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dosi che'l duca sì come potea, così vorrebbe agevolarne l'effetto. Il che non sol operò che, scrittala il duca a ministri del re in Brusselles, e ciò risaputosi dal cardinale, si riputasse egli costretto a discoprirsi; ma che'l duca, il quale sapeva per sua propria veduta, e'l demerito de'chieditori col re, e'l pregio della cosa richiesta, ammonisse i predetti ministri di non darne veruna speranza al Carrafa tanto che non udissero sè, il quale tosto era per convenire alla corte. Onde le prime risposte in ciò furono: che doveasi aspettare il duca sì come informato. Di questi primieri suoi trattamenti mandò il cardinal Carrafa distinta contezza al pontefice per Ottaviano Reverta vescovo di Terracina, e già nunzio agli Svizzeri: il quale tornò assai prestamente, e recò al Legato (1), voler Paolo che egli insistesse nell'impresa d'ottener Bari, e insieme di ritener Paliano. Fra tanto arrivato il duca d'Alba alla corte, e propostasi la domanda tra ministri reali, (1) L'instruzione è segnata a 5 di gennaio 1558, e la risposta del duca di Paliano a 28 dello stesso mese, nelle scritture de'signori Borghesi,

in vece di tenerne consiglio, convennero in esprimere abbominazione verso la temerità de'Carrafi, mentre chiedevano un sì gran premio non con altro merito che di tante ingiurie. Adunque per soddisfare al patto d'offerir giusta ricompensazione per Paliano fra'l termine di sei mesi, e così trarlo di mano a Carrafi, come aveano fermamente proposto, proffersero al cardinale la signoria di Rossano con altri dieci mila scudi d'entrata. Egli, che sognava corone, rifiutò con disprezzo sdegnoso l'offerta : essi scambievolmente a fine di giustificar l'adempimento del contratto, in virtù del quale volevano senza fallo levar Paliano a Carrafi, rinovarono al cardinale in solenne forma per via di notaio la stessa proposta (1) a presenza de vescovi di Terracina e di Pola, e d'alcuni ministri regii. Alla quale rispose egli, che ciò non s'aspettava a lui; ma sì al fratello, con cui però doveva trattarsene. Onde gli Spagnuoli per guardarsi da ogni pregiudicio, fecero che Ascanio Caraccioli agente del re in Roma recasse la suddetta

(1) Il dì ultimo di febraio, e sta fra le scritture de'signori Borghesi.

profferta con rogito di notaio al duca : il quale allora giaceva infermo, e v'erano presenti i cardinali Rebiba, e Vitelli. Il duca prese tempo di sentir la volontà del papa, e di poi rispondere. E questa necessità che s'ebbe di svelar Paolo per consapevole di quella convenzione con suo amarissimo sentimento, di poscia materia al duca d'affermare in una sua lettera, che tal convenzione fosse stata l'origine delle loro ruine. Il che malinteso da taluno, gli ha dato a credere, che dal papa fosser gastigati i nipoti, per aver essi fuor di sua volontà e di sua contezza fermato quel patto. Cosa tutta lungi dal vero. Facea conoscer tra questo mezzo il Legato un acerbissimo sdegno in se verso i ministri spagnuoli per l'infelice corso delle sue inchieste, massimamente essendo alla corte Marcantonio Colonna, ed Ascanio della Cornia, i quali non cessavano d'attraversarsi ad esse, e di far contra lui ogni opera sì per vendetta dell'offese, sì per artificio d'indurlo a riconciliargli a se con la grazia, a fin di levare gli ostacoli de' suoi intendimenti. E al cardinale tanto più venivano pungenti le repulse, perchè le riputava imprese de' suoi nemici: intorno alla remission de'quali aveva egli espressi, ed iterati divieti del zio col ritorno del vescovo di Terracina (1), e con varie lettere del fratello che non lasciasse appiccar negozio. Averli dannati il pontefice per misfatti non appartenenti alla guerra: ridondare in utilità comune dei principi il manteneressi quest'usanza, che ogni sovrano sia libero padrone de' suoi vassalli: particolarmente il Colonna essere un fuoco di turbazione, contra'l quale non trovarsi altro riparo che tenerlo lungi, e sottrargli l'alimento: considerasse il re se gli piacerebbe, che'l papa lo stringesse a lasciar dimorare impunito un suddito come il Colonna poderoso, e sedizioso ne'suoi dominii. Per tanto sperimentandosi infruttifera d'ogni bene sperato la stanza del cardinale in quella corte, ritirossi in un monistero lungi da essa, con mostrarsi amareggiato, e in apparecchio della partenza. Filippo, regolando le sue azioni non da ciò che altri meritava, ma da ciò ch'era a se profittevole, s'in

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(1) Tra le scritture de'signori Borghesi.

chinò dalla sua maestà per placarlo: temendo ch'egli non tornasse nuovo mantice di tumulti contra i suoi stati d'Italia: e mandògli a questo fine alcuni de'principali ministri con soavissime parole, e con affettuose instanze di restituirsi alla corte. Al che piegatosi lui, gli diede il re benignissima udienza, scusandosi, s'egli non si determinava a quanto per inclinazione avrebbe voluto, però che gli facea mestiero di condescendere al parere di que ministri che'l padre gli avea lasciati, e senza l'informazione, e la perizia dei quali non avrebbe potuto reggere con mano ancor nuova le redine di così vasta monarchia. Esser loro spesso fra se discordi per contrarietà di sensi, e talora di passioni, e toccare a lui di patire il danno delle lor gare. Andasse a Roma, dove egli ordinerebbe a suoi ambasciadori, più prossimi a luoghi, e però meglio consapevoli della qualità delle cose proposte, che trattassero con lui e col duca suo fratello, e cercassero di consolarli. Sopra tutto l'esortò, che ottenesse il perdono a Marcantonio Colonna: aver egli molti parentadi, molte aderenze, molto valore, ed

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