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ta(1)vescovo di Varadino: il quale davanti allievo, e poi ministro supremo del re Giovanni, ed appresso difensore del figliuolo pupillo, e della moglie vedova, era stato per addietro a lega col Turco: ma ultimamente avea persuaso a suddetti che cedessero a Ferdinando, ed ottenuta ad esso la possessione pacifica non pure dell'Ungheria, ma insieme ancor della Transilvania. Benchè, sì come sono ammirabili le strane avventure de'mondani rivolgimenti, il medesimo Ferdinando pochi mesi dopo avergli impetrata la porpora, come a benemerito singulare e di se, e della Chiesa, con tal fretta che (2) fu creato solo senza aspettarsi ad annoverarlo nella prossima elezione degli altri, per titolo d'avervi discoperte segretissime trame col Turco a fin d'acquistare con l'aiuto di esso per se la Transilvania, gli fetorre insidiosamente la vita, come appresso fia raccontato. Aggiugneva il papa, che anche (1) Negli Atti Concistoriali a 30 di luglio 1559, quando fu proposto per vescovo di Varadino, la republica veneta faceva richiesta, che nella distribuzion delle porpore ne fosse ornato alcuno de' suoi figliuoli. Ed ultimamente parergli, che convenisse di non lasciare in quell'atto inremunerati tutti i prelati meritevoli della corte, i quali veggendosi esclusi in concorrenza degli stranieri, caderebbono in quella disperazione che sottrae il necessario ristoro alla virtù faticosa. Desiderava oltre a ciò il papa di indugiar quanto potesse questa promozione di prelati imperiali, per lasciar il sentiero meno impedito alla concordia col re di Francia, bramata da lui oltremodo. Imperò che prevedeva che un tal atto inrevocabile in disavvantaggio di quel re gli avrebbe fatto indurar le orecchie al trattato. Ma questo ritegno convenivagli accennar dilicatamente, affinchè l'imperadore non si confermasse nel sospetto che pur troppo mostrava verso il pontefice, di poca fermezza nella lega, e però non divenisse tiepido negli aiuti. Ben che di fatto poscia questa medesima suspicione riscaldollo a ministrarli: sì come si mandano più sollecitamente i soccorsi a quelle fortezze di cui si teme la dedizione.

si legge nominato monaco di s. Paolo primo ere

mita. (2) Al 1 d'ottobre 1551, come negli Atti Concistoriali.

Agitato dunque il papa da sì fatte sollecitudini, prese consiglio di tentar nuovamente l'animo del re di Francia. E per aprirgli una porta di poter condescendere alla sua volontà con riputazione, la gelosia della quale suol talora impedire insieme con le paci de grandi la felicità del genere umano, inviò a chiedergli questo piacere un Legato, che fu il cardinal Verallo, uomo già sperimentato in simili ufficii. Il che gli valse ad un'ora per dimostrare a sudditi il suo studio della quiete, affinchè poi, non riuscendo per isciagura il negozio, tollerassero con minor dispetto le gravezze, come portate dalla inflessibile pertinacia degli avversarii, e non dall'animo inquieto del dominante. Fu riputato che questa legazione richiedesse la compagnia d'un'altra all'imperadore per trattare unitamente ancor la concordia fra lui ed Arrigo. E ad essa Giulio deputò il cardinal di Carpi tutto cesareo. E insieme però che s'era posto in cuore di passar a Bologna (1) per

(1) Si riferisce nella seconda instruzione al Camaiano, allegata appresso; e sta in una lettera del

dar calore da vicino sì alla guerra sì al concilio, e per esser pronto d'ire a Trento, di conferir quivi a faccia coll'imperadore, e di trovare con lui partito al bene e spirituale, e temporale della Chiesa; nominò Legato di Roma il cardinal de Cupis decano. Ma perchè Cesare non adombrasse di quella messione in Francia, deliberò il pontefice di mandargli speditamente il già ricordato Camaiano, affinchè gli confidasse le commessioni date al Verallo: le quali erano di (1) non consentire a verun patto che il duca Ottavio restasse in Parma. Doveva insieme il Camaiano far sentire all'imperadore, che questa le gazione s'era statuita per giustificar la paterna carità del pontefice; ma con tenue speranza della riuscita, posta la disposizione che si scorgea ne' Francesi: e che Giulio nell'avvenimento quasi certo della repulsa era fermo di proseguire virilmente la guerra. E per tanto doveva il nunzio stringer Cesare a larghezza, e pre

Dandino da Bologna a 12 di settembre 1551 al Le

gato Crescenzio. (1) Sta nell'instruzione data al Verallo a 5 di

ottobre 1551, fra le scritture de signori Borghesi.

stezza d'aiuti. Eragli parimente ordinato di portar in mezzo l'annoverate scuse per la ripugnanza del pontefice alla richiesta promozione. Di poi ammalato Giulio, e perciò ritardatasi la partenza del Camaiano, si mutarono anche (1) i proponimenti. Però che sopravvenendo in Roma qualche spavento per la fama dell'armata turchesca, giudicossi necessaria la presenza del principe nella reggia per dar animo a sudditi, e provvedimento a pe . ricoli: maggiormente che Cesare quando gli giunse il Camaiano, della cui andata appresso diremo, mostrolli che non gli calesse di quel viaggio del papa, il quale obligava lui ad un simil viaggio per trattare insieme in Bologna: nè altresì diede segno che gli spiacesse l'andata del Legato Verallo in Francia: il quale per dubbio di ciò s'era fatto sostare (2) in via. E infermato di lunga quartana il cardinal

(1) Sta nella seconda instruzione data al Camaiano a 21 d' ottobre 1551, fra le scritture de'signori Borghesi; e in una lettera del Dandino al Martinengo nunzio al re de' Romani, segnata a 16 di ottobre 1551.

(2) Lettera del Dandino a Giambattista del Monte a 20 d'ottobre 1551.

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