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eleggersi pio e savio, e che ha i rimorsi della coscienza e dell'onore, possa talora obligare i sudditi eziandio con qualche inragionevole ordinazione, che non sarebbe constituir lui di principe ch'egli è, soggetto al giudicio vario e passionato de'suoi soggetti: per maniera che, qualora volesse riserbare a se un beneficio situato nella diocesi altrui, o prevenirla collazione dell'ordinario, o dar esenzione a un suddito dalla podestà del prelato, o far traslazione d'un vescovo da una cattedrale ad altra, si potesse litigar sempre mai di nullo valore, colorando ciò col difetto della sufficiente cagione. Questi risguardi facevano che molti ingelosissero ad ogni parola, nè consentissero a dichiarare, che i vescovi fossero senza mezzo da Cristo, se non vi si poneva, a preservar ciò da ogni sinistro intendimento, questa limitazione: in quanto è alla podestà dell'Ordine. Quindi seguì che la forma divisata dal Lorenese non sortì la piena accettazione (1), com'egli s'era confidato: di che

(1) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo de 6 di dicembre 1562.

e nell'animo, e nelle parole si dolse. Piaceva ella oltre modo a due cardinali teologi Seripando ed Osio: ma il Simonetta, cauto a suo uso nella guardia dell'autorità pontificale, richiese che fossero deputati ad esaminarla per opera nove fra teologi e canonisti. I teologi furono Pierantonio di Capova, fra Leonardo Marini, fra Guasparre del Fosso, arcivescovi d'Otranto, di Lanciano, e di Reggio, e Diego Lainez generale della compagnia di Gesù. I canonisti, due futuri pontefici, Ugo Boncompagni, e Giannantonio Facchenetti vescovi di Vesta, e di Nicastro, due futuri cardinali, Gabriello Paleotti uditor di Ruota, e Scipione Lancellotti avvocato del concilio: e fu loro aggiunto il promotore Giambattista Castelli. A tre primi teologi soddisfaceva il modello del Lorenese: non così al Lainez, il qual diceva (1), parergli d'antiveder da lungi una scisma. E con lui sentirono al fine concordevolmente i canonisti. La somma delle opposizioni fu tale.

(1) Lettera del Gualtiero al cardinal Borromeo de 6 di dicembre 1562.

Il settimo canone, secondo la già detta forma, in dichiarando che i vescovi fosser instituiti da Cristo, nulla percuotere gli eretici, ch'era l'intento del concilio: imperò che non negavano essi ciò, ma dicevano, che i vescovi assunti dal romano pontefice non sono veri e legittimi vescovi, chiamandoli teste rase, unte, inoliate, e larve papali.

Condannarsi quivi la sentenza d'assaissimi scrittori cattolici, i quali tenevano, che un sol vescovo, cioè Pietro, fu instituito da Cristo, e tutti gli altri da Pietro.

Porgersi quindi apparenza per credere, che i vescovi eletti fra gli eretici da re o dal popolo, sieno veri e legittimi vescovi; perciò che nell'affermare assolutamente, che i vescovi sono instituiti da Cristo, par che si dia ad intendere la lor podestà esser tutta da Cristo, sì che l'elettore v'eserciti un ignudo ministerio, non virtù di cagione efficiente : il che dianzi aveva posto nella considerazione il vescovo Ibernese, come argomento indotto a suo uso dalla reina d'Inghilterra.

Quella maniera di parlare indistinta aver significanza d'universale: e così pronunziandosi indiffinitamente de vescovi, ch'erano instituiti da Cristo, ciò sarebbesi inteso di pari e in quanto è alla giurisdizione, e in quanto è all'ordinazione. Finalmente il dire: che sono instituiti da Cristo, aver più forza che il dire, esser loro di ragion divina: ammettendo questo secondo detto interpretazione meno strignente. Onde se nel secondo erasi trovato sconcio, sì che il cardinal di Loreno medesimo ne avea sconsigliato, assai più doversi schifare il primo. Grandemente s'avventura chi propone qualche forma di parole per concordare due parti contrarie, sottili, e gelose: perchè contrarie, l'una fugge quello che l'altra cerca : perchè sottili, ciascuna vi scerne ciò che il mediatore vi ha involto: perchè gelose, amendue vi trovano il loro male, non potendo tali parole non esser dubbie, ed essendo proprio della gelosia il prendere il male suo dubbio in guisa di certo. o i “ : - Ciò che travagliava maggiormente i Legati, era il veder che la maggioranza gli rendea più soggetti degli altri: però che sentivansi citati e quasi puniti per tutte l'imprudenze altrui. Dall'una parte nel concilio si gridava, libertà: dall'altra si fremeva contra di loro per ogni parola disordinatamente uscita da ciascun vescovo, quasi eglino avessero in mano il freno di tutte le lingue. Così cinque prelati spagnuoli (1) de'meglio affetti al pontefice, e non congiunti alle impetuose richieste de loro compatrioti, e fra essi quel di Salamanca, e quel di Patti, vennero a Legati di compagnia: e protestarono per le contumelie dettesi al Guadicese, che ove non si provvedesse nel futuro, avrebbono necessità d'unirsi agli altri di lor nazione per difenderla da tali insulti. Se mai alcuno spagnuolo profferisse parola meno cattolica, desiderarloro che rimanesse corretto; ma corretto dall'autorità del superiore legittimo, cioè da presidenti, non dall'arroganza di un privato, sì come avea fatto il Caselio: il qual non contento del primo eccesso, quando fu ammonito dal Mantovano delle

(1) Lettera de Legati al cardinal Borromeo dei 6 di dicembre 1562 , . . -

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