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del duca d'Ascoli, il segretario « se torseva et stringea le spalle, et tenea mente allo principe di Bisignano. Che altro poteva, alla presenza del D'Alessandro? Dopo, interrogato dal principe sul significato di quello stringer le spalle, rispose: « che era stato facto gran torto alli dicti figliuoli dello Ducha de Ascoli. » In secondo luogo, il principe di Bisignano non aveva bisogno di scervellarsi a indovinare le intenzioni del segretario da' gesti di lui, perchè dal processo si rileva che entrambi più volte si trovarono insieme in segreto col conte di Sarno; che « fero li capituli et scripture de essere ad unum velle et ad unum nolle insieme unite » contro il re, e si sottoscrissero tutti e tre; che, infine, partito da Napoli, il principe tenne attiva corrispondenza, tanto col conte, quanto col Petrucci. Perchè mai lo storico talora presta fede al processo, talora no? Quali criteri lo guidano?

Più d'una volta, sia per mancanza di dati sicuri, sia perchè così gli piace, turba, o addirittura inverte l'ordine cronologico de' fatti. Il duca di Calabria, partito il 30 maggio 1485 da Napoli, giunse il 9 giugno a Città di Chieti, dove, passati venti giorni, s'impadroni del conte di Montorio: intanto, proprio il 9 giugno, furono arrestati Raimondo e Roberto Orsini e la loro madre. Il Porzio narra prima il ritorno del duca dagli Abruzzi e poi l'arresto degli Orsini. — Del conte di Montorio dice che fu sostenuto tosto che giunse alla presenza di Alfonso; noi sappiamo con certezza che Pietro Lalle fu preso cinque giorni dopo il suo arrivo, quando già aveva chiesto licenza di tornarsene all'Aquila. - Parla dell'arresto del conte di Sarno e del segretario come di cosa avvenuta lungo tempo dopo la conchiusione della pace tra Ferdinando e il papa Innocenzo VIII, e dopo la sottomissione degli altri baroni: in realtà la pace fu conchiusa il 12 agosto 1486,

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e il 13 agosto il conte, il segretario e i loro figliuoli entrarono in Castelnuovo per non uscirne più se non il giorno della loro morte. Il compianto Volpicella osservava che Ferdinando dovette sapere « con prestezza maravigliosa a que' tempi la conclusione della pace, e trarre, senza por tempo in mezzo, nella trappola i suoi traditori. » Ma è verosimile che il re sapesse già prima il giorno in cui i patti, fermati sin dalla metà di luglio, sarebbero stati ratificati. Rispetto agli altri baroni, l'11 settembre si radunarono a Lacedonia e vi giurarono di combattere il re a oltranza. – A un altro punto, la Congiura descrive una scaramuccia tra il duca di Calabria e le truppe pontificie, al ponte Nomentano, dopo aver detto che il cardinale di San Pietro in Vincoli era andato a Genova ad aspettare Giovanni d'Angiò, il quale si sperava sarebbe passato nel regno: al ponte Nomentano si combatté di gennaio; il cardinale parti per Genova alla fine di marzo. Più grave errore mi sembra porre la riunione de' ribelli Lacedonia dopo il ritorno del duca di Calabria nel regno, anzi farla credere quasi effetto del ritorno. Il duca giunse al Tronto il 3 ottobre, e non si avviò verso la Puglia se non quando il re gliel'ordinò, poi che ebbe saputo essersi i ribelli « de novo coniurati ».

Molte lacune dovrà curar di colmare il futuro storico della congiura. Soprattutto bisognerà che ricerchi e determini le cagioni remote e prossime di essa, perchè non soltanto l'odio contro il duca di Calabria e il timore di esser trattati male da lui spinsero il Petrucci, il Coppola, il principe di Salerno e gli altri a tentar la rovina del loro sovrano e del suo erede. La congiura, in verità, è un episodio della lunga lotta tra la monarchia e la feudalità nel regno di Napoli. La prima fu trascinata dalla necessità di provvedere alla propria conservazione, ed anche dal sentimento di tener

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alta la propria dignità, a deprimere con tutt'i mezzi la seconda, troppo potente, irrequieta, turbolenta. La lotta non si combatté solo nel mezzogiorno d'Italia; ma qui ebbe caratteri specialissimi, principalmente perchè vi si mescolarono interessi estranei, - quelli degli ultimi Angioini e del Papato

che fecero sperare a' signori la sicurezza e l'ingrandimento de' loro stati da un cambiamento di dinastia, e costrinsero gli Aragonesi ad essere, struggling for life, spietatamente feroci. Questa parte, pur cosi importante, della storia napoletana del Quattrocento, è tuttora inesplorata. E, lasciando stare le cagioni più o meno recondite del dramma, quanto poco ci apprende il Porzio intorno a' principali attori di esso! Chi è Ferdinando I, che nelle sue lettere si rivela mente acutissima di uomo di Stato? Un nome, o un automa mosso dal capriccio o dalle passioni del duca di Calabria. Chi è Alfonso ? Chi è Federico? Per dipingerli, lo storico, invece di studiarli in sè medesimi e nelle loro azioni, ricorre, come ho mostrato, a Sallustio: mutati i nomi e alcune circostanze, Alfonso pare Cesare, Federico pare Catone.

Spesso e volentieri si è parlato e si parla di arte a proposito della Congiura. È necessario ripetere che l'arte del Porzio, quella per cui lo levò al cielo il buon Pietro Giordani, quella per cui l'aveva lodato il Gaddi, non è l'arte a cui ci hanno avvezzati i grandi storici contemporanei? Pretendere che il Porzio, tre secoli fa, avesse pensato e scritto a modo, per esempio, del Macaulay, sarebbe, torno a dire, uno sproposito imperdonabile. Ma chi ritenterà il racconto della congiura, se anche non avrà efficacia di stile, ne la rara facoltà di far rivivere il passato nelle sue pagine, scriverà un libro assai più attraente di quello del Porzio, se raccoglierà i tanti e tanti particolari, che questi trascurò, giudicandoli indegni della gravità

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storica. Qual prologo al truce dramma più caratteristico e più vero dell'entrata del duca di Calabria in Napoli, il 3 novembre 1484? Tornava dalla guerra di Lombardia, irritatissimo contro i baroni, che non l'avevano seguito; aveva fatto appendere agli arcioni del cavallo certe taylie e si faceva precedere da quattro mozzi con certe scope che li scopavano dinanzi. Le taglie simboleggiavano le teste de'baroni, ch'egli voleva tagliare: le scope significavano ch'era risoluto a spazzar via chiunque osasse resistergli.

Il dramma comincia: Ferdinando, la regina, il duca di Calabria, invitati ad assistere al battesimo del figliuolo del principe di Salerno, già lasciano Napoli, quando incontrano uno vestito da monaco, il quale scongiura il re « che non nce dovesse andare perchè era priso ». Tra parentesi, due volte i baroni macchinarono d'impadronirsi del re e di Alfonso; qual maraviglia che questi pensassero a render loro la pariglia? Quale scena più drammatica di quella di Miglionico, dove il figliuolo del Magnanimo, il vincitore di Troia, l'amico di Lorenzo de' Medici, colui che faceva tremare sul trono usurpato Ludovico il Moro e teneva in continuo sospetto la signoria di Venezia, colui col quale papi e re e duchi avevan fatto a gara per imparentarsi, fu costretto a umiliarsi innanzi ai ribelli e lasciarsi dettar da essi le condizioni dell'accordo? E la fine di Antonio Cincinello, fatto a pezzi dal popolaccio di Aquila? E l'ardita passata di Alfonso da Campagnano a Montepulciano? E la fuga di Federigo da Salerno su la barca del cetarese Grandinetto d'Aulisio? E la condanna del Coppola e de' Petrucci nella sala del trionfo in Castelnuovo? E i baroni imploranti perdono in abiti dimessi, con la corda al collo, con la barba incolta, ai piedi di Alfonso e di Ferdinando, cui presentavano piangendo le chiavi de' loro castelli? E il

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supplizio di Francesco e di Giovanni Antonio Petrucci? Questi ed altri episodi o son tralasciati, o appena ricordati dal Porzio, o raccontati freddamente e inesattamente. Indicherò un'inesattezza, fra le tante: egli fa fuggire Federico solo, e rimanere a Salerno il segretario, mentre cronisti e documenti attestano che, volesse o no, anche il secondo dovette fuggire.

Il futuro storico dovrà rifare sin quella parte del racconto, in cui il Porzio volle essere narratore minuzioso e intese, più che mai, a far opera da artista. Tutti sanno che, secondo lui, la principessa di Bisignano, Mandella o Giovannella Gaetani, (non Gaetana Mandella, come, se ben ricordo, fu chiamata una via di Napoli), desiderosa di sottrarre i figliuoli e sè stessa alla pericolosa sorveglianza del re, prese a frequentare la chiesetta di San Leonardo, a Chiaia, come per impetrare dal santo, protettore de' carcerati, la libertà del marito. Quando « con lo spesso andare ebbe tolto di sè ogni sospetto, » noleggiato un brigantino, una mattina, con i figliuoli e con alcune sue donne, se ne andò « nella manièra usata » a San Leonardo, e di là parti. Il racconto del Notar Giacomo, di Giovanni Albino e di Giuliano Passero, oltre che più verosimile, non è meno romanzesco. Era il 7 settembre: già fin da quel tempo si celebrava con gran devozione la festa di Piedigrotta, dove, dice Leostello, tucta Napoli ce concorreva quella nocte. La principessa chiese al duca di Calabria la compagnia del proprio figliuolo Onorato, paggio di lui, perché voleva andare ad Sancta Maria de Piedegrocte al perdono: quando fu là, favorita dalla notte e dal fracasso della moltitudine, potè agevolmente farsi portare al brigantino, che l'aspettava. Una galea regia raggiunse il brigantino a Nettuno; ma i fuggitivi erano già sbarcati e i loro persecutori do

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