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suoi servidori. In opposito ponderava, ch'ella avea consentito alla scisma. Ma esserne scusabile, però che niun Inglese aveva osato di contraddirvi dopo il dicapitamento di Tommaso Moro, e del cardinal Fischerio. Conchiudeva, la maggior difficultà doversi scontrare negli usurpatori de beni ecclesiastici, i quali dalla conversione del regno temerebbono la sovversione della loro fortuna: ma con tali esser buon senno l'usare ogni condiscensione, mettendo a meglio perdere il temporale, che insieme e'l temporale, e lo spirituale. Parer opportuno, che'l pontefice cominciasse le diligenze co'due Legati suoi di Fiandra e di Francia, affinchè procacciassero favorevoli ufficii di que due principi, e mandassero alla reina privati messi, i quali doveasi sperare, che non sarebbono rifiutati da lei, come già da' passati governatori. Ed ultimamente offeriva la sua persona, per quanto il pontefice giudicasse profittevole d'adoperarla, dopo aver più di chiaro, e più di sicuro.

Ma Giulio non era stato bisognoso di tanti stimoli. Appena udita la morte di Eduardo, e'l contrasto del baroni, prima che gli arrivasse la lettera del cardinale, con approvazione del concistoro avea scritto un Breve (1) ad esso, richiedendo dalla sua prudenza que consigli che stimasse giovevoli per dar aiuto all'anime di quel regno in tal movimento. Ed intesa dipoi tosto la successione di Maria, avea dichiarato lui, a comun parere altresì del concistoro, per Legato nell'Inghilterra (2), come quello che con la stima del real sangue, e con la riputazione della virtù esemplare, credevasi poter dare acconcio riparo agli spirituali disordini della patria. Ed avevagli scritto sopra ciò un altro Breve segnato il medesimo giorno appunto (3) nel quale il Polo scrisse al papa le mentovate lettere su quell'affare. Onde il messaggio che dal Polo erasi inviato al papa, scontrato verso Bologna quello che'l pontefice inviò al Polo, ritornò indietro. Ricevuto il Breve, mandò (4) nuovamente il Polo l'abate di san

(1) A' 2 d'agosto 1553.

(2) A'5 d'agosto 1555, come negli Atti Concistoriali.

(3) A'6 d'agosto 1555.

(4) Agli 11 d'agosto.

Saluto a Roma, accettando il carico; ma significando il suo pensiero, che prima di avventurare l'autorità pontificia convenisse tentare gli animi per qualche mezzano privato, ed a cotal fine spinse (1) in quelle parti Arrigo Peningo suo famigliare con varie lettere, specialmente al Legato Dandino, e ad Antonio Bonvisi negoziatore nell'Inghilterra, ed anche alla stessa Maria. Il Dandino, considerata e la gravità, e l'arduità dell'impresa, riputò necessario il premettere alla reina un messo più riguardevole del Peningo, ma insieme di niuno strepito, e dotato d'eccellente accortezza, il quale s'aprisse largo tra i serragli, e trovasse lume nel buio. Aveva egli condotto fra gli altri uomini valorosi nella sua comitiva Gianfrancesco Commendone vineziano (2), pontifi

(1) A' 12 d'agosto 1553.

(2) Quanto appartiene al Commendone sta specialmente nella vita di lui scritta a penna da Antonio Maria Graziani che fu suo segretario, e poi vescovo d'Amelia, nunzio a Vinezia, ed autore dell'istoria di Cipri. Ed anche in una lunga lettera del Legato Dandino al papa nel mandargli il Commendone ritornato d'Inghilterra, la qual lettera è segnata a 29 d'agosto 1553.

cio cameriere: il quale assai giovane si era introdotto nella notizia del papa mediante alcuni ingegnosi epigrammi da se composti sopra la celebre villa di Giulio, che in quel tempo come un parnaso risvegliava le muse di tutti i poeti. Ma il pontefice, uomo d'acuto conoscimento, leggendo i versi del Commendone, predisse che l'autore negli anni più virili sarebbe atto a opere maggiori che versi. Per tanto incitatolo a studii più gravi, l'avea preso al suo servigio, e dipoi adoperatolo con soddisfazione in qualche ambasciata di negozio col duca d'Urbino. In queste prove assaggiatosi lo spirito del Commendone dal cardinal Dandino supremo segretario di Giulio, erasi da lui voluto, come si disse, nella sua legazion di Fiandra. Nè punto ingannò il giovane co'fiori le speranze del frutto renduto nell'età più matura: secondo che apparirà nella nostra istoria, della quale occuperà egli ampia, ed onoratissima parte, sì che in rimunerazione ricevette il cardinalato, ed esercitollo con grande autorità, e dignità sotto varii pontefici. Lui dunque applicò occultissimamente il Dandino a quell'inchiesta, senza dargli altre speciali commessioni, ma rimettendolo al consiglio delle circustanze in sul fatto, impossibili a prevedersi. Solo gl'impose generalmente, che rintracciasse più che potesse del vero, e che trovando apertura, parlasse alla reina, e la confortasse a riconciliare il suo regno con Dio, e con la Chiesa. Ma perchè bisognava passare fra uomini ignoti, nemicissimi del nome cattolico, e del papale, il Commendone deliberò d'armarsi d'un segreto sì rinchiuso, che non fosse noto a veruno, salvo a Giacomo Soranzi, che era in Londra ambasciadore del senato vineziano, ed a cui fu raccomandato da Marcantonio Amulio ambasciador della stessa republica allora in Brusselles a Carlo V. Ambedue i quali ambasciadori con egregio zelo di religione accompagnato dall'autorità, e dalla destrezza, aiutarono mirabilmente quella santa impresa, come il Legato Dandino testimoniò al pontefice. Per tanto il Commendone partendosi da Brusselles tutto tacito, e solo, andò a Gravelinga luogo marittimo, d'onde è comodo il tragetto per Inghilterra: e quivi provvidesi di due servidori pratici

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