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come ristoro delle miserie; e che per abbominazione di novelli contrasti con una pigra trascuraggine si permettesse a protestanti assai maggior licenza nell'esecuzione, che non erasi patteggiata nell'intenzione, e nel proprio senso delle parole. Ma come avviene che alcuni falsi medicamenti paiono guarir le flussioni mentre le ritardano per qualche tempo, facendole poi ritornare più violente, e più mortali; così quel riposo della Germania è a lei costato in altra età un lunghissimo travaglio, con tante stragi e desolazioni, che ne prende orrore il pensiero. I sudditi di Ferdinando e del principi di Baviera, invogliati dalla dissoluzione del circonvicini, richiesero i lor signori di non sottostare a più dura condizione che gli altri, ma di vivere anch'essi sciolti dall'osservanza de mandamenti ecclesiastici. A che fu risposto, la comun condizione, secondo il tenore del ricessi, non essere di libertà, ma d'obligazion a vassalli di seguir la religion de'padroni, o partirsi. Ed aveva (1) il re l'anno avanti publicato ne' suoi do(1) Vedi lo Spondano nell'anno 1555 al numero terzo.

minii un catechismo cattolico, l'autor del quale era stato Pietro Canisio da Nimega, primo fra Tedeschi ad annoverarsi nella compagnia di Gesù; con proibire tutti gli altri catechismi infetti, e sparsi dagli eretici. La qual operetta, insieme con un succinto direttorio de'confessori, scritto da Giovanni Polanco della medesima compagnia, furono quivi due gran fortificamenti della religione: ma per salvare dalla cancrena la parte intera, non per sanare l'infistolita, verso cui niun argomento ha potenza, eccetto il vigore della potenza, e il miracolo dell'Onnipotenza. Era uscito il recesso in su lo spirardi settembre: e 'l papa informatone fe perciò asprissime querele col re Ferdinando, espostegli dal nunzio Delfino, che di Roma nel principio dell'anno seguente 1556, ritornò ad esercitare il carico antico. Ma il re, parendogli, e che nelle concessioni dannose a cattolici la manifesta necessità l'avesse tenuto lungi da ogni nota (1), e che nelle cose arbitrarie a se si fosse per lui dimostrato ogni maggior zelo, rispose

(1) La relazione del Delfino al cardinal Carrafa.

con maniere più risentite di quel che portava l'uso della sua temperata natura. Ciò fors'anche avvenne, perchè apparivano già i segni dell'animo mal disposto di Paolo verso la casa d'Austria: il che facea che le sue doglienze fossero ricevute più tosto come rimproveri di malevolo, che come correzioni di padre. Era stato Paolo negli anni suoi più virili alla corte del re Ferdinando il cattolico, assai quivi riputato e per virtù, e per dottrina. Scrivesi, che 'l re infermato proponesse ad una congrega d'uomini dotti e pii, se gli era le cito di ritenere il reame di Napoli tolto a parenti aragonesi: e che in quella fosse ancora introdotto il Carrafa, il qual dicesse con libertà suo parere, obligando il re alla restituzione: ma che la sentenza contraria fu seguitata dagli altri; onde prevalse negli effetti. E che i politici, come avvezzi a presumere in chi si sia l'interesse sotto il manto del zelo, notarono l'opinion del Carrafa quasi a lui dettata non da coscienza, ma da odio del dominio straniero nella sua patria: e fecer sì, ch'egli dopo la morte di Ferdinando fu rimosso dal consiglio. Che che fosse di questo fatto, certo è che Carlo V nipote, e successore ne regni di Ferdinando, benchè nominasse il Carrafa all'arcivescovado di Brindisi, mostrò nondimeno sempre di lui più stima che confidenza. Or egli in Roma al tempo del sacco, annoiato del mondo, partissi quindi, lasciata e la chiesa di Brindisi, e quella di Chieti che possedeva, e ritirossi con alcuni compagni di santo zelo nello stato di Vinezia, dopo aver fondato con loro in Roma l'ordine nominato per esso de'Teatini, come altrove fu scritto. Ma indi richiamato da Paolo III, fu aggregato al concistoro, ed impiegato nelle più gravi cure ecclesiastiche, nelle quali mostrò egli sempremai picciola inclinazione ad approvar l'opere, ed a compiacer le richieste di Carlo V. Sì che nutrendosi la diffidenza, provò i narrati ostacoli alla possessione dell'arcivescovado di Napoli. E certamente la sua assunzione al pontificato giunse a Cesare così discara, che al cardinal di Santa Fiora convenne mandare a Brusselles Gianfrancesco Lottini suo segretario per iscolparsi; recando prove, che 'l cardinale, dopo ogn'industria adoperata per distornarne la

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riuscita, in ultimo a mera forza v'era concorso. E se Cesare non avesse giudicato maggior senno e decoro il dissimulare in palese la preceduta contrarietà, e la seguita molestia sua verso un fatto di tanto peso, il quale non poteva disfarsi; per avventura sarebbesi risentito con gravi dimostrazioni contra quei cardinali suoi dependenti che l'avevan promosso. Quest'animo avverso dell'imperatore, ch'era noto al papa eziandio per la medesima instruzione del cardinal di Santa Fiora al Lottino capitatagli in mano, ulcerava naturalmente quello del papa contra l'imperadore. E concorrevano ad innasprirlo gl'irritamenti del nuovo cardinale suo nipote. Stimavasi egli maltrattato da Cesare: quando in Alemagna non pure non avea conseguito alcun merito de' suoi militari servigi, ma fattosi da lui un prigione assai principale (1) da cui sperava grosso (1) Uno dice l'Istoria del Nores, molti la Relazione del Navagero. Ma il primo s'accorda con ciò che narra il cardinal Caraffa medesimo in una scrittura mandata in Francia, ove annovera tutte le ingiurie a lui fatte dagli Spagnuoli, veduta da me dopo

scritta quest'opera nel processo autentico fabricato contra di lui sotto Pio IV,

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