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PREFAZIONE DELL'AUTORE

N., primi secoli che tennero dietro alla ristorazione della letteratura si discorse della storia romana con quella sommissione di spirito e di giudizio alla lettera scritta e trasmessa, anzi con quella trepidazione di allargarsi di troppo, che si vedeva diffusa in ogni altro genere di studi. La tentazione di esaminare qual grado di confidenza meritano gli antichi scrittori, e il valore della loro testimonianza avrebbe fatto meraviglia come che procedesse da un'empia temerità. Altro scopo non avevano che di conciliare ciò che essi dicevano anche a pregiudizio del vero. E solamente in qualche caso particolare, con ogni destrezza possibile, e senza trarne conseguenza di sorte per l'avvenire s'ardiva di discorrere quale delle due autorità avesse più o meno di forza. Avvenne bene che di tratto in tratto, qualch'anima nata col sentimento dell'indipendenza ruppe questi ceppi, come fece Glarano, ma una sentenza di scomunica era infallibilmente fulminata contro la sua audacia. D'altronde questi tentativi non procedevano sempre dai più sapienti, e gli atti d'ardimento isolati mancavano necessariamente di conseguenza. Senza parlare di molti che benchè dotati d'un intelletto brillante e della più vasta dottrina si rassegnavano a queste angustie; le loro fatiche ritrassero da tutte quelle particolarità sparse, ciò che non ci potea dare ancora, riunito in un sol corpo, la parte dell'antica letteratura che giunse sino a noi, voglio parlare della scienza sistematica dell'antichità romane. Ciò ch'essi fecero in questo genere è veramente ammirabile, e questo basta perchè la loro gloria rimanga; chi vorrebbe biasimarli di non essersi maggiormente emancipati dal loro secolo, mostrerebbe di non conoscere il destino comune dei mortali, da cui non possono essere affrancati che i favoriti dal cielo espiando bene spesso fra le persecuzioni questa fortuna. – Poca cosa si fece per l'istoria in un senso più ristretto; nè v'ebbero che esanimi compilazioni rispetto ai tempi a cui non bastano i libri di T. Livio, e per così dire commenti staccati senza mirare ad un fine. Verso la metà del diciassettesimo secolo coininciò per la filologia uno stato di mezzo fra il periodo della sua prima grandezza (in quanto a se ell'era salita fin dove poteva andare, e bisognava che discendesse) e l'epoca d'una grandezza novella più doviziosa più vasta, grandezza che ereditava da progressi delle altre scienze, le quali appunto per questo dovevano contribuire ad ottenebrarla ancora per qualche tempo. Si fu come uno stato d'angustia e d'un male indistinto, come accade quasi sempre nelle vie di mezzo: Benleg ed altri pochi seguaci, che da una parte crearono quest era novella, e dall'altra eonservarono l'antica scienza ci si appresentano come giganti fra i loro piccioli contemporanei. Nel secolo, decimosettimo il genio e la scienza uscirono, per così dire, di tutela; uomini insigni ci appresero a contemplare le cose nella loro sembianza, educandoci con libertà e confidenza a certe indagini, a non veder nei libri, che fino allora si conoscevano, che una parte di prospettiva del mondo vivente, cui l'uomo non può appressarsi immediatamente, a servirsi insomma del suo sentire, del suo intelletto e della sua ragione. Questa recente libertà si estese altresì all'istoria romana. Ed appunto all'infaticabile operosità che dominò l'ultima parte di quel secolo siamo debitori

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