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zioni che rivolge Alfonso a' suoi soldati prima di combattere con Roberto Sanseverino, son quelle che Catilina rivolse a'suoi, prima di venir alle mani con Antonio. Sallustio aveva fatto dire da Catilina: « Magna me spes victoriae tenet. Animus, aetas, virtus vestra hortantur; praeterea necessitudo, quae etiam timidos fortes facit. Nam multitudo hostium ne circumvenire queat, prohibent augustiae loci. Quod si virtuti vestrae fortuna inviderit, cavete inulti animam amittatis; neu capti potius, sicuti pecora trucidemini, quam virorum more pugnantes, cruentam atque luctuosam victoriam hostibus relinquatis ». 1 E il Porzio fa dire da Alfonso

E « che quando la lor timidità non gl’inanimasse, li facesse almeno gagliardi la necessità, essendo posti nel mezzo di un paese, ove oltra che conveniva aprirsi la via col ferro, chi avrebbe fuggito nel cospetto del suo capitano per man de' soldati una morte onorata, l'avrebbe poi nelle selve dalla crudeltà dei villani vilmente avuta a provare ». La battaglia tra Alfonso e il Sanseverino pare semplice ripetizione, a tanti secoli di distanza, di una tra Metello e Giugurta. 1 Altre somiglianze tralascio per brevità. 2

munificentia magnus habebatur; integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus; huic severitas dignitatem addiderat. Caesar dando, sublevando, ignoscendo; Cato nihil largiundo gloriam adeptus. In altero miseris perfugium, in altero malis pernicies; illius facilitas, huius constantia laudabatur. Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare, negotiis amicorum intentus, sua neglegere; nihil denegare, quod dono dignus esset; sibi magnum imperium, exercitum, novum bellum exoptabat, ubi virtus enitescere posset. At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxume severitatis erat: non divitiis cum divite neque factione cum factioso; sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat: esse quam videri, bonus malebat; ita , quo minus gloriam petebat, eo magis sequebatur ». Catil., LIV. Cito dall'ediz. del Pomba, Torino, 1827.

i Catil., LVIII.

Giambattista Beltrani, espresse l'opinione – «che lo studio de' documenti sincroni e la loro pubblicazione avessero rifermata la fama di storica verità cui era giunta la Congiura de' Baroni. » Ben è vero che, in

è altra parte della sua monografia, l'égregio scrittore accennò al bisogno di confrontare la narrazione del Porzio con i documenti, e augurò, conseguenza del confronto, «un serio lavoro critico, il quale la esamini e giudichi non come uno scritto d'arte, in quella guisa che fin qui si è voluto fare, ma dal lato del suo valore storico »; però, sembra non temesse che l'esame desiderato avrebbe scemata la fama di storica verità, per tanto tempo goduta dal celebre libretto.

Più recentemente, un altro e valorosissimo cultore della storia napoletana, Giuseppe de Blasiis, ha affermato che la congiura de' Baroni rimase più ricordevole che conosciuta nella storia del Porzio. Vi sarebbe bisogno, ha soggiunto, di ritentare la narrazione, e chi

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* Facies totius negotii varia, incerta, foeda atque miserabilis: dispersi a suis, pars cedere, alii insequi ; neque signa, neque ordines observare; ubi quemque periculum ceperat, ibi resistere ac propulsare: arma, tela, equi, viri, hostes, cives permixti; nihil consilio , neque imperio agi; fors omnia regere ». Iugur., LI. « Era la faccia della battaglia spaventosa e orribile; e la campagna vedevasi di uomini e di destrieri coperta .... Lo strepito dell'armi poi, gli urti, l'annitrire de' cavalli, le voci de' combattitori che alla pugna si esortavano, col polverio grandissimo, avevano in sì fatta maniera gli occhi e le orecchie di ciascuno otturate, che non si udivano i comandamenti de' capitani: nè gli amici dai nemici si scorgevano, ma indifferentemente gli uni e gli altri percotevansi. E come il tutto era in potere della fortuna, così la vittoria ora da quel canto ora da questo faceva sembiante d'inchinarsi ». Congiura, lib. II.

2 Cfr. Catil., V, XXXIII, LIX, con le pp. 17, 115, 181 dell'edizione Sansoni della Congiura (Firenze, 1835).

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la ritentasse troverebbe errori da emendare, lacune da riempire. 1 Questo giudizio, - che avrà scandalizzato alcuni e fatto trasecolar altri de' tanti, cui piace accettare senza restrizioni di sorta le sentenze dommatiche tradizionali, delle quali è ancor piena si gran parte della nostra storia letteraria, - è più severo di quello del Beltrani e, appunto perciò, se non m'inganno, più esatto. Non sarà interamente inutile divulgarlo e confortarlo di qualche prova, ora che la lettura della Congiura è stata assegnata ad alcune classi delle scuole secondarie. Non mi dispiace — tutt'altro! - che i giovani leggano il più elegante prosatore napoletano del Cinquecento: ma credo necessario far loro sapere sino a qual punto possano prestagli fede : avvertirli che la storia si studia e si scrive, oggi, con criteri assai differenti da quelli di tre secoli fa, che, se non altro, la Congiura, confrontata con le cronache del Notar Giacomo, del Passero e di altri, con il processo de' baroni, con le istruzioni e lettere di Ferrante I e, infine, col racconto di Gabriele Attilio, appare dove monca, dove inesatta. 2

Il Porzio, - lo narrò egli stesso - risolse di occuparsi della congiura, quando « si abbattè nel processo

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1 Arch. stor. per le prov. napoletane, Anno VII, fasc. 3.o.

2 V. Cronica di Napoli di NoTAR GIACOMO, Napoli, stamperia reale, MDCCCXLV. GIULIANO PASSERO, Giornali, Napoli, MDCCXXXV - Cronache di ANTONELLO CONIGER, Napoli, Perger, MDCCLXXXII. - Effemeridi di JOAMPIERO LEOSTELLO per cura di G.Filangieri, Napoli, tip. dell'Acc. Reale, MDCCCLXXXIII.-— Regis Ferdinandi primi Instructionum liber, Napoli, Androsio, 1861. – JOANNIS ALBINI LUCANI, De Gestis Regum neap. Neapoli, Gravier, MDCCLXIX. - Lettere Istruzioni ecc. dalle quali si conferma quanto narra Giovanni Albino, id. id. id. La Congiura de' Baroni ecc. seguita da' famigerati processi ecc. per cura di Stanislao D'Aloe, Napoli, Nobile, MDCCCLIX ecc.

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originale che fece formare il re (Ferdinando I) contro il conte (di Sarno) e Antonello Petrucci suo secretario. » Un problema assai grave dovrà sciogliere il futuro storico della congiura: è quello un documento degno di fede da cima a fondo ? Le confessioni degli accusati, le deposizioni de' testimoni furono tutte e sempre spontanee, conformi al vero? E furono raccolte con esattezza scrupolosa ? Si ricordi che il re lo fece pubblicare per dimostrare quanto fosse stata necessaria e legittima la sua severità: non è probabile che, qua e là, lo avesse fatto prima rimaneggiare? Ignoriamo se il Porzio si occupò di questo problema; pare di no. Certo, il processo fu una delle principali fonti, a cui attinse; ma qualche volta si contentò di tradurre nel suo purgato e studiato linguaggio i passi di cui volle servirsi: qualche volta, pure amplificando, riferi i fatti come ve li trovava registrati; altre volte non solo si allontano dalla relazione ufficiale, ma raccontò tutto il contrario. Per esempio, la parlata che il conte di Melito fa al duca di Melfi, nel libro terzo, per indurlo a congiungersi con i baroni ribelli e poi tutti insieme assalire il principe di Capua attendato ad Apice, è semplice esercizio rettorico, un ricamo di belle frasi condotto su i particolari contenuti nelle deposizioni dei principi di Bisignano e di Altamura e dello stesso conte di Melito. Invece, la risposta del duca: - « che, se l'assalto non riusciva, come

, leggermente poteva avvenire, e' verrebbero a perdere le genti e gli stati, senza speranza di altrui sovvenzione, avendogli per loro sola leggerezza avventurati >> è proprio quella riferita nel processo: « dicto Ducha resposse che li parea non deverese andare ad trovare lo principe de Capua, perche unendose ipso et le gente soe con quelli delli Baroni quando fossero stati ructi in un tanto serriano stati disfacti perche non se ha

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veriano possuto levare più. Il Porzio tralasciò una sola frase del duca, una frase che rivela il carattere dell'uomo e che, riprodotta nel racconto, sarebbe parsa una pennellata di vero artista: « et per questo nce era ben da pensare! » 1

D'altra parte, narrando l'arresto del principe di Altamura e di altri baroni (luglio del 1486) dice che il re « gl'imprigionò sotto pretesto ch'eglino fattasi venire una fusta da Sicilia, mandata loro dal marchese di Cotrone, s'apparecchiavano a fuggire, ed unitisi poi co'nemici ritornare a' suoi danni. » Sotto pretesto, in qual senso? Probabilmente il re aspettava un'occasione, che facesse parer giusto l'arresto, ma del tentativo di fuga non si può dubitare. Lo confessarono i baroni, lo narrò il re in una istruzione, lo confermano le cronache: il Notar Giacomo e il Passero aggiungono che il padrone della fusta su cui dovevano imbarcarsi la principessa di Salerno col figlio e il conte di Melito, fu squartato il 17 settembre dell'Ottantasei. --Altrove lo storico afferma che il principe di Bisignano non potè mai trarre di bocca del segretario Antonello Petrucci se approvasse o no la ribellione, anzi, « un giorno rammaricandosi il conte di Sarno, e contro il Duca di Calavria al modo usato bravando, il principe, rivolto al segretario ch'era quivi, gli dimandò quel ch'esso ne dicesse, ed e' col solo strignersi nelle spalle mostrò, come il conte, averne temenza. » Qui è da notare, prima di tutto, che il fatto si trova ricordato nel processo abbastanza diversamente. Mentre Antonio D'Alessandro spiegava al principe di Bisignano, per incarico del re, le ragioni dell'imprigionamento de' figli

1 Per questa e per le osservazioni che seguono, v. le mie note alla cit. ediz. Sansoni della Congiura.

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