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la partita, ma solo iterargli l'instanza della dimora. Onde richiamatolo, gli diede il pontefice con inopinata umanità la risposta, concedendogli l'andarne ovunque volesse, ma significandogli ad un'ora il desiderio comune. E'l marchese, ringraziando della licenza, disse, che farebbe nuova considerazione sul ricevuto comando. Il che videsi, che fu apparenza per risponder in maniere non discortesi di manifesta repulsa alla cortesia del pontefice; e non perchè (secondo ch'altri gli oppose) non avesse prima ben esaminate le commessioni, imperò che il dì prossimo uscì di Roma. Di tutto il colloquio volle il papa che registrasse memoria il cardinal Puteo, il quale a que giorni in luogo del Farnese assente per poca soddisfazione, comedirassi, esercitava l'ufficio di vicecancelliere, affinchè l'ambasciadore non potesse mai opporre d'essere stato ritenuto con violenza. Tanto era cresciuta co' dispiaceri e co' lamenti la necessità delle cautele. Le quali in tempo di vicendevoli suspicioni ed accuse, non minori voglion essere contra le bocche di carne, che in tempo di guerre Per corrispondere alla messione del conte di san Valentino, e insieme per farsi di reo attore, avea mandato scambievolmente il pontefice al vicerè Domenico del Nero romano a confutar le querele, a dolersi dell'ingiurie, ed a proporre temperamenti. E fe partecipe anche il collegio (1) così dell'instruzione a se comunicata dal conte, la quale conteneva in somma le riferite doglienze; come d'una scrittura divisata da se in risposta, affinchè i cardinali la considerassero attentamente. Il tenore di questa era, che'l pontefice niente aveva offesi i regii in punire i suoi sudditi per gravissimi, e palesi misfatti; ma bensì i regii il papa con proteggere i sudditi di lui condannati e ribelli. Contra l'abate Bersegno, e l'abate Nanni procedersi come contra cherici soggetti alla giurisdizion del pontefice, e inquisiti per colpe d'oltraggiata maestà : senza che, quando il Bersegno fu preso, non era più ministro del duca d'Alba. Parimente Garzia Lasso ritenersi come macchinatore contra lo stato del pontefice:

e d'assedii contra le bocche di fuoco, T. VII. 45

(1) A' 7 d'agosto, come negli Atti Concisto

ed aver quegli lesa la ragion delle genti, la qual ciò severamente proibisce a ministri d'un principe residenti nelle terre dell'altro, affinchè debban ammettersi liberamente, nè col sospetto s'impedisca il consorzio. Onde Garzia Lasso non poteva opporre che si violasse in lui quel diritto di cui egli era stato il violatore. Col marchese di Saria essersi abbondato in dolcezza: perciò che dall'un lato qualche udienza negatagli non si poteva chiamar dispregio, quando in niuna corte è uso che gli oratori abbiano aperto l'uscio al principe ognora che vogliono ; dall'altro gli s'era tollerato ch'egli per leggiera cagione avesse imperiosamente spezzata una porta di Roma, mentre innanzi giorno si tenea chiusa e guardata nelle presenti gelosie. Dolevasi per converso il papa, che l vicerè con dichiarazione d'inimicizia avesse vietato per bando a suoi popoli sotto rigidissime pene ogni comunicazione con quelli dello stato ecclesiastico. Oltre a questa scrittura narrano, che'l papa nei ragionamenti col conte si scomponesse in parole colleriche, non serbando il vantaggio di quella moderazione, che ad animo preparato avea ritenuta con lode nella li

cenza data al marchese. L'ultimo segno della battaglia parve al vicerè la comparigion del fiscale nel concistoro: ben sapendo che sì fatte molestie non si danno a monarchi nel foro senza prima destinarle nel campo. Ma, considerata la brutta faccia che ha sempre negli occhi del cristiani chi assalta il vicario di Cristo, volle usar nuova diligenza sì per giustificar tanto più la sua causa quasi di forzevol difesa, sì per gettare sopra il pontefice l'odio della guerra appresso i sudditi e i cardinali. Per tanto inviò a Roma Pirro Loffredi cavalier napoletano, imponendogli d'esporre al papa, che l'ingiustissima, ed ignominiosissima instanza fatta dal fisco, ed ammessa da sua santità nel concistoro contra Cesare e'l re cattolico, e contra i loro stati, ben manifestava qual animo egli avesse, e quali ruine macchinasse a quel principi. Onde non rimaner loro altro da fare, se non ciò che farebbe ogni ossequioso figliuolo verso il padre, il quale gli corresse sopra col ferro ignudo; ciò era, sforzarsi di levargli l'arme di mano. Che ad una

simil opera verrebbon Cesare e 'l re con estremo cordoglio, ed a mera forza: ma innanzi per l' infinito desiderio ch' era nel duca, e ne suoi principi di potersene astenere, voler egli soprabbondare con quest'ultimo ufficio; pregandolo supplichevolmente a deporre la persona di nemico, e a riprendere quella di padre, con rivocar l'offese, e con fomentar la pace nel cristianesimo. Ed egli prometteva, che in questo caso l'imperadore e 'l re cattolico, dimenticate le preterite ingiurie, avrebbono conservata la persona di riverenti ed amorosi figliuoli. Che degnasse sua santità comunicar queste significazioni col sacro collegio, dando a ciascun de'padri libera facultà d'esprimer il proprio suo sentimento: da quali era certo che non avrebbe ricevuti se non fedeli, pacifici, e salubri consigli. Un'altra lettera recava Pirro indirizzata al collegio quasi della medesima contenenza; pregandoli oltre a ciò di piegare il pontefice a sensi d'equità, e di carità pastorale. Aveva commessione il Loffredo di presentare al papa, ed a cardinali le let

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