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dipoi dal bisogno ch'era stato in Giulio dell'opera loro ne' contrasti co' Farnesi, e dalla piacevolezza di quel condescendente pontificato, non avevano mai saputo di soggiacere ad altra legge che del proprio talento. Onde Paolo IV avea prese le redine del governo con proponimento di frenare e la licenza detestata de'baroni in universale, e di questi in particolare; contra i quali rendevalo insensibilmente più avverso la notizia delle opposizioni a se fatte dal camerlingo. Il conte di Montorio, vedutane l'alterazione del zio, non s'attentò di manifestargli l'intero: e fra tanto s'ingegnò di mutarne in suo discarico l'apparenza, come tosto riferirassi. Onde Paolo mandò tosto ordinazioni sotto gravissime pene ad Alessandro ed a Mario Sforza che facessero immantenente ritornar le galee. E'l medesimo fedinunziare in voce con forti maniere al camerlingo, quasi a complice, e a moderator de'fratelli; non ammettendogli le scuse o che 'l fatto fosse loro e non suo, o che i vasselli stessero già in potere non degli Sforzeschi, ma del Mendozza. Il cardinale, confidatosi di smorzar l'ira del papa col freddo dello spavento, raunò la stessa notte nella sua casa una congregazione di personaggi aderenti a Cesare, nella quale intervennero il marchese di Saria suo ambasciadore ordinario, il conte di Cincione orator d'ubbidienza in nome del re Filippo, i Colonnesi, i Cesarini, ed altri signori assai; essendo piene le camere, le scale, e'l cortile di minori partigiani, e servidori. E qui scrivono che taluno sparlò di Paolo con indegno disprezzo; e fu chi minacciollo (1) delle calamità d'altri papi infesti a'baroni. Nè mancovvi chi ardisse di porre in dubbio con frivoli argomenti il valore della sua elezione. Di tutto ciò non solo giunse al pontefice un confuso romore per fama e per le insolenti parole, che molto più de' padroni avea diffuse ne' colloquii di quella notte la temeraria turba de cortigiani; ma narrano, che 'l cardinal di Burgos, riputandosi obligato dal debito del suo grado, ne l'informasse distintamente, e che perciò fosse poi richiamato in Ispa

(1) In una lettera del cardinal Farnese del 24 d'agosto 1555, al cavalier Tiburzio, si raccontano queste minacce come profferite da Marcantonio Colonna.

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gna, caduto quivi di grazia. Ricuperò fra questo mezzo il conte di Montorio la lettera da lui scritta al castellano, sustituendone un'altra di tenore assai più generale e giustificato, e imputando al Lottino d'aver ingannato e se, e 'l castellano insieme: fraude che, se per quel tempo cagionò al Lottino un lungo e penoso carcere, scopertasi in altra stagione, concorse all'estremo supplicio del suo autore. Ma prestandogli fede il zio, fesubito imprigionare il Lottino, e minacciò d'alti e prossimi risentimenti il padrone. Onde il marchese di Saria, a fine di mitigare il pontefice, chiese udienza: e non impetratala, andò personalmente a palazzo, affermando che avea negozii gravissimi del suo signore; ma nulla gli valse, e fu escluso. Egli benchè nel cociore dell'onta ne desse contezza per ispecial corriere a Cesare, quasi a vilipeso nel suo rappresentatore, nondimeno ad animo riposato confortò il Mendozza, che per non involgere il loro principe in travagliosi contrasti, rimandasse le galee. Ma gli Sforzeschi, prevedendone la perdita irreparabile, vi ripugna

rono, chiedendo almeno per condizione la T, VII, 12

libertà del Lottino, e 'l cessamento d'ogni loro molestia. Di che rinfiammato il pontefice, quasi il trattassero da eguale, con voler patti, e non da sovrano con offerirgli ubbidienza, fe ritenere il camerlingo. E ciò fu mandato ad esecuzione in forma poc'onorevole dal cardinal Caraffa, che, visitato il camerlingo, ed invitatolo ad uscir seco a diporto, il condusse in castel sant'Angelo, luogo fatale al Caraffa d'altro più grave e sventurato suo disonore. I due fratelli inquisiti con la fuga provvidero alla salvezza. Accadde la prigionia del cardinale sul fin d'agosto dell'anno 1555, e con tal destro s'argomentò il papa d'assicurarsi ancora di Paolo Giordano Orsini capo di quella famiglia, e allevato in dependenza di Spagna: perciò che essendo egli allora pupillo e in tutela del cardinal Santa Fiora suo zio, fu questi fra le angustie della prigione costretto a dar le chiavi ed i contrassegni delle rocche possedute dal nipote, ove il papa introdusse custodi a se confidenti. Molto più di guardia volle esercitare il pontefice verso i Colonnesi, contra i quali non solo era maggiore il sospetto, ma grave lo sdegno : poichè a Camillo Colonna (1) intervenuto nella mentovata adunanza tenuta dal cardinal Santa Fiora, imputavansi le più acerbe parole contra il papa ed i papi: ed era egli prode nell'armi, e tutto cesareo: onde anche la sua persona fu incarcerata. Non potè ciò riuscire di Marcantonio, il quale, sprezzati i divieti prima fattigli di non partire, s'era già ritirato. E l'origine di tali divieti fu questa. Ascanio padre di lui, dopo la reintegrazione ottenuta da Giulio III, era incorso in nuovi reati, come colui che, citato da certi privati suoi creditori, non pur aveva maltrattato l'esecutore della citazione, ma fatte disolare da' fondamenti alcune case che gli attori possedevano a Nettuno sua terra, e mandate a Roma persone per fargli uccidere. Di che chiamato egli dal fisco a render ragione, e non comparendo, fu proceduto alla privazion delle sue castella. Ma nell'atto di venir all'esecuzione, Marcantonio il figliuolo, che aveva antiche, e non mai

(1) Alcuni di questi fatti del papa contra i Colonnesi contengonsi ancora in una lettera del cardimal Farnese al contestabile Memoransì dell'ultimo d'agosto 1555.

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