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primo, macchinavano apertamente contra lo stato ecclesiastico, e contra la stessa città di Roma; non solo ricettando e proteggendo i Colonnesi scomunicati e dannati di lesa maestà, ministrando loro danari, e capi di guerra, e specialmente un tale Aldano ; ma preparando assalti alle terre del papa, ed un nuovo sacco alla sua reggia. Non poter ciò avvenire senza notizia del loro principi. Questa notizia, secondo la disposizion delle leggi, provarsi per conghietture: le quali in tal caso erano robustissime; il tempo diuturno, i fatti notorii, le spese grosse, oltre alle prove che sopra la participazione de'medesimi principi risultavano da varie segrete contezze, le quali non era tempo nè luogo da riferire. Tutto ciò non pur esser opposto alla Bolla dal pontefice promulgata contra i Colonnesi e i loro fautori ; ma eziandio alle investiture e a giuramenti prestati nel feudo del regno napoletano, il cui diretto dominio appartiene alla Chiesa. Per tanto il fiscale supplicar alla santità sua, che delegasse cardinali, i quali conoscessero questa causa: ed ove il fiscale provasse le cose addotte, dichiarasse dall'ora presente i già detti ministri e principi incorsi in tutte le pene di maggiore scomunica, di caduta dal feudo, di privazione degli onori e degli stati; s'assolvessero i sudditi dal giuramento; e i loro dominii s'esponessero per lecito acquisto agli occupatori. Il pontefice di sua propria voce ammise l'instanza nella solita forma: se ed in quanto era di ragione: e disse che sopra la delegazion de'cardinali giudici, e l'esecuzion delle cose richieste, avrebbe tenuto consiglio co' padri; e, uditone il parer loro, maturamente risposto. Nè fra tali dimostrazioni più strepitose che vigorose intralasciava egli le diligenze di maggior efficacia. Nella prefata lettera di Garzia Lasso nominavansi varii per confidenti di Cesare, e fra gli altri Ascanio della Cornia. Onde il papa nuovamente insospettito di lui, il fe chiamare per udir sue discolpe. Ma quegli, temendo gl'impeti del pontefice, con varie scuse prolungava la venuta, e per conseguente accresceva la suspicione. Tal che il papa commise a Papirio Capizucchi, che andasse a Velletri con molti soldati a cavallo, e prendesse Ascanio. Spiato ciò dal cardinal della Cornia, fe precorrere la notizia al fratello; la quale gli arrivò appunto quando altresì Papirio arrivava alle porte di Velletri. Onde nello stesso momento per l'una di esse entrò Papirio, e per l'altra scappò Ascanio, perseguitato a tutta briglia da cavalli di Papirio. Ascanio, volgendosi al mare, corse a Nettuno; e quivi sì come fu conosciuto per capitano del papa, così di leggieri diede a credere che i cavalieri seguitatori erano soldati suoi contra di lui ribellati. Sì che le guardie di Nettuno uscirono contro ad essi; nè prima rimaser disingannate, che Ascanio con un solo famiglio si fu posto in salvo per opera d'una barchetta. Su la quale condotto a Napoli, fu accolto con grand'onore dal duca d'Alba; che ne ritrasse le debolezze dello stato ecclesiastico, e si rincorò maggiormente all'impresa: stimolandolvi tanto più Ascanio, perchè il papa, infocato d'ira, avea riserrato in castello il cardinal della Cornia, e spogliati amendue di tutti i lor beni. Ma il duca, non avendo ancora nè apparecchio di forze, nè determinazione di cuore, in parte per ottener la liberazione di Garzia Lasso, a cui dalla ferocità di Paolo temeva la morte, in parte per giustificar la sua causa, mandò a Roma Giulio della Tolfa conte di San Valentino con varie lamentazioni da esporre al papa: che tutti i parziali di Cesare e del re Filippo fossero da lui maltrattati, imprigionati i ministri, l'ambasciador vilipeso: nel monitorio contro ad Ascanio contenersi, ch'egli era ricorso a nemici della sedia apostolica: e così dichiararsi per tali il vicerè e i suoi principi. Della instanza fatta dal fiscale non ebbe mandato il conte di portar querele, come o non fatta, o non saputa fin allora dal vicerè. Nel medesimo tempo il marchese di Saria orator di Cesare e del figliuolo, avendo informati amendue con maniere acerbissime degli oltraggi che riputava fatti a se ed alle loro maestà in varie azioni del papa, ne ricevette risposte conformi alle proposte. Onde significò di voler domandare al pontefice licenza d'andar altrove per affari e per ordinazion de' suoi principi. Il che vedevasi ch'era un troncare ogni filo di nuova unione. Perciò il papa il secondo giorno d'agosto invitò a desinare (1) dodici cardinali varii di fazione e di nazione, e con essi l'ambasciadore, e'l nuovo duca di Paliano suo nipote: e dopo la mensa disse, che avendo intesa la richiesta preparata dal marchese di partirsi, riceverebbe in grado ch'egli esponesse il suo desiderio a quell'adunanza. Confermò il marchese, che a ciò fare il costrignevano i negozii e le commessioni de' suoi signori. E spiegandone le cagioni, rammemorò con forme amare ed altiere l'ingiurie fatte dal pontefice a quei grandissimi principi. Ciascuno de congregati disse, che la partenza non gli poteva esser vietata; ma ben doversi pregarlo, che, poste le circustanze presenti, soprassedesse alquanto, se fosse lecito senza incomodità e disubbidienza de' suoi padroni. Il che l'oratore negò di poter fare secondo il tenor de'comandamenti. Il papa fece uscir lui e 'l duca, perchè i cardinali profferissero più libere le sentenze. E queste furon di nuovo: che secondo la ragion delle genti non gli si potea negar

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