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in tutti i tempi, enormissima in una guerra civile. Il Vaivoda, dopo averli invano scongiurati a tollerare almeno alcuni di, sinchè si raunasse il denaro opportuno mediante la vendita del bottino fatto, și vide ridotto al termine da dovere consegnar loro per pegno di cinquanta mila fiorini il proprio figliuolo, e pel restante credito farli padroni delle persone de' gentiluomini prigionieri, Accordato il partito, gli infelici vennero afferrati, distesi su una trave per terra, e a furore di popolo percossi con calci, con pietre, con bastoni così bestialmente, che stillavano sangue da? capo alle piante. Gridava il conte di Tricarico, implorando la vita in dono pei figli, per le mogli, per le cose più care sue e loro; ma finchè le sue profferte non arrivarono a trentatremila fiorini, quasi oltre il valsente d'ogni sua sostanza, il crudo martorio non cessò. In uguale proporzione vennero trattati gli altri compagni suoi. Cosi fa messa insieme la somma richiesta da'venturieri(1).

Credeva buonamente il Vaivoda d'averli achetati per sempre: ma chi mai ha posto modo colle umiliazioni e colle lusinghe agli avari appetiti di una sfrenata soldatesca ? Avuti i riscatti de'baroni, altre ed altre ricompense domandarono; finchè, veggendo il Vaivoda troppo lento a contentarli, congiurarono di ucciderlo, e lo costrinsero a rinchiudersi co'suoi Ungheri dentro Manfredonia. Rimasero in Aversa Corrado Lupo e il duca Guarnieri, i quali fino al Natale non cessarono di struggere Terra di Lavoro ed affamare Napoli. Finalmente quando la rapina, non la

(1) Dom. de Gravina, 678. segg.

cupidigia, mancò loro, stipularono un accordo con que' cittadini e con Luigi di Taranto; in virtù del gennaio quale accordo e mediante il prezzo di centoventimila

°4350 fiorini, s'obbligarono ad andarsene e cedere in buona pace Capua, Aversa, e le altre terre possedute.

Nulladimeno prima di separarsi, Corrado Lupo, il duca Guarnieri, il conte Lando e gli altri capi, avendo convocato l'esercito in generale parlamento, pensarono a spartire in giusta misura la preda fatta in comune. Stava questa disposta a monti in mezzo all'assemblea: e quà erano seriche vesti e drappi d'oro e d'argento; là calici e patene, e preziosi monili e anella già stati pegni d'intemerato amore: poi venivano i cavalli, i muli e gli altri animali; poi le armi, poi le vittovaglie e le preziose suppellettili; infine a mucchi oro ed argento, parte in moneta, parte in pezzi informi. Levata che fu la porzione de' capi , fecersi d'ogni monte tante divisioni quante erano le schiere; ogni schiera estrasse a sorte la sua rata, e la distribui tra ciascun soldato (1). Fu stimato il valor del bottino mezzo milione di fiorini (2), non fatta ragione de' destrieri, delle armi, dei drappi, e dell'altro mobile più spiccio, che già s'avevano usurpato, rubando città e contrade, e spogliando ogni luogo sacro e profano.

Ciò fatto posero ogni cosa sulle carra e sulle bestie, e con esso loro trascinando vergini e spose rapite di fra*le braccia dei genitori e dei mariti, indiriz

(1) Bronner, Abenteuerliche cit. $ 7.

(2) Cioè circa 11 milioni di lire ital., ragguagliando il fiorino a II. 20. 53.

zarono la marcia verso la Romagna ; quale di essi col proposito di ritornare in Germania a divorare in sicuro il ricco guadagno, quale colla risoluzione di rimanere in Italia per moltiplicarlo in altre guerre e con altre scelleratezze (1). Stupefatte miravano le genti passarsi innanzi le spaventose schiere; e tale par veggeva sulle persone o sui carri loro le preziose. cose, di cui l'avevano spogliato; e da tal altro era pur raffigurata la dolente che quasi esanime veniva a forza strappata dalla patria, da' congiunti, da’primi affetti, e tratta da gente barbara tra il sangue e' i deJitti a passare di miseria in miseria da questo a quel padrone, scopo di cieca ferocia nell'avversa fortuna, e di brutale letizia nella seconda. Felice lei, se quegli nell'ebbrezza della crapula, od un nemico nell'empito della vittoria la uccideva; o se tra il tumulto delle armi, di notte, a piè, lottando colla fame e colle intemperie, rintracciava undi la via per ridursi, ancor temente di un rifiuto, nelle braccia de' suoi !

. , III. Restò nel regno, cogli Ungheri e con Corrado Lupo, frå Moriale, cavaliere di Albano. Di costui accenneremo ora qui brevemente le prime vicende. Verso il 1345 una galera provenzale carica di panni francesi, nel veleggiare che faceva verso il Levante, fu dalla forza de' venti contrarii sospinta ad arenare nella foce del Tevere. Tosto la gente abitatrice del lido la invase; e suppellettili e mercanzie, tutto quanto vi stava

(1) M. Vill. I. 50. - Dom. de Gravina, p. 682.

sopra, venne senza pietà da essa rapito, e qua e là trafugato. Tra i malarrivati naviganti si trovò per av. ventura un giovinetto narbonese di nome Moriale (Montréal), cavaliere a sproni d'oro. Questi, uscito che fu pressochè nudo dal naufragio, recossi a Napoli nella speranza di rinvenirvi alcun ricapito per mezzo delle molte aderenze che vi teneva (1).

Bollivano allora piucchè mai vivamente i già palesi sdegni tra la regina Giovanna e il misero Andrea, e tra i principi di Taranto e que' di Durazzo; sicchè non è da soggiungere con quanta premura ognuno studiasse a provvedersi di gente e di munizioni, come ad imminente battaglia. Perciò non fu mestieri a Moriale di gran fatica per introdursi a' servigi di Carlo, duca di Durazzo. In breve tempo diventò eziandio frate e priore dell'ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, e capo supremo di tutta la soldatesca del suo signore. Merto il Durazzo, derubonne il palagio, ragunò molti seguaci, si uni alla compagnia del Vaivoda e del duca Guarnieri, e col titolo di vicario d'Aversa partecipò alle fazioni testé raccontate (2), A. 1350 Rimasto alla fine solo con Corrado Lupo, geltasi con settemila ribaldi sul territorio di Benevento, e mettendo ogni sito, per dove passa, a taglia ed a sacco, corre a raggiungere sotto Barletta il re d'Ungheria, testè tornato con un nuovo esercito nel regno di Napoli. Ma questa seconda venuta del re non doveva essere, più che la prima, feconda di veruno stabile

(1) Fragm. Hist. Rom. I. 16 (Antiq. M. ævi. t. III).

(2) Joh. de Kikullew cit. part. III. c. XXII. - Raynald. Ann. Eccles. A. 1353. V. G. Vill. XIII. 112. - Dom, de Gravina, 557. 568. 584.

risultato. Effettivamente non trascorrevano molti mesi che Ludovico, fatta tregua colla regina, ritornava in Ungberia, lasciando nell’Abruzzo per governatore Corrado Lupo, e frà Moriale alla guardia di Aversa (1) Ma intanto in questa seconda calata un nuovo uso di milizia aveva egli recato in Italia: dir voglio degli Ungheri; il cui nome, e le cui pratiche furono ricevute negli eserciti d'Italia per non breve spazio di tempo. Avevano essi piccoli e agilissimi corsieri , due per ciascun cavaliero, lunga spada, lung'arco, nel maneggio del quale erano espertissimi; pochi difendevano il capo d'un elmetto, tutti coprivano il petto di un cuoio forte, sul quale, a misura che gli anni logoravanlo, ne ricucivano a mano a mano tanti e tanti altri somiglianti, finché se ne formava come un saldissimo usbergo. Del resto dormire all'aperto tra i cavalli, fatto della sella origliere; tollerare fame, sete, e fatiche incredibili; refiziarsi dopo una lunga corsa con polvere di sugo di carne, stemprata nell'acqua, erano gli usi di cotesta milizia che ricordava le incursioni ungariche di quattro secoli addietro.

Adunque a far tempo dal 1550 cominciò la milizia degli Ungheri a pigliar parte nella composizione degli eserciti che prima di soli militi o barbute venivano costituiti (1). Era la barbuta una difesa pel capo, senza cimiero, camaglio, od altro guernimento; una ventaglia ne parava il davanti; una spessa criniera ne guerniva la cresta ; di qui il nome di barbula sia all'armatura sia a chi la portava. Le barbute servivansi d'armi più semplici e di cavalli più piccoli che

(1) Dom. de Gravina, 699. segg. - M. Vill. 1. 93.

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