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se a questa sua gloriosa felicità portò qualche nuvola l'essersi lui regnante sollevata l'eresia, questa medesima nuvola s'è poi convertita in un pareglio, mentre i successori di Carlo non pur ne hanno serbati intatti e i loro animi, ei loro regni, ma quivi hanno incontrata materia d'esercitar senza fierezza il valor dell'armi, varie sì nel tenore della fortuna, ma sempre laudevoli nella pietà della causa. Giuntane a Roma la novella (1), si trattò in concistoro di celebrare nella cappella pontificia l'esequie consuete agli imperadori: e'l papa vi fece un decreto di sì fatte parole: non volendo il pontefice che si tralasci quest'ufficio di religione per certo romore o fama diffusa d'una tal cedizion dell'imperio fatta da Carlo, della quale pe. non venne legittima contezza alla santità sua, determina, che l'esequie debbansi celebrare nel modo usato, dichiarando contuttociò, che per esse niun pregiudicio si debba apportare a sua santità, alla sedia apostolica, e alla sua autorità e giurisdizione, acquistarsi alcun diritto a verun altro. E

(1) A 12 di dicembre, come negli Atti Concistoriali.

dipoi la mattina che si tenne perciò cappella, e che vi cantò la messa il cardinal Pacecco, il papa mentre che s'andava in una congregazione di tutti i cardinali disse: che l'imperio era vacato per la morte di Carlo, e non pel suo rinunziamento, non essendo esso fatto in mano del pontefice, come si dovea, ma degli elettori. Il rigore del papa fin a quel tempo erasi tutto esercitato con gli estranii, usando egli altrettanta tenerezza co'suoi. Ma nel principio dell'anno 1559, ottantesimoquarto ed ultimo della sua età, fe conoscere, che da un animo severo niuna fervidezza d'amore rende sicura una continuata licenza. Cominciarono le ruine dei Carrafi, come per ordinario di tutti i gran favoriti, dalle accuse di coloro che non sono bisognosi del principe, nè de potenti appresso di lui: onde se da loro ricevono dispiacere, si sfogano contra l'uno e contra gli altri ad un'ora, accusando a quello le azioni di questi, con certezza se non di colpire, almeno che la saetta non ritorni a se stessi nel petto. Il primo ad esercitar questa libertà fu il duca di Guisa: alle cui orecchie era pervenuto, che'l pa

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pa avea ragionato con poco onore delle sue opere verso la sedia apostolica, verso il re, e verso la sua propria riputazione, per l'infortunata impresa di Civitella: e però egli intollerante dell'offesa, a fine o di vendicarsi senza aperta inreverenza contra il pontefice, e pur di trafiggerlo nel più vivo, o di riscagliare l'ingiuria in quelli che stimò suoi calunniatori appresso il pontefice, nell'accommiatarsi da lui non risparmiò alcuna efficacia della lingua per gettare ogni colpa sopra i nipoti. Onde tornato a casa disse a Pietro Strozzi: or vada chi si sia dal papa: ch'io gli ho fatto palpar con mano, che i suoi nipoti hanno tradita la sedia apostolica, e mal corrisposto verso il re, ed offeso me ancora che ho esposta la vita e l'onore per lor servigio. E ben il duca indi a poco in Francia comprovò col valore, che non era stato suo difetto il mal successo d'Italia, superando Cales ritenuto fin a quel tempo dagl'Inglesi, i cui re solevano dire, che nella signoria di quella fortezza tenevano appese alla cinta le chiavi della Francia. E di questa perdita giunse la trista novella al re Filippo in Brusselles quel giorno appunto che nella solennità dell'Epifania stava tutto fra le allegrezze e le feste col Legato Carrafa (1). Ma tornando agli affari di Roma: questa fiera semenza sparsa dall'acceso ragionamento del duca di Guisa, se non germogliò così presto, non rimase però mai secca nell'animo del papa, e vi pose i nipoti non in disgrazia, ma in suspicione. Seguirono le querele degli Spagnuoli: perciò che veggendo il re Filippo, che niun frutto si raccoglieva dalle caldissime intercessioni usate da se col cardinal Carrafa per la remissione di Marcantonio Colonna, alla cui difesa parevagli quasi aver mancato nella pace, e che sopra la causa di Ferdinando il pontefice, non ostante le sue instantissime lettere, e i vivi preghi del suo ambasciadore, riteneva tanta durezza, entrò in opinione, che 'l cardinale, creduto da lui per arbitro del zio, conservasse un animo tutto avverso alle sue voglie, e alla sua corona. Onde con l'opera dell'ambasciadore, e del cardinal Pacecco procurò d'indebolire appresso al papa l'autorità del

(1) Diario del maestro delle cerimonie a 6 di gennaio 1558.

nipote. Ed avvenne, che lamentatosi Paolo il dì quinto di gennaio dell'anno 1559, appo i cardinali dell'inquisizione avanti a lui ragunati, per non avergli verun di essi notificata non so qual azione di scandalo commessa quattro di prima dal cardinal del Monte, per la quale minacciava di levargli eziandio il cappello, fu la colpa soavemente diminuita e scusata dal cardinal Pacecco, sì come non degna di tanta pena: ma il papa riscaldato nel zelo, proruppe, gridando, come avea talora in costume, riformazione, riformazione. Allora il Pacecco soggiunse: padre santo, convien che la riformazione comincisi da noi. Ben intese il pontefice, che significasse quel, noi, non dimenticato di ciò che con libera verità gli aveva esposto nel concistoro, come narrossi, il Pacecco medesimo, e seco il Compostellano, quando ei trattò di dar vescovado al Carrafa. E prestò maggior credenza a quella tacita ammonizione, però che nel visitare il nipote ch'era stato non molto prima infermo, gli avea trovate d'intorno alcune persone che ei riputava per istrumenti d'ogni licenza, e d'ogni lascivia. Al muro che già si crol

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