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A questi affari publici non si tenne Paolo d'aggiugnere il quinto d'utilità privata. E ciò ch'è più maraviglioso con domande sì ampie e franche, quasi i suoi avessero conquistato, e non cercato di torre un reame a Filippo II. Per tanto non solo impose al Legato, che procacciasse dal re qualche nobile stato pel duca di Paliano, e questo in libero dono, non in ricompensazione di quel ducato, come sonavano i patti di cui non voleva palesare scienza: ma essendo poi morta Buona figliuola del duca Gian Galeazzo Sforza (1), e già reina di Pollonia, e ricaduta perciò al re la ducea di Bari, inviò tosto il papa al Carrafa Leonardo di Cardine, comandandoli che la procurasse al fratello nella prefata maniera di libera mercede, e similmente gli procurasse un sontuoso palazzo confiscato in Napoli al principe di Salerno. Il che tutto commise, ch'egli operasse con astenersi da richiesta, ma ingegnandosi che'l re di movimento suo proprio gliel offerisse. E quanto era a Paliano, cercasse di persuadere il cardinale a sua maestà, che, diroccata la fortezza (di cui era grave a Paolo la metà della spesa) convenisse lasciarlo al duca: del quale niuno più divoto, e più ossequioso possessore avrebbe potuto il re collocarvi. Con le già dette commessioni partironsi (1) i due Legati verso la metà d'ottobre. Nè intorno alla legazion del Trivulzio è molto che dire. Il re, corrispondendo con affettuosissima riverenza a ringraziamenti del papa, confermò l'antica sua disposizione alla pace, ove gli Spagnuoli per la fresca vittoria non fossero divenuti orgogliosi, e non si figurassero lui abbattuto o di forze, o di cuore. E fra tanto procedeva (2) con severi gastighi contra gl'innovatori di religione, i quali dalla semenza di Calvino cominciavano a pullulare con qualche maggior abbondanza, e baldanza in quel regno.

(1) Tutto ciò appare nell'instruzione data dal cardinal Carrafa al vescovo di Terracina mandate da lui a Roma, e dalla risposta allo stesso mandatagli dal duca di Paliano, e da varie lettere corse tra i

due fratelli, e contenute nelle scritture de'signori Borghesi da recarsi appresso.

(1) Il Carrafa si partì a 14 di ottobre, come nel Diario del maestro delle cerimonie. (2) Lo Spondano nell'anno 1557, al num. 14.

Assai più lunga materia ci porge l'altra legazione. Giunto il cardinal Carrafa alla corte (1), le prime accoglienze furono sì cortesi che parvero riverenti: le quali tanto più gonfiarono di ventosa speranza l'idropisia dell'ambiziosa sua sete. Molto desiderava il re di fermare quell'umor torbido, e dominante col zio: e però a fine di guadagnarlo, uscitogli incontro fin alla porta di Brusselles, gli offerse il più degno lato (2), e'l giorno dell'Epifania invitatolo alla cappella, andò personalmente a levarlo dal suo albergo per condurlo alla chiesa: e quella mattina il tenne a sua mensa, favore inusitato da re di Spagna: e con solenni tornei ed altre sontuose feste gli diede insieme ricreazione ed onore. Nè lasciò di significarli, mediante il vescovo d'Arras, un infinito suo godimento d'essersi riconciliato col papa, e di ricevere in pegno della sua

(1) Fece l'entrata solenne in Brusselles a 13 di dicembre, come nel Diario del maestro delle cerimonie. - (2) Tutto sta nel Diario del maestro delle cerimonie a'dì 13 di dicembre 1558, e a'6 di gennaio 1559.

paterna dilezione il nipote di lui per Legato: di che aveva scritte anche a Paolo lettere ufficiosissime di sua mano. Ma venendosi al primo saggio de'fatti, il peso non corrispose al colore. Intorno alla pace, se le professò ben il re singularmente inclinato, e commendò il zelo del papa che s'offerisse in tal età a disagi di quel viaggio: dal canto suo non poterglisi proporre funzione più cara che l'andare insieme, e a stabilire il riposo della cristianità, e a vedere e riverire il capo, e'l padre della cristianità: ma ciò esser opera di molto tempo: nè potersi egli fidare che'l re di Francia, simulandosi ben disposto al medesimo, non usasse questo indugio in ristorarsi della ricevuta percossa, e in vece poi di pacificarsi, non insurgesse più fiero a travagliarlo con la guerra. Quanto era alle novità contra la giurisdizione ecclesiastica in Ispagna, ne avrebbe scritto a que ministri: e convenire che 'l papa vi mandasse nuovo nunzio, con cui si cercherebbe provvedimento. Del cardinal Polo doversi trattare con la reina. Al qual fine il Legato con approvazione del re le inviò il fratello marchese di Montebello, che la riverisse in suo nome, e con esso accompagnò Girolamo di Nichisola veronese vescovo di Teano (1), religioso di san Domenico, adoperato dal papa nel tribunal dell'inquisizione, che la informasse della causa. In ciò che apparteneva al Peto, parimente si rimise alla reina, ma soggiunse, che per la gravissima età non potea fondarsi speranza su la sua opera. E di fatto tra perchè diradaronsi nel pontefice le ombre contra la sincera credenza del Polo, e perchè scontrossi ripugnanza nella reina di levarsi dal fianco o l'uno per gli affari publici della religione, o l'altro per la privata direzione della sua coscienza, il trattato rimase lento, ed al fin sopito fin alla morte non lontana, prima del Peto, e indi del Polo. Sicchè in tutti i negozii publici riportò il Legato sterili, e generali risposte. Restava il quinto affare: in cui non gli fu lecito d'osservare le ordinazioni del zio: imperò che il Cardine, passando per Milano ov'era ito il duca d'Alba, apersegli la cagione del suo viaggio: confidan

(1) Intorno al vescovo il maestro delle cerimonie del Legato nel Diario del 1558 di novembre.

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