni premio,

ogni blandizia veniva largita al condottiero, ed avresti veduto la regina tutta abbandonarsi in lui e di lui solo servirsi, e Luigi di Taranto per onorarlo disonorar se stesso, facendosi armare cavaliero da uomo, che oramai aveva mancato di fede a tutti i principi d'Italia (2).

Ma quante volte il beneficio collocato in uomo perverso non gli è stimolo a nuocerti! Era disegno del Guarnieri di tener in modo la bilancia tra l'Unghero e la regina , che nel stesse proprio arbitrio di farla traboccare anzi in questa che in quella parte, e per conseguenza egli avanzasse di riputazione e di stipendio. Però dapprima non esitò ad affaticarsi virilmente a pro della regina, e conciliarle Napoli, e sottometterle le castella, e aiutarla a cingere d'assedio Lucera: ma quando appunto la fortuna sembra inclinata a concederle un total trionfo, eccoti Guarnieri ritardar con ciancie le spedizioni, andarvi a ritroso, farle capitar male, permettere che il nemico soccorra Luce. ra, permettere che pigli d'assalto Foggia, alla fine costringere in certa guisa Luigi di Taranto a rientrare in Napoli, e mandar lui con 400 barbute alla guardia di Corneto nella Capitanata (3).

(1) M. Vill. I. 20.
(2) M. Vill. I. 21. – Chr. Estens. p. 450 (t. XV).
(3) Joh, de Kikullem. Chr. part. III. C. XIV (Rer. Hun.

Quivi giunto, Guarnieri si posò in gran sicurtà, senza scolte, senza ordine, colle porte talora spalancate. Ma a un tratto di nottetempo sono le piura circondate da nemici, e le fosse vengono superate con iscale di corda e le porte abbattute, e già il ferro e le fiamme delle

Transilvania invadono le vie. Il duca Guarnieri, dopo una vana e forse simulata opera di fuggire di tetto in tetto, si consegnò quasi nudo nelle mani di chi l'inseguiva. Tosto venne menato prigioniero dinanzi al Vaivoda. Il condottiero, al vedervi presente Corrado Lupo, fratello del suo mortal nemico, tremò di rabbia e di spavento; poi voltosi al Vaivoda, se gli raccomanda e lo prega, e lo supplica di perdonargli, ed al postutto si profferisce anima e corpo a'servigi del re. Il Vaivoda, dopo averlo severamente rampognato di mala fede, l'accettò agli stipendii, l'abbracciò, e rendendo a lui e alle sue genti le armi e i cavalli, il creò terzo nell'esercito dopo se medesimo e Corrado Lupo (1). Dissesi poscia, nè senza probabili argomenti, che tutta questa scena, a cominciare dalla sorpresa di Corneto, passasse d'intesa tra Guarnieri e gli altri. Comunque ne fosse la realtà, chi pagò le pene dell'altrui malizia fu la innocente terra, fra le cui rovine alquanti mesi dopo annoveravansi a stento cinque abitatori (2).

Script. t. I).- Bonfin. Rer. Hungar. Dec. II. L. X. 336.-Matth. Palmer. Vit. Acciajol. p. 1213 (R. I. S. t. XIII).

(1) Dom, de Gravina (R. J. S. f. XII), p. 600 623. M. Vill. 1. 42.

(2) Dom. de Gravina, 624.

II.

Unitisi a quel modo i tre capitani (e son con loro A. 1349 altresi il conte Lando e frà Moriale, di cui fra breve

saran parrate le imprese) cavalcano senz'indugio la Capitanata e Terra di Lavoro, e disertando Lucera, Troia e Canosa con molte altre terre, tal fama spandono attorno de' proprii guadagni, che in pochi giorni aunientano il numero della loro schiera a diecimila armati. Li convoca allora il Vaivoda a parlamento, e dopo aver dimostrato loro il pericolo che tuttodi corrono con quell'andare errabondo senza regola e capi, li esorta a eleggersi alcuni marescialli d'armi, da cui avere cenno ed ordine per le mosse. Assenti l'esercito, e per mezzo de' suoi conestabili e caporali, commesse al duca Guarnieri ed a Corrado Lupo la cura di assestare ogni cosa. In effetto costoro promulgarono alcune regole, stabilirono parecchi gradi di ufficiali deputati a reggere ed amministrare le cose del campo, e stante l'autorità di reale vicario, di cui il Vaivoda era investito, ne conferirono a lui il supremo indirizzo.

Così ordinati, giungono ad Aversa e vi si fermano al fine di intraprendere i ricchi convogli che vi passano per andare a Napoli. Quindi, desiderando di tirare il nemico a battaglia, simulano fiera discordia tra gli Ungheri e i Tedeschi loro; sicchè per più giorni tutto il campo risuona di strepito meraviglioso. Piccol tempo bastò perchè l'ingannevole notizia acquistasse fama, e penetrando in Napoli inducesse quei baroni ad uscire sulla persuasione di riportarne facile vittoria. Uscirono in numero di tre mila a cavallo;

ma presso a Meleto scontrarono la compagnia che divisa in tre schiere e piena di ardire stava preparata al combattere. Vinta e trapassata la prima 6 giugno di queste schiere con gran valore, i baroni si spin- 1349 sero sulla seconda; ma mentre essa con non minore gagliardia resiste loro, la schiera sconfitta si rannoda, il conte Lando la rinforza con una scelta mano di gente, la terza schiera si unisce colla seconda, e tutti insieme investono i Napoletani così bravamente a fronte ed alle spalle, che dopo breve contrasto li fanno quasi tutti prigionieri (1). Chi di loro era oltremontano o soldato di mestiero, perdute le armi ed il cavallo, ricovrò di presente la libertà: ma a ben altro governo vennero serbati i gentiluomini italiani; cosi volendo l'astuzia oramai comune tra' mercenarij, sia per arricchire se stessi, sia per denudare l'Italia d'arme proprie, e quindi stabilir meglio la loro preponderanza.

Era uso dopo alcuna vittoria campale di distribuire alle squadre una doppia mesata, non tanto per guiderdonarle di quella straordinaria fatica, quanto per compensarle de'prigionieri ceduti al principe. Non è a dire, se le soldatesche, che avevano vinto a Meleto, si scordassero di chiedere questa ricompensa: anzi colle armi alla mano protestarono di voler partire d'Aversa, e disperdersi a proprio talento, se la loro domanda non fosse incontanente soddisfatta. Ora le paghe doppie per tanta moltitudine montavano a niente meno che a centocinquanta inila fiorini, somnia enorme

(1) Chr. Estens. p. 483. – Dom. de Gravina, 617. 651. M. Vill. I. 48. 49.

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