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simi danni della religion cristiana, riputava che niente meglio potesse ristorarli d'un concilio ecumenico da celebrarsi col suo intervenimento. E perchè la decrepità non gli concedeva l'andar altrove, destinavalo in Laterano, chiesa la più riverita del mondo, e nobilitata da tant'altri famosi concilii. Roma per l'ampiezza della città, per la clemenza del cielo, per l'abbondanza dell'annona, per l'ospitalità degli abitatori, dover esser grato albergo a tutte le persone venture. In questo sinodo volersi primieramente riformare gli ecclesiastici e i laici, correggendo negli uni la corruzion de'costumi, e vietando agli altri l'intromettersi contra il divino comandamento nelle faccende spirituali. Talora personaggi constituiti nelle somme dignità, e che si nominavan cristiani, richieder al pontefice con ismoderato ardore e con messaggi apposta sconvenevolezze tali, ch'egli non le poteva udire non che concedere. A ciò fra gli altri disordini si provvederebbe dal concilio, restituendo il dovuto onore e diritto alla Chiesa. Essersi il papa sì fitto in questo pensiero, che niuna cosa ne l'avrebbe po

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tuto rimuovere. Ed a tal fine indirizzarsi principalmente quella legazione; dovendo il Rebiba confortare que due grandissimi principi padre e figliuolo a promuovere sì santa impresa. Ma perchè il concilio avea bisogno d'uomini schietti di cuore e non passionati, e la passione dei signori suol distendersi ancora ne sudditi; perciò esser necessario che tra i re si fermasse una perpetua e sincera pace: altrimenti rimanendo fra loro contrarietà d'interesse e di fini, in vano o si proporrebbe, o si decreterebbe nel sinodo ciò che giovando e piacendo all'una parte, fosse ricusato come a se dannoso e molesto dall'altra. Dovere adunque i principi riconciliarsi tra loro, antiponendo i rispetti eterni a temporali: e considerando che s'è reo di grave pena chi uccide un uomo, incomparabilmente maggior sup. plicio sosterrà chi cagiona tante stragi e tante ruine di regni. Nè valere ad un principe il dire, che la ragione sta dal suo canto. Primieramente la ragione nei litigii inviluppati de grandi apparir sempre dubbiosa. Oltre a ciò doversi rimettere della propria ragione per beneficio

del mondo e per servigio di Dio; nè lasciarsi vincere nella virtù da quel gentili che con un solo barlume d'onestà naturale si rappacificarono co' loro capitali nemici, e andarono a manifesta morte per salute della republica. Esser debita a Dio questa gratitudine da coloro, ne' quali egli ha versata la pienezza degli onori e delle grandezze. E più ergersi il papa nella speranza, però che il re cristianissimo gli avea publicamente offerto, mediante il cardinal di Loreno, in concistoro, di rimettere in sua santità come in supremo giudice tutte le differenze. Onde a promuovere questo bene mandarsi da lui anche il cardinal suo nipote a quella corona ; col quale il Rebiba dovea tener assidua corrispondenza. Vedersi tanto cresciuto il potere de barbari, e'l pericolo del giogo loro sul collo di tutti i fedeli, che'l guerreggiar questi fra di se non era più opera, non solo cristiana, ma umana: nè poterla il pontefice per debito dell'ufficio suo tollerare. Per tanto qualunque da cui mancasse la conclusion della pace, avrebbe sentite le sue pene e spirituali, e temporali: senza temer egli la potenza di verumo: essendo apparecchiato a soffrire per sì bella cagione con allegrezza la morte. Il zelo immenso di quest'impresa muoverlo a divider da se il Rebiba antichissimo suo famigliare, e sopra ogni altro partecipe del suo cuore: sapendo ch'egli con perfetta carità e prudenza tratterebbe sì degno affare. Sperar il pontefice, che'l Legato sarebbe ricevuto con ogni culto ed osservanza da quelli, i quali, benchè fossero supremi principi, erano tuttavia figliuoli di colui la cui persona il Legato rappresentava. Usasse egli la salutazione insegnata da Cristo: sia pace a questa casa. Alla qual voce piena d'amore, se per isventura scorgesse che non fosse risposto, e che i salutati non se ne mostrassero degni, nè udissero le sue parole, immantenente si partisse e tornasse al papa, scotendo da piedi la polvere in testimonianza. Imperò che quali gli altri fossero per isperimentarsi (sperargli il pontefice buoni) egli certamente avea statuito di adoperar in forma, che non avesse cagione di pentimento. Quasi le medesime commessioni publiche, serbata la proporzione, furon dae al Carafa. Ma non si pose in via egli s tosto, come bramava; perchè volle meear seco il maliscalco Piero Strozzi, sotto cui aveva militato, cugino della reina, e quanto possente nella corte di Francia, altrettanto nemico al nome di Spagna, e però validissimo ordigno a suoi fini: e lo Strozzi fu per alcune settimane occupato in fortificare, come si potè il meglio, con subitani ripari le terre marittime di Civitavecchia e di Nettuno, e massimamente in disegnar la fortezza di Paliano. Il qual tolto prima a Colonnesi con l'armi, e di poi scomunicati essi, e privatine con le previe solennità giudiciali (1) a perpetuo nel concistoro, fu in un'altra congregazione concistoriale (2) dato in feudo al conte di Montorio ed alla sua posterità mascolina: impiastrandosi la sconcia apparenza di quest'azione in un tal pontefice col manto, che bisognasse consegnar tali feudi a chi avesse forza e fede di conservarli nell'ubbidienza della Chiesa. Dunque in Paliano ordinò il papa, che s'edificasse una salda fortezza ; a sem

(1) A 4 di maggio 1555, come negli Atti.
(2) A' 14 di maggio.

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