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mandossi ella in Francia prima che gli venisse risposta dal Ruccellai. Di questi capitoli, poi alterati in alcune parti quando si fermarono di nuovo col mandato espresso d'Arrigo, la contenenza secondo l'ultimo stato fu tale. Che'l re fosse tenuto di difender da ogni persona e con ogni sua forza il pontefice; non gli essendo lecito di rimuover l'esercito che inviasse a tal fine, se non assaltato nel proprio regno. E che a questo s'obligava per sua bontà e pietà, con promessa non dependente da qualunque vicendevole convenzione. Che tra 'l papa e'l re fosse lega a difesa, e ad offesa in tutta l'Italia, salvo in Piemonte (per non collegarsi il papa contro al duca di Savoia) facendosi un abbondante deposito di denaro in Vinezia; e determinatasi negli stessi capitoli la contribuzione imposta a ciascuna parte, sì di pecunia, sì di milizia. Che acquistandosi il reame di Napoli, il papa ne investisse un figliuolo del re, il quale non fosse il Delfino, e il quale dovesse perpetuamente abitarvi. E ciò con grosso aumento del canone, e con largo dilatamento de confini temporali, nè con minor pro della giurisdizione spirituale per la sedia apostolica; e con assegnazione di stati ancora pe Carrafeschi. Che parimente occupandosi il ducato di Milano, si desse ad uno de' figliuoli del re non primogenito, e con simile obligazion d'abitarvi. Che durante la minor età di essi figliuoli, dovesse il papa deputari governatori de conquistati dominii. Che sotto la condotta del duca Ottavio si combattesse contro al duca di Firenze per tornare in libertà le città di ToSCa.Ila. Che fosse in elezione del papa il cominciarsi la guerra o quivi o nel regno, ma per niuna condizione in Lombardia, a fin di non obligare i confederati a tenere un altro esercito in difesa di Roma. Che a ciascuna delle parti fosse disdetto il concordare senza consentimento dell'altra. Che si desse luogo per entrar nella lega a 'signori vineziani, assegnando loro l'acquisto che si facesse della Sicilia: ed anche al duca di Ferrara con autorità di

capitan generale, e con altri vantaggi di terre, e d'entrate. Mentre queste cose si praticavano in Roma, il Ruccellai trattava in Francia, ove fu diversità di sentenze. Il contestabile Memoransì, e'l cardinal di Tornone sconsigliavano Arrigo di fabricare sopra un muro cadente, e non appoggiato, com'era un pontefice d'ottant'anni, senza che gli fosse aderente verun principe grande italiano. Più tosto per riposo del regno si stabilisse la tregua coll'imperadore promossa caldamente allora dalla reina. Ma prevalse il contrario parere del duca di Guisa, come più conforme all'animo del re tutto acceso d'emulazione verso le vittorie di Carlo, e le grandezze di Spagna. Sì che mandò egli a Roma il cardinal di Loreno fratello del mentovato duca di Guisa, e insieme costrinse a venirvi quel di Tornone, come più antico, e più informato de'moderni affari d'Italia. Ed amendue a nome del re segnarono le convenzioni ai quindici di dicembre dell'anno 1555, che furon soscritte parimente dal papa. Ma per velare la midolla del fatto alla cognizion della corte, da che la scorza degli as

sidui trattati non s'era potuta sottrarre alla vista, si fece partire il cardinal di Loreno, quasi annoiato che non si venisse alla conclusione: dovendo egli far opera nel suo ritorno per indurre il duca di Ferrara, e'l senato vineziano alla lega. Il vero fine di tal partenza fu sì chiuso, che nè pur il cardinal Farnese n'ebbe sentore (1), benchè oltre modo sagace, tutto intento all'investigazione di quegli affari, e copioso come di dependenti così di notizie. Vero è (2), che quantunque egli in prima possedesse tanto di confidenza, e di autorità nell'animo di Paolo, che a sua nominazione furono eletti il Casa per segretario di stato, il Sauli per tesoriere, facendoli il papa chiamar amendue per sue lettere, ed assai altri principali ministri, e gli fosse eziandio profferta la cura suprema del negozii: questo favore nondimeno, come è uso del pontefici verso persone straniere di grand'affare, quanto fu più largo, tanto fu più corto: troncato in parte dall'invidia della corte che seminava nel fertil suolo dell'animo senile di Paolo sospetti, ed accuse, in parte dall'emulazione del cardinal Caraffa, che stimava rapito a diritti suoi della consanguinità, e dell'abilità, ciò che di potere si dava a chiunque non sottostesse a lui, e nel mimisterio, e nel grado, in parte dalla gelosia de Francesi stessi, a cui era noto (1), che gl' imperiali praticavano continuamente di riconciliarsi i Farnesi con qualche partito intorno a Piacenza: onde parea loro di non poter piantare sicuramente in un fondo, che sempre fosse in balia degli avversarii il ricomperarlo; maggiormente scorgendosi che i Farnesi di mal grado, e quasi di pura necessità consentivano all'impresa commessa in quei

(1) Si raccoglie da due lettere scritte dal cardinal Farnese al duca Ottavio, l'una a 14 di dicembre 1555, e così un giorno avanti alla soscrizione della lega, l'altra da Monte Roso il giorno appresso alla partita del cardinal di Loreno, che si recherà nel capo seguente, e da un'altra scritta al cavaliere Tiburzio a 28 di novembre 1555 poco dopo la giunta del cardinal di Loreno.

(2) Lettera del cardinal Farnese al cavalier Ti

burzio a 17 di giugno 1555.
T. VII, 13

(1) Appare da varie lettere del cardinal Farnese al duca Ottavio, e principalmente da una segnata a 14 di dicembre 1555, e da un'altra al cavalier Tiburzio sul principio di gennaio 1556.

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