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tere, e di far loro le ambasciate del duca, sì veramente ch'egli non dimorasse oltre a quattro giorni in Roma, qualunque risposta, o anche nessuna che ne traesse. Ma il pontefice, a cui veniva in acconcio di prolungare finchè tornasse il Carrafa, e con esso qualche aiuto di Francia, come dirassi, gli diede a vedere che in sì breve spazio non era possibile il fargli saper la determinazione; convenendo che il Loffredo, dopo aver parlato a lui, visitasse il collegio, e ch'indi il papa ne sentisse il parere, e con questo gli rendesse risposta di qualche agevol compenso: intorno al quale l'invaghì di speranza: che d'altro modo la sua venuta sarebbe stata non di pacificatore, ma di beffatore. Il Loffredo, vinto dalla ragione del papa, e ignorando il segreto del vicerè, lasciò tenersi a bada. Il che fu di gran pregiudicio al suo signore per la nota quindi contratta, e a lui per la sventura quindi patita: con insegnamento a ministri di non usar mai dell'arbitrio sopra que punti di cui hanno preciso, e stretto il comandamento ; e meno in que casi che nulla vi scorgono di ragione; non potendola essi allor misu

rare, ma dovendola creder valida, e per avventura ancor massima.

Il giorno quarto di settembre raccoltisi i cardinali davanti al papa (1), furon lette le lettere scritte al collegio dal vicerè; e fu ragionato dell'affare, proponendosi maniere di pacificazione. Ma la notte del dì vegnente arrivò novella che'l duca d'Alba, uscito da Napoli con giusto esercito il giorno primo di quel mese, aveva poi assalito lo stato ecclesiastico, e preso il quinto di Ponte Corvo, ch'è un minuto vestigio dell'antiche Fregelle, ove si ritardò e si franse l'impeto d'Annibale: e indi Frosinone, con molta preda di bestiami. Il papa, oltre modo acceso, tantosto ragunò i cardinali (2), e gli feconsapevoli dell'insulto. Ed appresso, chiamato alla presenza loro il Loffredo, il domandò a qual opera fosse venuto. Egli rispose, che avea portate due lettere del vicerè, l'una a sua santità, l'altra al sacro collegio per trovare accordo alle differenze presenti. Allora il papa notificò al

(1) Negli Atti Concistoriali.

(2) A'6 di settembre 1556, come negli Atti Concistoriali.

cavallo, e prendesse Ascanio. Spiato ciò dal cardinal della Cornia, fe precorrere la notizia al fratello; la quale gli arrivò appunto quando altresì Papirio arrivava alle porte di Velletri. Onde nello stesso momento per l'una di esse entrò Papirio, e per l'altra scappò Ascanio, perseguitato a tutta briglia da cavalli di Papirio. Ascanio, volgendosi al mare, corse a Nettuno; e quivi sì come fu conosciuto per capitano del papa, così di leggieri diede a credere che i cavalieri seguitatori erano soldati suoi contra di lui ribellati. Sì che le guardie di Nettuno uscirono contro ad essi; nè prima rimaser disingannate, che Ascanio con un solo famiglio si fu posto in salvo per opera d'una barchetta. Su la quale condotto a Napoli, fu accolto con grand'onore dal duca d'Alba; che ne ritrasse le debolezze dello stato ecclesiastico, e si rincorò maggiormente all'impresa: stimolandolvi tanto più Ascanio, perchè il papa, infocato d'ira, avea riserrato in castello il cardinal della Cornia, e spogliati amendue di tutti i lor beni. Ma il duca, non avendo ancora nè apparecchio di forze, nè determinazione di cuore, in parte per ottener la liberazione di Garzia Lasso, a cui dalla ferocità di Paolo temeva la morte, in parte per giustificar la sua causa, mandò a Roma Giulio della Tolfa conte di San Valentino con varie lamentazioni da esporre al papa: che tutti i parziali di Cesare e del re Filippo fossero da lui maltrattati, imprigionati i ministri, l'ambasciador vilipeso: nel monitorio contro ad Ascanio contenersi, ch'egli era ricorso a nemici della sedia apostolica: e così dichiararsi per tali il vicerè e i suoi principi. Della instanza fatta dal fiscale non ebbe mandato il conte di portar querele, come o non fatta, o non saputa fin allora dal vicerè. Nel medesimo tempo il marchese di Saria orator di Cesare e del figliuolo, avendo informati amendue con maniere acerbissime degli oltraggi che riputava fatti a se ed alle loro maestà in varie azioni del papa, ne ricevette risposte conformi alle proposte. Onde significò di voler domandare al pontefice licenza d'andar altrove per affari e per ordinazion de' suoi principi. Il che vedevasi ch'era un troncare ogni filo di nuova unione. Perciò il papa messo l'ostili offese fattegli dal vicerè; al quale rimproverò tradimento, e violazione del diritto delle genti, quando assaliva con forza d'armi cui egli allo stesso tempo affidava con trattati di pace. Ma, che Iddio avrebbe protetta la giustizia, e punita la fraude. E così licenziatolo il fe menare in castello per vendicare in quel ministro l'infedeltà del principale: e vel tenne fin che poi si fela concordia. Stava il papa in grandi angustie per la mancanza e degli apparecchi, e non meno del Carrafa: il cui spirito bellicoso quanto era mal acconcio per governare in pace, tanto era necessario per amministrar la guerra. E però con frequenti corrieri ne avea sollecitato il ritorno: ma questo per esser fruttuoso non poteva esser frettoloso. E qui per chiaro intendimento de fatti mi convien rappresentaragli occhi de'lettori con poche linee il vario corso del suo negozio in Francia. Le secondarie commessioni del pontefice portate dal cardinale non poterono rimaner sì occulte, che fin da principio non fossero o risapute, o conghietturate da Cesare; ma, secondo che avviene in ciò

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