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niuna delle due parti chiamate della religione vecchia, e de confessionisti (rifiutando questi o di ricever l'odioso nome d'eretici, o d'attribuire lo splendido di cattolici) potesse molestar l'altra per causa di religione. E così ebbe fine il decreto dell'Interim, che uscendo con uno scoppio sì strepitoso, poco durò, e meno operò. Aggiugnendosi a quest'articolo: che agli uni ed agli altri fosse amministrata indifferentemente giustizia nella camera imperiale. Il secondo era : che tra sei mesi fosse raccolta una novella dieta ove si deliberasse in quale de quattro modi si potessero meglio accordar le contese di religione, o col concilio generale, o col nazionale, o con un colloquio, o con un convento imperiale. Non intervenne Carlo personalmente a questa concordia. E però, benchè egli adempiesse la liberazione di Filippo, e l'altre convenzioni, prorogando solamente per qualche tempo la convocazione della dieta, e benchè il tutto fosse promesso a nome di lui dal re de'Romani, nondimeno, riputando egli quell'atto difforme all'altre sue gloriosissime operazioni, non volle

mai publicare d'avervi consentito. Dal che T. VII, 5

avvenne, che ne rimanesse incaricata la fama del fratello, e che 'l pontefice Paolo IV per questa fra l'altre cagioni sempre ricusasse di conoscerlo e di confermarlo per imperadore. Ma chi sapeva l'infinita riverenza di Ferdinando verso Carlo, e la diffidenza che di Carlo avevano i protestanti, cui allora l'orgoglio per la prosperità rendeva più insaziabili nelle soddisfazioni, non può sospettare o che l'uno promettesse per Cesare quel che non aveva in commessione, o che gli altri consentissero nella pace senza vedere i mandati. Onde l'unica scusa di Carlo V può essere quell'imperiosa necessità di cui rimangono ligie tutte l'umane potenze. Non erasi trascurata dal pontefice veruna industria per liberar l'imperadore da quelle strette. Onde sollecitamente avea spinti due nunzii dopo la tregua di Parma a procacciar la piena concordia fra le corone, Prospero Santacroce auditor di Ruota, che fu poi cardinale, ad Arrigo, ed Achille Grassi vescovo di Montefiascone a Carlo. Al Santacroce fu imposto, che assicurasse il re intorno alla sincera riconciliazione del papa, la quale benchè avesse titolo di sospensione a tempo, avrebbe effetto come di pace a perpetuo: ed insieme gli ricordasse quanto una buona pace sarebbe parimente opportuna fra lui e Cesare, perciò che avvantaggiandosi tra le loro discordie i Turchi e gli eretici, ne mici non pur della fede, ma della gente cattolica, facevano tali acquisti, a cui le loro potenze non sarebbon poi bastate a metter argine. Ed offeriva di venir egli personalmente a questo trattato, quando i due principi v'inclinassero. Al Grassi, che ringraziasse l'imperadore da parte del pontefice per aver sua maestà approvata la concordia di Parma: e dopo una breve giustificazione delle sue opere in questi affari, significasse la dianzi commemorata instanza fatta da lui ad Enrico, e lo confortasse ad agevolarne l'adempimento dal suo lato. E sì come Giulio era d'ingegno vivace e pronto a trovar ragioni in ogni materia, così con molti argomenti lo consigliava di varie particolari azioni opportune al soddisfacimento ed alla quiete universale. Queste erano tre specialmente; restituir Bressello al duca di Ferrara, così richiedendo la giustizia, ed insieme la

prudenza per non far alienar da se quel suo feudatario poderoso in Italia, e serbatosi indifferente nella guerra passata: liberare i tre signori francesi prenominati, che sul muoversi dell'armi rimasero prigionieri degl'imperiali, essendo ciò atto generoso, laudabile, e nulla pregiudiciale: trattare amichevolmente co'Farnesi, rendendo al duca gli stati ed a cardinali i beneficii che possedevano nel reame di Napoli: sopra che gli andava il pontefice dimostrando, che cessato in loro il bisogno de Francesi, ne cesserebbe parimente la dependenza, quando ritrovassero amico rifugio nelle braccia di Cesare; come poi la riuscita mostrò per vero. Intorno alle quali suasioni si dee notare, che Aristotile nel suo incomparabil trattato della rettorica insegnò, che sì come nel genere dimostrativo gli argomenti vogliono trarsi dall'onesto, e nel giudiciale dal giusto, così nel deliberativo, dall'utile. Non avendo efficacia le lingue de'nunzii, e veggendo il papa innasprirsi ogni di più e i ferri e gli sdegni fra Carlo ed Arrigo, con perturbazione di tanto mondo, e con danno inestimabile della religione, volle tentare nuovo strumento con la legazione (1) di due cardinali del più esperti ne trattati con quegli stessi principi a cui si mandavano, e de' più loro graditi. Questi furono il Dandino suo primo segretario deputato all'imperadore, e il Capodiferro al re di Francia. Ad amendue strettissimamente ingiunse (2), che nell'una e nell'altra corte dichiarassero, non aver quivi il ponteficeveruno interesse, fuor che di padre comune, senz'alcun risguardo ai parenti: pe'quali nè desiderava, nè avrebbe accettato mai alcun beneficio dalle corone: parendoli, che gli avanzamenti de'Turchi e degli eretici l'obligassero ad impiegarogni grazia ch'egli trovasse appresso i principi fedeli, in servigio della Chiesa, e non della casa. Anzi fe soavemente riprendere il nunzio Santacroce, che di simili faccende gli avesse nelle sue lettere dati parecchi motti, comandandogli che non aprisse mai più nè bocca nè orecchio a tali ragionamenti. E lo stesso volle, ch'esponesse il

(1) Nel concistoro de'5 d'aprile 1555, come megli Atti Concistoriali.

(2) Instruzioni date ad amendue i Legati a 12 e a 14 d'aprile fra le scritture de signori Borghesi.

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